«…E poi mi piacerebbe continuare a leggere. Tanto, sempre di più. Allunga la vita, la arricchisce, e ci tiene con gli occhi aperti verso il mondo».
di Fabiola Corona
Jaime Curreli è nato il 22 novembre 1998. Ha vissuto a Sanluri sino ai 19 anni, diplomandosi al Liceo Classico di Villacidro. Nel 2018 si è poi trasferito a Torino, dove ha frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti, laureandosi in Progettazione artistica per l’impresa. Sempre a Torino, ora lavora come graphic designer in un’agenzia di eventi.
Il 1° marzo di quest’anno è uscita la sua prima opera, “Terre bagnate del mentre”, una raccolta di 50 poesie a tema libero pubblicata da Edizioni Ensemble - una casa editrice indipendente nata a Roma nel 2012 e presentata al Salone Internazionale del libro di Torino.
Che significato si cela dietro il titolo “Terre bagnate del mentre”?
«Riprendendo l’idea che si scriva anche per lasciar andare, posso dire che il titolo ha a che fare con un’idea lineare del tempo, da immaginare come il flusso di un fiume che non perde mai la sua contemporaneità; è un “mentre” che fluisce incontrastato. Mi piaceva poi immaginare le poesie come dei frammenti di me, delle piccole isole che contengano, nella sua interezza, una sensazione, un momento, un’emozione che rimane tale e - messa per iscritto - continua a muoversi in questo mentre che scorre, pur essendosi liberata da me. Per dirla in maniera più semplice: sono io la terra che si lascia attraversare - dal tempo, dalle sensazioni - e lascia parti di sé che continuano a essere parte di questo continuo mentre».
Quando hai scritto la tua prima poesia?
«In maniera cosciente, di sicuro, alle medie. Facendo un po’ l’archivista di me stesso; però, mentre frugavo tra i disegni e i quaderni delle elementari, ho trovato un tentativo libero di poesia che risale ai miei primi 6 anni. Forse è vero che una certa voce l’abbiamo dentro sin dal principio, il punto sta sempre nell’imparare a darle risonanza e intonazione, poi magari può diventare un canto».
Com’è nata l’idea di una raccolta di poesie?
«Il perché di una raccolta di poesie non è mai troppo facile da individuare, effettivamente. Per indole sono una persona curiosa, che attinge indistintamente a tutte le fonti a cui può arrivare. Forse mi son ritrovato a scrivere proprio perché avevo immagazzinato troppo e immagini ed emozioni cercavano il modo di uscire e trovare il loro corso. Questa raccolta mi ha aiutato a delineare un profilo, a porre delle fondamenta, a descrivere una cornice immaginaria per poter dire: eccomi, questo sono io, la strada che ho percorso, le cose che ho amato, i dolori che mi hanno fatto plasmato, sono tutto qui dentro».
C’è una poesia alla quale sei particolarmente legato?
«Sarò sincero e dirò che sono affezionato a ciascuna delle poesie che ho inserito nella raccolta. Un po’ perché ho cercato di rendere più variegata e varia possibile la produzione, e un po’ perché, in un certo senso, sono un po’ il sunto delle centinaia di poesie scritte in questi anni. Se dovessi sceglierne solo una, però, probabilmente, sceglierei Contemporaneo. È una presa di consapevolezza totale, un tentativo di fissare un perno. C’è dentro la consapevolezza di essere infinitamente piccoli, un “nulla”, come scrivo. C’è dentro la Sardegna, che mi guida e mi influenza in tante cose che scrivo. E dentro c’è, ancora, la volontà di voler mettere nero su bianco ciò che colpisce la mia sensibilità, nella maniera più personale che posso. E in più il titolo della raccolta viene proprio da lì».
Come nasce una poesia?
«Ho un metodo di scrittura un po’ caotico e un po’ bulimico, ma che per ora ha funzionato sempre. Appunto i versi, secondo ispirazione, ovunque mi capiti: sul telefono in metro, sul cruciverba in spiaggia, sulla busta dei pomodori in cucina. Poi, più razionalmente, amplio, estendo e raffino. Raccolgo le cose che ho scritto per un po’ e poi lascio che stiano vicine l’un l’altra, che si conoscano. Quando poi arriva il momento, torno a spezzarle, a frammentarle, invertirle e ricomporle, e questo avviene anche con poesie che son rimaste le stesse per anni. Spesso la conclusione di una poesia nuova si trova all’inizio di una di sette anni più vecchia, oppure la soluzione ritmica e melodica corretta la si può ottenere soltanto mettendo in comunicazione versi che son stati scritti in parti completamente diverse del mondo».
Progetti per il futuro?
«Mi piacerebbe continuare a pubblicare, ma ancora di più, essere letto; la speranza è quella che l’impegno e la passione profusi nella scrittura possano in qualche modo “servire” a qualcuno. Se anche un solo lettore riuscisse a riconoscersi in una delle poesie che ho scritto, potrei già dirmi pienamente soddisfatto. Trasmettere un’emozione, quello è il senso di tutto. E poi mi piacerebbe continuare a leggere. Tanto, sempre di più. Allunga la vita, la arricchisce, e ci tiene con gli occhi aperti verso il mondo».
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