>Sa funtana de su seddaiu Passeggiando lungo le strette strade del centro storico è possibile vedere, di tanto in tanto, tra un palazzotto e l’altro costruiti dopo il 1960, alcuni grandi portoni con caratteristiche architettoniche che ancora testimoniano l’antica presenza di culture diverse. Nel centro abitato si distinguono nettamente due parti. La prima, quella più antica, posizionata al centro del paese ai piedi del monte Santa Margherita, presenta le sue amene casette non molto alte e ristrutturate, alcune delle quali mantengono la struttura delle vecchie corti e i segni dell’antichità con fregi sotto i cornicioni e piccoli archi sulle finestre (Casa Loi) o conservano gelosamente disegni sulle pareti esposte all’interno delle stanze. Sino agli inizi del 1600, quando la chiesa principale di Guspini era quella di Sant’Alessandro, dove c’è l’attuale edificio ex scuola elementare Sanna, il luogo pubblico (il Forum), successivamente denominato piazza, o luogo delle adunanze dove la popolazione si riuniva, era lo spiazzo de sa funtana de su seddaiu, accanto alla via Giardini, che sino al periodo fascista forniva l’acqua potabile all’intero rione. Il pozzo veniva così chiamato perché nelle sue vicinanze c’era la bottega di un sellaio di cognome Saba, assai abile nella costruzione dei finimenti per gli animali da sella o da lavoro. Dal 1350 al 1650 circa, come risulta da fonti storiche, lo spiazzo è stato il luogo in cui venivano prese le decisioni amministrative, commerciali, politiche e religiose della vita urbana. Il Mastio Aragonese Nel 1700, con il vescovo mons. Pilo, una parte dell’edificio fu adibito a Monte Frumentario Nel 1576 e nel 1630 si registrarono le maggiori stragi per peste e anche a Guspini fu imposto dalle leggi spagnole di isolare chi ne fosse colpito per evitare ulteriori contagi. In applicazione delle allora norme di ordine e salute pubblica sorse, nella località che oggi è conosciuta come Monte Granatico, una sorta di lazzaretto. Anticamente la sua posizione era a sud-ovest del borgo storico di Guspini. Più sotto, al di là del bastione aragonese, vi era un fossato dove scorrevano le acque piovane provenienti dalla località di Bingias de susu. Era un’area recintata e attorno al mastio si costruirono capanne di paglia e fango che rappresentavano, per gli sfortunati che arrivavano, un luogo di isolamento e di morte. Era chiuso e custodito da guardie. I soccorsi agli appestati venivano solo da religiosi o da preti che vi celebravano la messa aiutati da laici aderenti all’Ordine Cavalleresco di San Giovanni.Cessata l’epidemia, le capanne furono distrutte. Dopo il 1630, finita la seconda ondata di moria per peste, di fatto nella chiesa di Sant’Alessandro cessarono le celebrazioni liturgiche e vi restò soltanto la sede della Confraternita del Rosario. Le celebrazioni religiose proseguirono nella nuova parrocchiale di San Nicolò e nella chiesa di Santa Maria. I forni di calce Le famiglie, sino al 1960, erano costituite da numerosi componenti, mentre le poche redditizie attività della campagna non erano sufficienti a garantire una dignitosa sopravvivenza, e per questo le nostre genti impararono capacità e conoscenze particolarmente apprezzate nel campo dell’imprenditoria artigianale. Sono diversi i guspinesi che hanno dato lustro alla propria terra natia creando piccole e grandi aziende che hanno fatto dei loro prodotti un vanto per il paese. Tra le arti tipiche di Guspini ebbe particolare importanza per l’economia la produzione, assai diffusa, della calce. Bambine/i, ragazze/i e donne si inoltravano lungo i sentieri che attraversano le colline di argilla di Cuccureba per cercare le pietre bianche e venderle ai proprietari delle fornaci o calcinaie. I forni venivano costruiti dove era facile reperire le materie prime necessarie: legna, acqua e pietre bianche, assieme alla conoscenza dei segreti della lavorazione, erano alla base della produzione della calce. Una volta terminate le operazioni preliminari si provvedeva a caricare il forno. La fase del suo riempimento era la più faticosa, poiché si provvedeva alla raccolta e al trasporto, per lo più a spalla, del materiale: una prima squadra d’operai si occupava della materia prima e una seconda squadra del legnatico. Nella parte centrale, più vicina al fuoco, erano posti i blocchi più grandi, mentre man mano che ci si allontanava si sceglievano i pezzi più piccoli. Terminata la fase di riempimento si procedeva all’accensione del fuoco nel fornello appositamente predisposto. A ridosso del forno era allestito un piccolo ambiente utilizzato dagli operai come riparo sia nei mesi estivi che invernali. Il lavoro e la fatica sostenuta dagli operai erano immani: infatti, per portare a compimento il processo di cottura di un solo forno, era indispensabile la manodopera di almeno 8-10 persone, che si alternavano per due alla volta per un intero mese, sia di giorno sia di notte. In molti casi il lavoro era svolto da squadre ridotte, e allora la fatica era ancora maggiore, anche perché era prioritario non far spegnere il fuoco altrimenti tutto il lavoro sarebbe stato inutile. La tecnica per la cottura delle pietre calcaree si tramandava nel tempo fra le famiglie, ma solo in poche erano in grado di eseguirla in modo perfetto. Non bisognava solo far fuoco, era necessario conoscere i materiali necessari e soprattutto i tempi e il grado di cottura. La calce così prodotta riusciva a soddisfare le esigenze di un villaggio intero. Veniva usata, mescolata alla sabbia, come materiale per la costruzione delle case, come intonaco, per l’imbiancatura dei locali (date le sue caratteristiche disinfettanti), così come in agricoltura. LE SCUOLE Anticamente l’istruzione della popolazione era gestita dai sacerdoti che, oltre alla dottrina cristiana, dovevano insegnare a leggere, scrivere e far di conto. Le spese dell’istruzione primaria erano tutte finanziate dal legato del prete Mancosu: i fondi erano destinati alla scuola per il materiale scolastico essenziale, mentre per locali si utilizzarono le abitazione dei sacerdoti. L’iniziativa fece scalpore ovunque. La scuola fu resa ufficiale da una Bolla del Pontefice Pio VI che esonerò il paese di Guspini dal pagamento delle decime per l’utilizzo filantropico delle tasse. La frequenza obbligatoria vi era solo per le prime due classi. Nel 1863 fu istituita la terza classe, dedicata ai maschi, per evitare che le famiglie mandassero fuori dal paese i propri figli per continuare l’istruzione. Intorno al 1839 i sacerdoti vennero esonerati dall’istruzione ma nella popolazione si manifestò il malcontento e pertanto furono riammessi all’insegnamento. La scuola diventò pubblica nel 1863 e da quel momento l’istruzione fu completamente gestita dal Comune. Gli edifici scolastici più antichi sono la Scuola Sanna, del 1889, e la Scuola Grazia Deledda del 1920. Mauro Serra
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