Testimoniare fra dovere e paura


di Francesco Diana
Almeno una volta nella vita, a ciascun individuo sarà successo, o capiterà, di assistere involontariamente a un reato più o meno grave o comunque a un fatto illecito che, per dovere civico oltre che morale, dovrebbe portare il testimone a riferire all’Istituzione preposta. In tale contesto, invece, la prima reazione dell’individuo involontariamente coinvolto, sovente sarà quella di guardarsi intorno per verificare se qualcun altro può aver notato la sua presenza, in modo da poter scegliere fra l’opzione di offrire spontaneamente la propria disponibilità a testimoniare in un eventuale giudizio, oppure trincerarsi sul classico: “non ho visto e sentito nulla”. Nel caso in cui, al contrario, dovesse avere il sospetto che qualcun altro possa aver notato la sua presenza, al punto da ipotizzare un eventuale coinvolgimento come testimone oculare in una eventuale sede dibattimentale, nella sua mente terrorizzata cominceranno ad affollarsi una miriade di opzioni dettate dalla paura. La prima opzione riguarderà l’omertà, ossia la “Legge del silenzio”, intesa però non come, ad esempio, nelle organizzazioni malavitose di stampo mafioso, secondo cui nascondere l’autore del delitto allo Stato rappresenta un obbligo e una forma di solidarietà per dar modo all’offeso di punire direttamente il colpevole, ma unicamente per sostenere la tesi di comodo: “non ho visto e sentito nulla”, facendo per così dire “orecchie da mercante” e diventando, di conseguenza, parte integrante di un’evidente ingiustizia. Quanto sopra è originato in genere da un sentimento di indifferenza nei confronti di atti e fatti che non riguardano direttamente la propria persona, anche se di grave pregiudizio per la società cui appartiene come, ad esempio, i danni prodotti al patrimonio e all’ambiente; in altri casi da una marcata presunzione, dettata da tal supponenza che lo fa ritenere al di sopra dei fatti di cui e testimone. In tutti i casi, comunque, predomina la “paura” di essere oggetto di eventuali rappresaglie, anche nei confronti della propria famiglia. La seconda opzione, consequenziale alla prima, riguarda la “reticenza”, intesa non tanto come voler tacere notizie e circostanze di cui si è a conoscenza ma, pur testimoniando, interrompere volutamente e artatamente il proprio racconto, lasciando chiaramente intendere ciò che intenzionalmente ha omesso. L’ultima opzione fa riferimento al principio della fede cattolica che impone di “non giudicare se non vuoi essere giudicato” e ancora: “perché osservi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?”. È questa un’opzione che solo in minima parte condiziona le decisioni riguardanti le testimonianze. Ciò premesso, non si può non rilevare che il sentimento dominante in tali circostanze è la paura, quella che in molti casi porta l’individuo ad assumere posizioni contrastanti col proprio modo di concepire la vita in comune. A incidere maggiormente sul sentimento di paura è il pericolo, aimè abbastanza concreto, di poter subire rappresaglie per se e per la propria famiglia, a causa dei particolari dettami della Giustizia e della palese inefficienza dello Stato nel proteggere il cittadino in caso di rappresaglie. Non è solo questa la paura che attanaglia il cittadino comune chiamato a testimoniare al cospetto di un Tribunale. Chi ha avuto l’opportunità e/o il dovere di farlo, descrive la testimonianza come un sacrosanto impegno civile, ma che però incide sensibilmente sui processi psichici della persona, specie di quella proveniente da piccole comunità e dotata di un livello culturale alquanto limitato. Dopo aver prestato il giuramento, leggendo a voce alta e nel silenzio più assoluto la frase di rito contenuta in un foglietto che il Giudice gli consegna: “consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, m’impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è di mia conoscenza”, si troverà immediatamente sotto il fuoco incrociato delle domande che gli saranno formulate dal Pubblico Ministero, dal difensore dell’imputato, dall’eventuale parte civile dallo stesso Giudice, che costituirà il momento più insidioso dal quale potrà dipendere condanna di un colpevole o l’assoluzione di un innocente, oppure, al contrario, la condanna di un innocente o l’assoluzione di un colpevole. In quei frangenti la psiche del testimone è sottoposta a una miriade di sollecitazioni imposte dalla fedele ricostruzione dei fatti di cui è a conoscenza, al fine di non cadere in contraddizione o, peggio ancora, non cambiare la propria versione eventualmente già resa in precedenza, che lo esporrebbe ai rischi di “falsa testimonianza”. Per venire incontro al testimone, tuttavia, la Legge prevede la formulazione di singole e precise domande cui dovranno corrispondere singole e altrettanto precise risposte, che eviteranno al testimone la ricostruzione cronologica dei fatti a conoscenza che, per questioni di memoria, percezione emotiva, stress e quant’altro,  risulterebbe nel contesto assai problematica. Se riguardo a quanto esposto, la paura di testimoniare potrebbe trovare valide giustificazioni, altrettanto non si può dire per chi, a conoscenza di un fatto illecito che coinvolga in qualche modo l’intera collettività, omette colpevolmente di riferirlo all’Autorità costituita per l’adozione dei necessari provvedimenti. E’ il caso, ad esempio, degli incendi dolosi, dei danneggiamenti della cosa pubblica, dei gravi danni provocati all’ambiente, nei confronti dei quali prevale l’atteggiamento di colpevole indifferenza. In tutti questi casi domina sempre l’errato concetto secondo cui la cosa pubblica non ci appartiene: “è il comune che si deve interessare!”, è il commento ricorrente! “sono i Carabinieri, i Vigili Urbani o la Compagnia barracellare a vigilare perché ciò non accada  Perché devo essere io a farlo per poi subirne le conseguenze?”. Riflettiamo dunque attentamente su tali comportamenti per modificarli e adeguarli alle esigenze che la Società moderna impone. Crescere è un’esigenza da tutti riconosciuta, ma crescere significa anche maturare. Ciascuno di noi faccia la propria parte, dunque,  nell’interesse della collettività.  

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