San Gavino Monreale, S’Ena in fiore


Investire sulle leguminose significa capitalizzare sul futuro dell’isola, sulla sua economia, sulla sua sicurezza e sulla sua identità
San Gavino Monreale, S’Ena in fiore

Parlare oggi di leguminose in Sardegna significa affrontare uno dei temi più strategici per il futuro dell’isola. Bene fanno i tecnici di Laore, le organizzazioni professionali agricole, le associazioni e i territori a riportare queste coltivazioni al centro delle riunioni con gli operatori agricoli: è un modo per discutere pubblicamente di un tema cruciale per l’agricoltura sarda - ma anche nazionale ed europea - con una lucidità che spesso manca nel dibattito pubblico. Tuttavia, è necessario passare dalle parole ai fatti. Sono stato tra i sostenitori, sin dal primo momento, della necessità di non interrompere il percorso avviato da Laore nella riunione del 10 febbraio 2026 a San Gavino Monreale. Quell’incontro è stato di grande utilità e deve avere un seguito, se si vuole essere pronti già dalla prossima annata agraria.

Per rendere davvero conveniente questa coltivazione occorre puntare su un Piano straordinario di semplice attuazione, con una burocrazia ridotta al minimo. Si potrebbe partire in forma sperimentale, coinvolgendo i produttori dei comuni del Medio Campidano, territorio che ha già dimostrato sensibilità e capacità organizzativa.

Le leguminose, oggi, non rappresentano soltanto una coltura “tradizionale”: sono una leva strategica per la sostenibilità e persino per la sovranità alimentare dell’isola. Non si tratta di dettagli marginali: queste colture incidono su questioni decisive per la Sardegna del futuro. Contribuiscono alla tutela del territorio, alla rinaturalizzazione dei suoli agricoli, alla prevenzione degli incendi, all’alimentazione zootecnica, all’equilibrio della bilancia commerciale e persino alla nostra identità culturale.

Ignorare tutto questo significa non comprendere la direzione verso cui deve muoversi un territorio che vuole essere moderno senza rinunciare alle proprie radici.
 

UN PATRIMONIO AGRICOLO CHE GENERA VALORE

Le leguminose rappresentano una delle poche colture capaci di coniugare redditività, adattamento ai terreni seminativi e ridotto impatto ambientale. Ceci, fave, lenticchie, cicerchie, piselli, lupini, fagioli locali e leguminose foraggere non sono solo prodotti della tradizione: sono risorse strategiche per un’agricoltura che vuole essere competitiva senza dipendere da input esterni costosi e spesso importati.

La loro capacità di fissare l’azoto nel suolo riduce l’uso di fertilizzanti chimici, migliora la fertilità dei terreni e sostiene rotazioni colturali virtuose. In un contesto di cambiamenti climatici e desertificazione, questo valore agronomico diventa una garanzia fondamentale.

SOVRANITÀ ALIMENTARE UMANA E ZOOTECNIA: UN LEGAME INDISSOLUBILE

La Sardegna, la prima regione per patrimonio capi ed allevamenti in Italia e in Europa, importa ogni anno grandi quantità di proteine vegetali, soprattutto soia, per alimentare il proprio patrimonio zootecnico ovino. Per esempio: una pecora da latte necessita di 700–1000 g di mangime proteico al giorno per ogni litro di latte prodotto, in aggiunta ai foraggi. È una dipendenza costosa e fragile. Incrementare la produzione locale di leguminose significa rafforzare la sicurezza alimentare dell’isola, ridurre la vulnerabilità ai mercati internazionali e sostenere una filiera zootecnica che è uno dei pilastri dell’economia sarda.

TERRITORIO PRESIDIATO, TERRITORIO PROTETTO

Un campo coltivato è un campo curato. E un campo curato diventa un argine naturale contro l’abbandono, il degrado e gli incendi. In questo quadro, le leguminose rappresentano una risorsa preziosa: grazie alla loro capacità di adattarsi anche ai terreni marginali, contribuiscono a mantenere vivo il paesaggio rurale e a favorire una gestione attiva del territorio.

È noto che introdurre leguminose nei frutteti, negli agrumeti e negli oliveti porta vantaggi agronomici significativi. Arricchiscono il suolo di sostanza organica, migliorano la fertilità e proteggono l’ecosistema agricolo. La loro utilità si manifesta su più fronti:

Fissazione dell’azoto - attraverso la simbiosi con i batteri del genere Rhizobium, catturano l’azoto atmosferico e lo rendono disponibile per gli alberi da frutto, riducendo la necessità di fertilizzanti chimici.

Miglioramento del suolo - se utilizzate come sovescio, migliorano la struttura del terreno, aumentano la capacità di trattenere l’acqua e contribuiscono a prevenire l’erosione.

Controllo delle infestanti - formano un tappeto erboso competitivo che limita lo sviluppo delle erbe spontanee indesiderate, riducendo gli interventi meccanici e chimici.

Sono conoscenze consolidate, riconosciute dalla pratica agricola e dalla ricerca. Eppure, stentano ancora a trovare spazio nei piani di sviluppo e nelle politiche di valorizzazione del territorio. Rimettere le leguminose al centro significherebbe investire in un’agricoltura più sostenibile, più autonoma e più capace di proteggere il paesaggio rurale.

ECONOMIA LOCALE E BILANCIA COMMERCIALE

Produrre localmente ciò che oggi viene importato significa trattenere ricchezza nell’isola. Una filiera delle leguminose ben strutturata può diventare un vero motore economico: genera lavoro, valorizza i territori interni e apre nuove opportunità sia per le aziende agricole sia per quelle zootecniche, senza escludere le realtà frutticole.

Investire sulle leguminose non è un ritorno nostalgico al passato, ma una scelta moderna, razionale e lungimirante. Significa costruire un sistema produttivo più autonomo, più sostenibile e capace di rafforzare l’economia delle aree interne, creando valore aggiunto lungo tutta la filiera.

IDENTITÀ CULTURALE E FUTURO

Le leguminose sono parte della storia alimentare della Sardegna. Recuperarle e valorizzarle significa anche difendere un patrimonio culturale che rischia di scomparire sotto la pressione di modelli produttivi globalizzati. La tradizione, quando è sostenuta da innovazione e visione, diventa un vantaggio competitivo.

SEMPLIFICARE QUASI DEL TUTTO LA PROCEDURA BUROCRATICA

Chi oggi coltiva leguminose svolge un ruolo che va ben oltre la produzione agricola. Sono custodi del paesaggio, garanti della fertilità dei suoli, produttori di alimenti essenziali per le persone e per la zootecnia. Meritano sostegno, riconoscimento e politiche pubbliche all’altezza della loro funzione strategica. Per la loro partecipazione a progetti straordinari di semplice applicazione è necessario semplificare quasi del tutto la procedura burocratica e renderla compatibile con i tempi del ciclo biologico della pianta. Nel senso che dopo un’annata ne segue un’altra senza pendenze dell’annata precedente. E questo è un punto cruciale che spesso rimane ai margini del dibattito agricolo: chi coltiva leguminose non è semplicemente un produttore, ma un attore strategico nella tutela dell’ambiente, nella sicurezza alimentare e nella resilienza dei sistemi agricoli. Per questa ragione è bene evidenziare che la burocrazia non può funzionare su tempi che ignorano il ciclo biologico delle colture. Le leguminose, come tutte le colture, non aspettano che si chiudano le pratiche amministrative; l’annata successiva arriva comunque, e se l’agricoltore resta impigliato nelle pendenze dell’anno precedente, il sistema si inceppa.

NON SERVE UN’INDAGINE DI MERCATO PER COMPRENDERNE L’UTILITÀ

A chi si agita immaginando scenari futuristici e competitivi va ricordato che la forza di un territorio non nasce dall’inseguire modelli industriali irraggiungibili. Nasce, invece, dal consolidare ciò che lo rende unico: biodiversità, qualità, sostenibilità, filiere corte, cura quotidiana del territorio garantita da agricoltori e allevatori.

In questa visione, le leguminose rappresentano uno dei tasselli più solidi. Non serve un’indagine di mercato per comprenderne l’utilità: è sufficiente guardare alla realtà. Oggi importiamo quasi tutto il nostro fabbisogno alimentare, mentre potremmo produrre localmente una parte significativa di ciò che consumiamo, trattenendo valore nell’isola e rafforzando le economie interne.
 

UNA LEVA STRATEGICA

Le leguminose non sono semplicemente una produzione agricola: rappresentano una leva strategica per costruire un modello di sviluppo più sostenibile, più autonomo e profondamente radicato nella storia agricola della Sardegna. Investire su queste colture significa investire sul futuro dell’isola, sulla sua capacità di rigenerare i suoli, ridurre la dipendenza dall’esterno e rafforzare la competitività delle aziende agricole.

UN’ESPERIENZA STRAORDINARIA NEL MEDIO CAMPIDANO

Quando, in passato, queste colture hanno ricevuto una considerazione straordinaria - un’esperienza unica in Italia - hanno aderito 1.368 imprese agricole dei 28 comuni del Medio Campidano, sostenute da un contributo fino a 5 ettari coltivati. Non si poté fare di più perché il Sistema Regione decise di defilarsi dal progetto, limitando la portata di un’iniziativa che aveva già dimostrato un forte radicamento nel territorio e una risposta entusiasta da parte degli agricoltori e curiosamente degli allevatori del nuorese.

CONCLUSIONE

Oggi, forti di quella esperienza e dei risultati che aveva iniziato a generare, si può affermare con chiarezza che, se la Regione Sardegna sceglierà di crederci davvero, sarà possibile rilanciare una nuova stagione di sviluppo. Un Piano straordinario di valorizzazione delle leguminose potrebbe coinvolgere nuovamente un numero significativo di aziende, sostenere la fertilità dei terreni, ampliare la disponibilità di alimenti proteici per il comparto zootecnico e contribuire alla sostenibilità complessiva del sistema agricolo regionale.

Scommettere sulle leguminose significa, in definitiva, scommettere sugli agricoltori, sulle comunità rurali e su una visione moderna e lungimirante dell’agricoltura sarda.

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