di Dario Frau
La festa di Santa Maria Aquas si celebra il penultimo lunedì di settembre e dura quattro giorni. Per i pabillonesi sa festa de Santa Maria Aquas ha avuto, da sempre, una grande considerazione.
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Santuario di Santa Mariaquas (foto 1903)[/caption]
La località, distante appena 6 km, è stata, soprattutto nel passato, meta di pellegrinaggio per venerare e chiedere intercessioni alla santa miracolosa del santuario omonimo. Fra i numerosi ex voto, in cera e nei quadretti dipinti artigianalmente, che un tempo erano appesi nelle pareti interne della chiesetta, “Per grazia ricevuta!” molti erano di cittadini pabillonesi.
La venerazione religiosa di questo territorio riporta anche al lontano passato storico, quando questa località, per la presenza di sorgenti di acqua calda, ritenuta curativa, ha sempre attratto genti da tutta l’Isola. Sia nel periodo nuragico sia in quello romano, questa area è sempre stata, un luogo di culto. I romani, maestri nella costruzione di terme, sfruttarono la località con la realizzazione di edifici termali e di un tempio per la celebrazione del culto delle acque. Questa località, chiamata “Aquae Neapolitanae”, era collegata con la città di Neapolis nel golfo di Marceddì e anche con l’altra strada che da Karalis portava a Othoca (Oristano).
Oggi, nelle antiche “Aquae Neapolitanae”, sorge una chiesa dedicata a Santa Maria de is acuas. Modificata e restaurata più volte, risale presumibilmente al periodo medioevale tra 1100-1200. Come nel passato, la festa di Santa Maria Aquas con processione da Sardara (risale al 1870 questa disposizione, ma la testimonianza della sagra campestre risale anche a tempi precedenti) è meta di migliaia di pellegrini provenienti da tutta l’Isola. L’area e le strade intorno alla chiesa campestre, nel periodo della festa, sono caratterizzate da numerose postazione fieristiche con esposizione di ogni tipo di prodotti dell’artigianato sardo, bancarelle di torroni e leccornie varie, Sa carapigna, lo zucchero filato, di giocatoli, venditori di candele ed effigi sacre, luna Park e tante altre attrattive. Non poteva mancare il settore enograstronomico con is su stazzus, o barracas, per le bevande e posto ristoro, e in is arrustodoris di pesci, maialetti e altri tipi di prelibatezze arrostite.
Religiosità, gastronomia e visita alle bancarelle caratterizzava e caratterizza, infatti, la giornata del pellegrino, tra sacro e profano, come negli antichi santuari nuragici, era la componente di questi posti di culto. Nulla è cambiato. Ancora oggi, nonostante la modernità e il consumismo abbiano modificato alcune abitudini, la sostanza è identica. Anche per i cittadini di Pabillonis questa festa è stata sempre molto sentita. Tanti i ricordi del passato, in modo particolare, quando alla festa si andava con la carretta (chi la possedeva) oppure con su postali (la Sita di Tziu Remigiu Sida, anni cinquanta/sessanta/settanta) e anche a piedi. Per molti artigiani del paese era l’occasione per fare buoni affari, soprattutto per i venditori di pingiadas, tianus di terracotta,cibirus, seddazzus, scatteddus, cadinus,sportas, stuoie e scannus. Ma non solo, alcuni, con le botti piene d’acqua poste nei carri, vendevano l’acqua ai pellegrini. «Anche mio marito Antonio, con un carro prestato de su meri, dove lavorava, insieme al cugino Giuseppe Loddo, ci metteva una carrada manna piena d’acqua, che vendeva a bicchieri, e guadagnava un po' di soldi», riferisce Antonina Muru, ottantanove anni.
I piccoli proprietari terrieri, che avevano il carro o il calesse, partivano di mattina presto per occupare su postu, vicino a un albero per avere l’ombra per il pranzo. «In famiglia eravamo parecchi, andavamo con la carretta dove si caricava anche un po' di legna per arrostire un maialetto per il pranzo e tutto l’occorrente per la giornata della festa», racconta un anziano che ricorda questi particolari relativi agli anni trenta, quando ragazzetto andava con i genitori. Ciò era identico anche qualche decennio dopo, anche se tutti, non arrostivano sul posto. «Staccato il cavallo, sistemata sa carretta con “is stangas a susu”, si metteva un telo o una coperta, per stare all’ombra e si organizzava la giornata», racconta a sua volta un ottantaquattrenne. La prima cosa da fare era la visita al santuario, le donne soprattutto con i bambini più piccoli per ascoltare la messa, e acquistare una candela con l’immagine della Madonna delle Acque. Gli uomini, invece, dovevano controllare su postu e ne approfittavano per fare su murzu. Dopo la messa, una visita nella strada de is arrostidoris era d’obbligo.
Anche i più poveri, pur con qualche sacrificio, non rinunciavano all’acquisto, soprattutto di qualche mugheddu arrosto. «Sarà, perché a casa era raro, sarà per la tecnica utilizzata dagli arrostitoris, ma su mugheddu de sa festa di Santa Maria Aquas aveva un gusto speciale», ricorda un pellegrino. Si acquistava anche un pezzo di proceddu arrustu e qualche anguidda. «Ma poco e non sempre, poiché costavano molto», rimarca ancora l’uomo. Il pranzo era una fase importante de sa festa, «quasi una scampagnata fuori porta» si direbbe oggi. «Dopo diversi anni, mi ricordo ancora, poiché era quasi sempre identico: dentro un scatteddu e una valigia, legata con una cinghia di pelle, mia madre sistemava la tovaglia buona e le vivande: “S’anadi o caboniscu arrubiau, malloreddus con sugo di caboniscu, salsiccia conservata per l’occasione, su coccoi, dolci fatti in casa, uva, melone, fichi e naturalmente il vino, e per noi figli, una bottiglia da litro di aranciata fatta con le bustine, che veniva tenuta nel pozzo tutta la notte per essere fresca», racconta una donna, che negli 50/60, insieme ai fratelli andava con i genitori a sa festa de Santa Maria Aquas.
Dopo il pranzo, si riposava all’ombra della carretta e di qualche albero, in attesa che passasse il caldo per andare poi, a visitare le bancarelle. «Nella strada principale c’era sempre tanta gente e i nostri genitori ci tenevano per mano per non perderci», ricorda. Qui gli interessi erano diversi, i figli s’incantavano davanti alle bancarelle dei giocattoli, il padre di famiglia nei banchi dove erano esposti coltelli di ogni tipo e attrezzi per l’agricoltura, mentre le donne guardavano le stoffe, gli abiti e “s’incuriosivano” davanti a qualche imbonitore, che magnificava l’ultima invenzione in fatto di elettrodomestici da cucina. Alla fine, dopo qualche acquisto del capo famiglia (un attrezzi per la campagna, un giocattolo e una carapigna per i figli, un pezzo di torrone, is costeddeddas, (mostazzoli) un cartoccio di ceci tostati, la giornata si concludeva nel tardo pomeriggio con la sosta in su stazzu, dove si consumavano gli avanzi del pranzo, «si ordinava qualche cosa da bere: una gazzosa per noi e per mamma, e una vernaccia per il capo famiglia» spiega ancora la donna.
L’atto finale era il ritorno a casa, e non era facile, poiché molti pellegrini, a quell’ora si assiepavano per salire sulla Sita di Tziu Remigiu e se non c’era posto bisognava attendere la corsa successiva. All’imbrunire, si tornava a casa, stanchi, ma contenti della giornata trascorsa. Queste testimonianze sono relative agli anni 50/60, ma in un passato più lontano, fine anni trenta e primi anni quaranta, chi non aveva il carro e non essendoci autobus, andava a piedi, come racconta Giovannica Porcu, classe 1928. «All’età di 15/16, anni, io con alcune amiche, Elia Serpi, Tecla Serpi, Epifania Usai, dopo pranzo ci davamo appuntamento nel vecchio Monte Granatico all’uscita del paese, e andavamo a piedi. Durante il cammino si cantava, si scherzava e incontravamo anche altri gruppi che facevamo come noi. Per prima cosa si andava in chiesa ad ascoltare la messa, poi andavamo in giro, a curiosare tra le bancarelle, guardavamo tanto, ma non compravamo niente, poiché non avevamo soldi», ricorda l’anziana donna, «però ci divertivamo lo stesso, e prima di tornare a casa ci fermavamo a guardare la corsa dei cavalli (is cuaddus curridoris), in un terreno vicino alla festa e adiacente alla strada che portava a Pabillonis», sottolinea la signora Giovannica.
La festa di Santa Maria Aquas esercitava una forte attrazione per le giovani generazioni (ma non solo) e non spaventava il percorso a piedi per arrivarci. Anche il racconto di Antonina Muru (oggi 89 anni), conferma questa attrattiva. Allora ragazza di 14/15anni decide di andare alla festa con alcune amiche, a piedi. «Mio padre era al lavoro, la mamma proprio in quel giorno era partita di mattina presto verso la Marmilla, per vendere pingiadas, come molte donne del paese, sarebbe tornata tardi, era l’occasione, senza chiedere il permesso, che mi sarebbe stato negato, di andare a Santa Maria Aquas», racconta l’anziana. E così insieme ad alcune amiche si avviarono a piedi. «Fummo fortunate, durante il percorso si fermò un carro condotto da un signore del paese che conoscevamo e ci offrì un passaggio. La prima cosa da fare appena arrivate, fu di andare a messa nel santuario, dopo trascorremmo tutta la giornata in giro tra le bancarelle: si fece tardi. Tornata a casa, mia mamma sapeva tutto, forse qualcuno ci aveva visto e le aveva raccontato di questa “avventura”. Il finale era scontato, ricevetti tante botte che ancora oggi mi ricordo di quella avventura della festa di Santa Maria Aquas», riferisce un po' divertita signora Antonina.
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