“Su predi sconcau”: tra storia e leggenda


di Mario Pusceddu
Ve la racconto così come la ricordo: senza garantire che sia verità ciò che a me raccontò il tizio quella sera. Correva l’anno 1958. A quei tempi lavoravo per conto di una impresa edile di Guspini al restauro interno della caserma dei carabinieri di Arbus posta in via Senatore Garau. Il capomastro, un certo “Boiccu”, guspinese, ci comunicò che a fine giornata potevano scendere a Guspini a casa dell’impresario per, “forse”,  riscuotere  la quindicina. Spesso Il viaggio era inutile o tornavamo semplicemente con un piccolo acconto. Anche quel giorno fu così . Alcune volte prendevamo a noleggio una bicicletta da Tziu Gildu Pruna (personaggio conosciutissimo ad Arbus negli anni 60/70, proprietario dell’omonimo cinema e di numerose biciclette che affidava in noleggio) ma il più delle volte per risparmiare le 100 lire del noleggio preferivamo raggiugere Guspini a piedi passando de “su mori de Luzifuru”. Era un gelido sabato sera di fine febbraio 1958. Alle sei di sera io ed un altro compagno di lavoro del quale non ricordo il nome (altri due preferirono raggiungere Guspini in bicicletta)  raggiungemmo Genne ‘e Frongia. Era quasi buio e facemmo il sentiero che porta a Guspini con una certa fretta. Dall’impresario riuscimmo a ottenere appena qualche migliaio di  lire d’acconto: “Itta sabudu tristu po su maistu chi no proidi schistu” (che sabato triste per il maestro a cui davano i soldi della paga settimanale), commentammo con la solita ironia.  Subito dopo, con l’intento di arrivare a casa intorno alle nove per l’ora di cena, riprendemmo il sentiero de “su mori” dove di sicuro ci saremo fermati a “sa mitza”  a bere un po’ d’acqua fresca. Io avevo in tasca  una piccola pila tascabile che accendevo solo nel buio più pesto utile sicuramente nel percorrere un tratto così accidentato. «Speriamo di non trovare “su predi sconcau”» - disse evidenziando una certa paura il mio compagno. «Magari lo trovassimo - risposi io quasi con aria di sfida - così ci faremmo dire dove nasconde il suo tesoro». Con passo svelto  riprendemmo il cammino e giunti in prossimità de “sa mitza” vidi una lucina. «Tò c’è qualcuno - dissi io - speriamo  sia il prete e ci dia un po’ del suo tesoro». Mi girai per vedere il mio compagno ma lui, confessando la sua paura, disse che preferiva tornare indietro verso  Guspini per poi risalire ad Arbus attraverso la statale  con la speranza e magari  un po’ di fortuna potesse trovare un  passaggio in auto , cosa molto improbabile vista la scarsità in quei tempi di auto in circolazione. «Ma tu sei scemo - gli dissi- siamo quasi a Genn’e Frongia, in questa maniera a casa non arrivi neppure per la mezzanotte». Consiglio del tutto inutile dal momento che con il cuore in gola in tutta fretta il mio compagno di avventura (o sventura) cambiò direzione e a rotta di collo si diresse nuovamente verso Guspini. Rimasi solo. Devo precisare una cosa: non ho mai avuto paura dei morti e neanche dei vivi. A farmi compagnia la mia “arresoja “ che impugnavo con coraggio. Arrivato a “Sa mitza de Luziferu” vedo che seduto nei pressi c’era un uomo un po’ anziano con un cappellaccio nero in testa. Sul muretto della fontana a illuminare quel luogo pieno di mistero e leggenda una di quelle lampade a petrolio che a quei tempi usavano i carrettieri. Notai che più avanti c’era un asino legato ad un albero e due grosse “bettuas  (bisacce)“ piene di qualcosa. «Bonasera - gli dissi-» . «Bonasera piccioccu (giovanotto), no du timis tui su  predi sconcau»? «Nossi, deu no timu ne predis e ne paras. Poi fustei, sa conca da potada»! «Tu ragazzo sei furbo - rispose - voglio raccontarti la verità. Non è vero che mi è stata mai tagliata la testa anzi, fui io a tagliare la testa al mio aggressore: il marito tradito di una con cui avevo fatto l’amore qualche ora prima e alla quale avevo regalato una collana d’oro parte del mio tesoro». «Ma allora - faccio io - tutto ciò che raccontano»? «Tottus contus de forredda. Ma visto che sei un ragazzo coraggioso voglio raccontarti tutta la verità. Mi chiamo Meraldo Spiga, non sono un prete ma tutti mi chiamano “Don Caboru” perché sono sempre vestito con questa tonaca nera quasi fossi un serpente. È vero  ho un gran tesoro nascosto, un tesoro che trovai su una spiaggia di Arbus. Un tesoro probabilmente abbandonato dai corsari saraceni parecchi secoli fa. Da quando uccisi il marito della mia amante sono ricercato dagli abitanti del paese con la minaccia che mi avrebbero tagliato la testa e rubato il tesoro. Da allora sono qui tutte le notti ad aspettarli. Una attesa inutile però perché per paura, da queste parti,  non si ferma mai nessuno. Tu ragazzo sei il primo. La prossima volta che ci incontriamo ti dico dove puoi trovare parte del mio tesoro. Ora però vai a casa che è tardi e ti aspettano  per la cena». Arrivai a casa alle nove e mezzo. Trovai mia mamma preoccupata per il ritardo. Consegnai i soldi avuti in acconto e cenammo tranquilli. Conoscendo mio padre non feci minimamente cenno dell’ incontro avuto a “Luzifuru cun su predi sconcau”. Il lunedì successivo, due giorni dopo, si riprende il lavoro e come di consueto a mezzogiorno c’era la pausa pranzo. Strada facendo, il corso principale del paese, arrivato all’altezza di pratz’e Santu Luxori vedo un uomo preciso a quello che vidi due giorni prima a Luzifuru. Con se aveva un asino carico di due “bettuas” piene di “concheddas de gureu de sattu” (Cardi selvatici privati di gran parte dei gambi). Come mi vede mi chiama e sorridendo mi dice: «Tieni ti regalo un po’ del mio tesoro».  Ecco questa tra vita  realmente da me vissuta  e un pizzico di leggenda  è la storia del mio incontro con “su predi sconcau”, storia che di generazione in generazione si tramanda regalando un pizzico di mistero a “Su mori de Luzifuru e su predi sconcau”.  

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