Serrenti: Guglielmo Diana, l’ultimo serrentese che ha cavalcato su cuaddu di Anna Trutiri


di Fulvio Tocco

Intervista

Mi rivolgo a te per fare luce sulla cancellazione di un monumento naturale, di grande bellezza, che rimaneva sul versante di Monti Crastu in direzione del Crocevia di Villasanta. Ho saputo che la tua prima esperienza lavorativa l’hai compiuta proprio in quella cava dove tuo padre, negli anni Cinquanta, ci costruì una tramoggia per la frantumazione della roccia calcarea. [caption id="attachment_91635" align="alignleft" width="395"] Monti Crastu[/caption] «All’età di 13/14 anni ho iniziato le mie prime saltuarie esperienze nelle cave di pietra di Serrenti. I veterani rappresentati dalla famiglia Tiddia mi mettevano a sbozzare le pietre con una punta tagliapietre. A 15 anni fui assunto regolarmente dalla “Società in nome collettivo Ing. Enrico Pani e Binaghi” che aveva in concessione la coltivazione della cava di Monti crastu. La stessa società, per garantire le forniture di pietrisco alle ditte richiedenti realizzò, a metà costa, un frantoio.  Da quel sito ricco di pietra calcare si cavava e si frantumava il materiale inerte per la realizzazione della strada statale per il tratto “Villasanta – Samassi, Serramanna e Villasor”. In quel periodo ho iniziato a prendere anche confidenza con gli automezzi da trasporto». Come mai hai imparato a guidare gli articolati fin da ragazzo? «Per consentire il regolare carico sotto la tramoggia gli autisti mi chiedevano il favore di spostare il loro mezzo in avanti e indietro per meglio distribuire il carico sul cassone. A furia di farlo ho assunto anche dimestichezza nella guida delle grandi macchine da trasporto che in seguito mi hanno accompagnato per il resto della mia vita professionale». Sessantasei anni fa, sul sito di Monti Crastu venne abbattuto su Cuaddu di Anna Trutiri; a quel che si dice in paese, tu sei stato uno dei testimoni diretti, dico bene? «Ciò che dici corrisponde al vero. Durante la mia permanenza a “Monti Crastu”, ricordo come se fosse oggi, della presenza de “su Cuaddu di Anna Trutiri”. Questo era situato nell’area sovrastante l’attuale blocco di cemento armato che a suo tempo sosteneva la tramoggia. Questa veniva alimentata dai vagoncini di un trenino che convogliava le pietre, raccolte nell’areale della cava, da frantumare». Puoi descrivermi le dimensioni del cavallo di pietra? «Era un grosso masso in pietra calcarea a forma di cavallo. Era alto circa tre metri. Un monumento naturale di straordinaria bellezza che aveva le fattezze di un cavallo vero. La testa era abbastanza semplificata, quasi un abbozzo, ma il resto del corpo, più largo di un metro, si prestava per stare in sella e per mimare il galoppo del cavallo in carne e ossa. Sino a quando non fu improvvidamente abbattuto i ragazzi di Serrenti ci salivano per divertimento. Ogni tanto venivamo a sapere di qualcuno che si faceva male cadendo. Anche io ho in fronte i segni di una ferita causata dallo scivolamento dalla pianta del fico alla quale ci aggrappavamo per salire in groppa al cavallo. Era un sasso di grandi dimensioni conosciutissimo anche dalle coppiette di persone che oggi hanno dai 90 ai 100 anni perché sulla roccia a fianco si trovava una apertura (conosciuta come la fessura degli amanti), nella quale, nei giorni della festa di Santa Vitalia, si appartavano i fidanzati del tempo. Qualcuno dirà ma come è possibile se le donne, di norma venivano accompagnate da un fratellino da una sorellina durante le ore libere? Eppure ti confermo che su quella cavità tante coppiette si sono appartate!» È vero che mai nessuna autorità si preoccupò di quel bene culturale? [caption id="attachment_91636" align="alignleft" width="547"] Bozza del monumento ricostruito dall'artista Lorenzo Muntoni[/caption] «Io da lavoratore che ha partecipato inconsapevolmente alla demolizione, ricordo che il capo cava aveva chiesto al personale preposto al brillamento di preparare una carica di tritolo per il suo abbattimento. Dopodiché, io assai leggero di corporatura, su invito di questa persona, ci andai sopra per praticare un foro profondo una ventina di centimetri nella roccia, esattamente sulla groppa, e ci misi l’esplosivo. Con la goliardia di chi non sa quel che fa lo cavalcai per l’ultima volta come un cavallo vero. Una volta a terra, ho fatto appena in tempo a sollevare lo sguardo sulla figura del mitico “cavallo” che un tremendo frastuono, in pochi secondi, disintegrò.  Così quell’opera artistica, dalla fisionomia di un grande cavallo in carne ed ossa, che guardava verso la piana di Sanluri è stata completamente distrutta. Se l’avessimo fatto oggi ci avrebbero arrestati tutti e avrebbero fatto bene. Ma a quei tempi non c’era nessuna sensibilità per la tutela dei monumenti naturali. Mai, neanche a scuola, ho sentito parlare di queste rocce bellissime come un bene culturale di Serrenti». Corrisponde al vero che a quel “cavallo” venivano attribuite delle proprietà benefiche? «Secondo le testimonianze degli anziani, quando una persona si sentiva debilitata, per ricaricarsi saliva a “Monti Crastu” per attingere nuova energia stando in sella a quel “cavallo”. Questo i titolari della cava non potevano saperlo perché provenienti da altre realtà. A loro interessava solo lo sfruttamento di quel sito ai fini imprenditoriali. Le persone del paese adoravano il “cavallo di pietra”, ma non al punto di proteggerlo dall’occupante esterno che, è vero, ha dato il lavoro ai nostri compaesani sino allo sfruttamento totale della cava ma è stato anche quello che ha cancellato un pezzettino della nostra storia. Oggi i suoi frammenti, come ti ho detto prima, sono dispersi sotto il manto dello stradone che parte da Villasanta ed arriva sino a Villasor». Quando quel capocantiere ti chiamò per realizzare quel foro sulla roccia, per inserire una carica di tritolo, eri consapevole che stavi contribuendo alla distruzione di uno dei monumenti naturali del tuo paese?  [caption id="attachment_91637" align="alignleft" width="548"] Bozza del monumento ricostruito dall'artista Tullio Meloni[/caption] «Spesso diventa molto difficile da spiegare il concetto di appartenenza ad una comunità.  Ma soprattutto come si dimostra il senso di appartenenza alla propria comunità. Non so come spiegartelo ma ti devo dire che con la consapevolezza che ho oggi della questione “appartenenza” posso dirti che io quel “cavallo” l’avrei difeso con tutte le mie forze e su Cuaddu di Anna Trutiri poteva essere uno dei monumenti (naturali) che sarebbe tornato utile per l’immagine del nostro paese sulla pianura del Campidano. E io oggi sarei più sereno! Invece ho tradito me stesso dando ascolto a chi organizzava il lavoro nella cava che a fine giornata rientrava sempre al paese suo». Come mai, solo ora, hai voluto acclarare questo fatto? «A distanza di 66 anni la stragrande maggioranza dei serrentesi non ricorda nemmeno dell’esistenza di quella roccia sacra. Alcuni azzardano delle ipotesi che non corrispondono al vero. Altri parlano per sentito dire deformando la storia di quel monumento. Ecco perché ci tenevo tantissimo a mettere nuovamente in evidenza la fine che ha fatto su Cuaddu di Anna Trutiri». Grazie della tua testimonianza Guglielmo, grazie davvero!

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