Un detto di antica memoria tra i più famosi e goliardici che meglio rappresenta la festa e le sue complicità: “Po Sant’ Antoni chi esti sposu ‘ndi torrada storrau, chi esti bagadiu ‘ndi torrada sposu”.
Detto ancora straordinariamente attuale dal momento che la festa, al di la del forte valore religioso e spirituale, è da sempre occasione d’incontro e di divertimento, tra giovani ma non solo, dove talvolta possono nascere grandi o piccole storie d’amore spesso improvvisate tuttavia straordinariamente inevitabili”.
Si può tranquillamente affermare che l’evento nel corso degli anni, anzi dei secoli, ha mantenuto intatte gran parte delle sue prerogative e peculiarità. Tuttavia, inevitabilmente qualcosa è cambiato.
La chiesetta.
La chiesetta presente nella borgata di Santadi, per esempio, non è più la stessa che accolse per la prima volta il Santo nel 1694. L’odierna chiesa consacrata il 18 giugno del 1950, ha sostituito l’antica e suggestiva struttura risalente presumibilmente alla prima metà del ‘600. L’antico e sinuoso luogo di culto venne infatti demolito nel 1949 e immediatamente ricostruito con caratteristiche architettoniche decisamente differenti di quelle preesistenti.

Il percorso.
Spaccati di cronaca che affidano le loro radici nel tempo li ritroviamo, in modo del tutto curioso, quando venne decisa la modifica del percorso seguito fino ad allora dal pellegrinaggio. Modifica che di fatto segnò l’inizio del “disgelo” nella storica guerra di campanile tra i paesi di Arbus e Guspini.
Solo nel 1876, come ricordano Tarcisio Agus e Gian Paolo Pusceddu nel libro “Identità di un paese”, si ebbe il primo passaggio di Sant’Antonio a Guspini fino ad allora bypassato con l’utilizzo della cosiddetta “sa ia de is arburesusu” che indirizzava, dopo Genn’e Frongia all’altezza di “Perd’e cuaddu”, la processione prima verso Montevecchio poi verso Matianni. Venne così cancellato lo sgarbo subito fino ad allora ai fedeli guspinesi anch’essi da dempre particolarmente devoti al Santo.
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