Serramanna, S’ofelleria de signor Virdis


di Antonio Ledda
Quando ero piccolo ricordo che la domenica e i giorni di festa era consuetudine per grandi e piccoli incontrarsi con gli amici, nel primo pomeriggio, in sa Pratza Pubbrica (nella Piazza Martiri) nel centro del paese, ma anche in altri luoghi, come in Su Mobìu, come veniva chiamata la piazza Matteotti o nella rettangolare piazza Gramsci dove si trovavano le prime scuole elementari e il vecchio Municipio del paese. Uno passava a casa a prendere l’altro oppure ci si ritrovava tutti direttamente in piazza. Nei giorni di festa anche noi ragazzini, quando ci incontravamo, si decideva se partecipare alla fiumana de sa passillada, che io chiamavo “andadas e torradas” perché era come andare a nuoto avanti e indietro nella stessa vasca girando in senso antiorario, cosa che avveniva immancabilmente ogni sera. Oppure se non si voleva partecipare a quel via vai si cercava una panchina libera, anche se erano poche e quasi sempre occupate dagli anziani che controllavano e guardavano la passeggiata o chiacchieravano del più e del meno dei fatti che accadevano nel paese. Altra meta preferita per noi era s’ofelleria de signor Virdis, una pasticceria, caffetteria e bar sulla strada principale, a destra salendo verso la piazza centrale. S’ofelleria, con bottega di dolcerie annessa, si trovava al centro di Pendio Grande in una bella casa stile Liberty con la facciata color verdolino veneziano, le cornici e rifiniture bianche e i balconcini eleganti in ferro battuto al primo piano. Si accedeva al bar attraverso un largo ingresso laterale che dava su un cortile interno dove erano disposti dei tavolini con piede in ghisa nero e piano rotondo in marmo bianco, le sedie eleganti in ferro battuto, anche quelle in stile Liberty. Sedie dove ci accomodavamo e unendo i nostri pochi soldi compravamo una bottiglia di spuma al cedro. Lì restavamo tutto il tempo possibile con il bicchiere semi pieno, fin quando il cameriere, sempre in livrea con farfallina nera e camicia bianca, con un tovagliolo bianco piegato all’avambraccio, visto che ci trattenevamo troppo, ci mandava via per lasciare posto ad altri clienti adulti che consumavano più di noi. Il sig. Virdis faceva il rappresentante di dolciumi nella provincia di Cagliari, nell’edificio che dava sulla strada principale, fatti alcuni gradini, attraverso una porta indipendente dal bar si entrava nel suo negozio di dolci e liquori dove i clienti andavano a comprare, perché si vendeva di tutto, anche gli ingredienti che le nostre mamme usavano per fare e guarnire i dolci e le torte. Si trovava dallo zucchero a velo e granulato, al cioccolato, al lievito “Bertolini”, a sa tragera (alle palline colorate o argentate per dolci), alle codette colorate, ai foglietti sottilissimi dorati o di tanti altri colori usati per abbellire is pistocus de Serrenti (biscotti ricoperti con la glassa bianca), alle torte per ogni occasione, alle spezie, alle essenze per liquori e rosoli, ai confetti, ecc. Tutto era esposto in contenitori di bella forma in vetro o in ceramica, come in un’antica farmacia. Ricordo nelle vetrine in cristallo lungo le pareti o sopra il bancone le grosse e famose ciliegie rosse allo sciroppo di amarena. Era un locale bello a vedersi, pulito e scintillante, il nostro occhio si perdeva su quelle delizie e tutto faceva venire l’acquolina in bocca a chiunque entrasse. Anni prima il locale era famoso perché d’estate, con il caldo, si potevano bere dei bicchieri di acqua freschissima, una vera meraviglia, perché signor Virdis fu tra i primi a portare una macchinetta per il ghiaccio. Faceva anche un buonissimo gelato artigianale con vari gusti che serviva in coppette o con i primi coni in biscotto. Nel bar c’era sempre un buon servizio, facevano il caffè espresso il cui aroma misto al profumo delle paste fresche alla crema, si sentiva assieme a tante altre cose buone, anche quando si passava nella strada. Ricordo che quando salivo verso sa pratza Pubbrica, se mi trovavo dall’altra parte della via all’altezza del negozio de Lidia Lai, mi portavo da quel lato per gustarmi meglio quei deliziosi e dolci profumi e dare uno sguardo all’interno attraverso le vetrine. Gli altri bar in confronto erano delle bettole/bottega come quella de tzia Bonarina vicino alla piazza Gramsci, gestita da due sorelle. Lì compravamo i gelatini di zucchero, i pinguini di diverso colore a seconda dei gusti, i lecca-lecca, le caramelle assortite, la farina di castagne in bustine, ecc. Si diceva che a una di loro rimasta signorina, mentre l’altra era vedova con due figli, fosse interessato il fabbro che aveva l’officina di fronte. Un uomo molto timido, gracile e magro, ma nonostante la sua corporatura, ad osservarlo mi pareva il mitico “Vulcano”, con la schiena curva e tutto nero di fuliggine fino ai capelli. Ogni tanto lasciava il lavoro della bottega e si affacciava sulla strada cun su davantaliu de pedhi (col grembiule in cuoio) per vederla. A volte, passando dalla strada, si sentiva battere con un certo ritmo il martello sull’incudine ed era come se attraverso quei suoni volesse comunicarle i suoi sentimenti. Anche questo mestiere tradizionale e antico pian piano è scomparso da Pendio Grande. Alla chiusura dell’Ofelleria del signor Virdis, trasferitosi in seguito a vivere a Cagliari, venne aperto il bar Murgia che dava sulla piazzetta de su Mobiu e che presto si riempì di tavolini. Era gestito dal vecchio cameriere che aveva lavorato un periodo presso il signor Virdis e sapeva trattare e servire i clienti con gentilezza e professionalità come nei bar importanti di città. Bar che in seguito vennero frequentati dai giovani che andavano sempre più numerosi a studiare e a lavorare a Cagliari. Oggi nel paese ci si lamenta spesso che non si è trattati con la stessa accortezza e gentilezza di una volta, sembra ormai scomparso quel savoir-faire del passato e il famoso detto “il cliente ha sempre ragione” è entrato in disuso.

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