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Rinaldo Ruggeri[/caption]
In questo periodo di Coronavirus è andato di moda il lavoro a casa o fuori sede, lo Smart Working (lavoro intelligente).
Il lavoro a casa, o fuori sede, o il lavoro in genere non mi pare sia un’attività umana intelligente, forse lo è per chi trae i frutti del lavoro altrui.
Il lavoro di solito è considerato un peso fisico e intellettuale, poco piacevole.
Andando a ritroso nella storia, le testimonianze scritte descrivono il lavoro come una fatica disumana; addirittura la Bibbia, nella Genesi, parla di lavoro come punizione Divina: “…maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.”
Non credo, che gli schiavi o i servi della gleba, costretti ad un lavoro bestiale, considerassero il loro operare un lavoro intelligente.
Il lavoro è sempre stato una costrizione, operata con la forza delle armi o con la forza del bisogno.
In tempi moderni, la letteratura e la saggistica si è incaricata di dare al lavoro quella patina di sentimentalismo romantico.
Il lavoro intelligente, quello creativo, è un oggetto raro o meglio una chimera.
Pochi, anzi pochissimi: artisti, scienziati e ricercatori possono considerarsi veri lavoratori intelligenti, perché il loro lavoro non è un lavoro ma una concretizzazione della loro personalità, in libertà.
Le altre persone di questo mondo sono schiave dei luoghi comuni, del conformismo imperante e vittime dei poteri forti.
La stampa, la letteratura, la televisione fa opinione che spesso viene assimilata, senza nessun filtro, per mancanza di coscienza critica.
In passato, ma anche nel recente corso della storia, vi è un dominio dei conformismi, inoculati, nei secoli, dalle classi dominanti.
Sul lavoro, spesso, rivolti al lavoratore si sentono frasi del genere: “quello è un gran lavoratore” oppure in senso negativo: “quello è un poltrone patentato”. Giudizi, opinioni che nascono da chi ha interesse e trae profitto dal lavoro altrui. Queste valutazioni sul lavoro altrui, spesso coinvolgono, anche, i lavoratori che operano gomito a gomito con il “poltrone” di turno.
Questa è la forza del potere che riesce a far passare luoghi comuni come idee forti. Per superare questi stereotipi, bisogna partire dall’essenza del problema: il lavoro, intelligente o stupido, è fatica, e il peso della fatica va ripartito. Per questo motivo non si capisce perché tre milioni di disoccupati, soprattutto giovani, non vengano inseriti nel mondo produttivo. Introdurre queste forze lavorative fresche permetterebbe di realizzare la tanto auspicata riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, a sei ore.
Permetterebbe, grazie a questa introduzione, di aumentare significativamente la contribuzione verso l’Inps e quindi pensare a pensionamenti meno punitivi. Purtroppo tutto ciò non si fa perché in questa società non si produce per gli esseri umani che lavorano con fatica ma per i veri poltroni che vivono dei proventi derivanti dalle speculazioni finanziarie.
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