Villacidro, il museo fantasma in un paese abbandonato?


di Efisio Cadoni e Comitato Cívico Civile Cittadino con 573 firme
Il 20 marzo del 2002 notíficai alla Soprintendenza Archeològica Càgliari-Oristano “il ritrovamento di alcuni reperti archeològici d’età romana, di proprietà paterna, durante il riòrdino dei magazzini della mia abitazione”, in cui èrano stati lasciati in sèguito alla chiusura di una vecchia cantina donata a mio fratello maggiore. Gran parte degli oggetti eran sempre stati nel soggiorno della casa paterna ed èrano stati successivamente trasferiti nel soggiorno della mia casa, nel medésimo edificio di viale Don Bosco. Mio padre, li trovò in parte nella zona collinare di Villascema, dove possedeva un ciliegeto, e a Mazzani, tra i monti di Villacidro e Vallermosa quando aveva quíndici - sèdici anni, nel 1908, forse affascinato dai racconti di suo nonno materno, Luisu Cogotti, su meri bonu, e di suo zio, fratello di sua madre, Ignazio Cogotti, avvocato-poeta, l’uno e l’altro síndaci di Villacidro, il primo dal 1884 al 1889 e ancora del 1892 al 1894 e l’altro dal 1908 al 1919, che gli permettévano di praticare la sua passione e il suo interessamento alle antichità.. Era il tempo in cui dalla fine dell’Ottocento al primo decennio del Novecento si studiava la terra intorno a Villacidro (il paletnòlogo Lovisato, appassionato di archeología ebbe in dono, dal síndaco Pinna-Curreli, il famoso “barbetta”, l’offerente con la focaccia e la coppa dell’acqua di Sandan – ecco, Mar-Mat , “acqua” e San, “Sandan”, divinità epònima dei Sardi – ma lo restituí perché venisse studiato dagli esperti) e furon trovati diversi oggetti, tra cui una coppa con doratura, una moneta di Antonino Pio e la pilella del terzo “pozzo sacro”, uno dei templi a pozzo che a Villacidro si chiamàvano “cumbas de Mazzani (o Matzani)”, poi impropriamente detti “tumbas” per un’errata pronuncia della parola cumbas (dal greco kúmbe), che signífica “luoghi d’acque sotterrànee, bacini”, quelli che il Lovisato chiamava “favisse”, magazzini, ossía, in realtà, i templi a pozzo. La pilella, se di questa “pila” a forma di torretta nuràgica si tratta, fu trovata in quel período, credo, da mio nonno paterno Antonio Cadoni e, in ogni caso, fu nelle mani di mio padre Beniamino, uno dei piú giòvani (classe 1892), tra i diciassette figli di mio nonno Cadoni e mia nonna Cogotti e fu chiamata “pilastrino”, già dal 1908. Solo negli anni Settanta ho recuperato alcuni unguentarii di vetro e di terracotta, una o due brocchette e un piatto dal magazzino separato dall’antica cantina cui si accedeva dalla via Fluminera, la cantina di mio bisnonno Luisu Cogotti (e poi di mia nonna e di mio padre) dove mio padre li aveva lasciati, tutti provenienti, si diceva, da Solèminis dove mio padre si recava perché era un buon produttore di uno speciale “nuragus” dolcíssimo che barattava con altri vini bianchi e con vini rossi di quella regione sarda e per la sua passione per l’archeología, appena rientrato, dopo i dolorosi trentanove mesi di prigionía in Austria (Mauthausen) e in Russia (Gorkji) al freddo e alla fame, dalla prima Guerra mondiale, per la quale, con eroismo e sacrificio (fu anche ferito due volte in combattimento), ebbe la medaglia d’oro di Vittorio Vèneto, ma sempre dimenticato con tutte le altre migliaia e migliaia di prigionieri abbandonati dai governanti e dai generali, persino dopo il ritorno in patria, per i meno sventurati, costretti a vívere una vita senza eroismi, ma con rassegnazione e con maggior sacrificio…, nella pace italiana, prima e dopo la seconda grande guerra. Dopo l’apertura del Museo villacidrese in cui, solo in parte, i responsàbili del Comune di Villacidro hanno ordinato e disposto i reperti dentro le teche d’esposizione, nel Monte granàtico di “Piazza Zampillo”, ma han lasciato in qualche àngolo nascosto tanti altri oggetti (tra i miei, senza dubbio, le mattonelle romane con i “marchi” di fabbricazione, la dea madre e chissà quali altri), non si è piú tenuto conto dell’importanza di tenerlo in òrdine e a disposizione dei visitatori. Il locale, lasciato in mano ai noncuranti soci della Pro Loco, per almeno dieci anni è stato lasciato al buio della sua sepoltura, nel dimenticatoio, nel ripostiglio dell’inefficienza e dell’incuria con tutto il suo museo Ho richiesto tante volte di riavere i miei oggetti di inestimàbile valore, ma niente fino ad ora. Nel marzo del 2014 scrissi una léttera alla Síndaca da cui ottenni di riprèndere la Pilella che lasciai nella sua teca perché venisse esposta nel Museo d’Arte sacra “Santa Bàrbara”, là dove si trova ancor oggi. Ma, dopo la dipartita di Monsignor Giovannino Pinna, il Museo è ancora chiuso. Nella prima léttera (Villacidro, 20.III.2002. prot. 5032) alla Soprintendenza scrissi : “… Il sottoscritto manifesta la volontà di affidarli temporaneamente al Comune di Villacidro affinché vèngano studiati e catalogati unitamente agli altri reperti artcheològici … al fine di una loro valorizzazione in tèrmini scientífici ed espositivi. La sede temporànea di custodia è presso i locali dell’ex Montegranàtico, Piazza Zampillo, Villacidro…” Questa fu la risposta del Soprintendente per i Beni Archeològici, dottor Vincenzo Santoni, prot. 1961 del 3 marzo 2003: “ In riferimento alla Sua lettera del 20.03.2002, questo Ufficio, nel prèndere atto di quanto comunicato esprime parere favorevole all’affidamento dei reperti al Comune di Villacidro, dei quali si chiede comunque la documentazione fotogràfica… Dovranno essere fornite al responsàbile del progetto - e quindi a questo Ufficio - anche piú specifiche indicazioni in merito alla località di ritrovamento…” La mia risposta del 24.IV. 2003, prot. 5578, “Documentazione fotogràfica reperti notificati”, fu questa: “ … Per ciò che concerne le indicazioni in mèrito alle modalità ed alla località di ritrovamento non è a conoscenza dei tempi e luoghi inerenti alle modalità di ritrovamento come si evince dalla léttera di notífica a Voi mandata in data 20.III. 2002. Si allega elenco reperti…”   Ecco l’elenco:1) piatto di ceràmica (Solèminis), 2) unguentario di ceràmica (Villascema) 3) coppa di ceràmica, 4) brocca di ceràmica, 5) brocca di ceràmica, 6) brocchettina di ceràmica, 7) brocca di ceràmica (frammento), 8) coppa di ceràmica (trovati a Solèminis), 9) brocca di ceràmica (Leni), 10) brocca di ceràmica (Nuraxi), 11) brocca di ceràmica (Villascema), 12) brocchettina di ceràmica (Villascema), 13) boccalino di ceràmica, 14) unguentario di ceràmica (l’uno e l’altro di Solèminis), 15) brocca di ceràmica (Villascema), 16) idem (Leni), 17) idem (Leni), 18) frammento d’ànfora, 19) idem, 20) di lastra di pietra (testa di mazza di selce forata), 21) di lastra di ceràmica, (rotella fíttile) 22) di elemento architettonico, 23) pianella di ceràmica, 24) idem (Nuraxi), 25) brocchetta di ceràmica (Basseba), 26) pèntola di ceràmica, 27) frammento brocca di ceràmica, 28) frammento brocca di ceràmica (Villascema), 29) unguentario di vetro, 30) unguentario di vetro, 31) idem – frammento, 32) idem – frammento, 33) dea madre di pietra, 34) pilella di pietra (Matzani). Tutti di età romana, eccetto il n.° 20, il n.° 33 e n.° 34 di età nuràgica. Il 21 marzo 2014, prot. 20140006717 presentai questa léttera alla Síndaca: Il sottoscritto… proprietario dei reperti lasciati al Comune di Villacidro per una esposizione nel Monte granàtico, esattamente 12 anni fa, purtroppo da anni abbandonati nei magazzini e nelle teche del medésimo edificio, chiede di poterli riavere a sua propria disposizione…” Il 9 marzo 2017, prot. 4756 ho presentato alla Síndaca, all’Assessore alla Cultura e per conoscenza ho inviato al Soprintendente la richiesta che trascrivo: “   Il sottoscritto, proprietario dei reperti archeològici ecc… ecc… chiede di poterli riavere per disporne in ogni occorrenza entro un mese da oggi…” In un paese che da piú di un ventennio è sporco, disordinato, senza guida - società e luogo abbandonati, trascurati, rovinati persino dagli amministratori - società e luogo in cui anche l’anarchía morale, fors’anche intellettuale, è divenuta concetto “positivo” persino nella scuola, davanti all’assenza d’ogni autorità, d’ogni comando, d’ogni dovere, d’ogni règola, che cosa possiamo pretèndere, noi pòveri cittadini che davanti a un elemento “municipale” vigilante nullafacente che ci fa il grugno con le labbra bronce e ci soffia in faccia parole che apertamente ci dícono che non contiamo nulla, lasciando in pieno caos il limitatíssimo spazio del centro stòrico eccezionalmente destinato al suo controllo (semel tantum, semel in anno), che cosa possiamo aspettarci di buono? Sarebbe meglio interessarsi di civiltà preistòrica. Villacidro, 13 marzo 2017 Da quella data sono passati altri cinque anni e niente è cambiato da allora. Il museo “chiuso” è ancora chiuso ed è presentato con un grande ridícolo inútile cartello, appeso nella facciata sopra il portoncino d’ingresso del Monte granàtico ultrabicentenario che lo òspita. La colpa è degli amministratori? E ancora dimostrerà, come molti precedenti, il menefreghismo del menimpipo e del meninfischio di chi continuerà ad “amministrare” il Comune di Villacidro? E che cosa si deve fare per render “civile”, in tutti i sensi, un paese abbandonato, incominciando dal cosiddetto “centro stòrico”, con strade chiassose, piene di buche e di lastre rotte e aguzze, piazze e rotatorie prive di cartelli, capitelli pènsili e colonne e senza i segnali necessàri nel pavimento? e ancora strade coperte di vetri di bottiglie di birra e d’autovetture sparse in ogni dove, senza l’ombra di un vígile attento ed equo della Polizía urbana? Dal 1954 ad oggi la meravigliosa bellezza di Villacidro è solo nella natura? Guardiàmoci intorno. Il Museo fantasma è nel paese abbandonato?

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