Villamar, i tovagliati della parrocchia: un tesoro di fede e arte


di Albertina Piras
  Nella vita parrocchiale si custodisce un tesoro silenzioso: l’arte del ricamo. Per generazioni, tante donne hanno dedicato tempo, pazienza e cuore alla preparazione di tovagliati e arredi sacri, offrendo con ago e filo una forma concreta di devozione. Non si tratta soltanto di tessuti destinati all’uso liturgico, ma di segni vivi di spiritualità e tradizione, capaci di raccontare, ancora oggi, la fede intrecciata nelle trame e nei disegni. LE TECNICHE E I MANUFATTI [caption id="attachment_144784" align="alignleft" width="300"] Augusta Paschina[/caption] I nostri altari sono stati adornati da tovaglie realizzate nelle più diverse tecniche: dal pizzo rinascimentale al filet, dall’uncinetto ai punti più complessi della tradizione locale. Ogni tovaglia, ogni bordo, ogni tovaglietta o manutergio porta con sé una storia di cura e dedizione. Tra i lavori più pregiati ricordiamo le tovaglie in pizzo rinascimentale di Augusta Paschina, veri capolavori di eleganza e precisione. Accanto a lei, maestre come Marietta Masala e Nina Piano hanno impreziosito altari e celebrazioni con raffinate opere a filet. Non meno preziosi i lavori di Filomena Atzori e Natalina Piras, che hanno lasciato numerosi manufatti in ricamo e uncinetto, testimonianza di una fede tradotta in gesti semplici ma profondi. Ogni fiore intrecciato nei fili, ogni spiga ricamata, ogni bordo lavorato con pazienza diventa segno di un’offerta silenziosa ma eloquente.     L’ORIGINE E IL SIGNIFICATO DEI PUNTI TRADIZIONALI: IL FILET Il filet (o “filet a modano”) ha origini molto antiche: nasce come lavorazione delle reti da pesca, poi trasformate in oggetti ornamentali. Già nel Medioevo, e soprattutto dal Rinascimento, si diffuse come tecnica decorativa in Italia, Francia e Spagna. La base del filet è una rete a maglie quadrate sulla quale, con ago e filo, si ricamano motivi geometrici, floreali o simbolici. Nelle parrocchie, il filet è stato molto utilizzato per tovaglie e veli d’altare perché univa semplicità, leggerezza e resistenza. I motivi più comuni erano la spiga, il calice o la croce: segni di fede facilmente adattabili alla griglia regolare della rete.        

IL PIZZO RINASCIMENTALE Il pizzo rinascimentale si sviluppa in Italia tra il XV e il XVI secolo, in pieno Rinascimento, soprattutto a Venezia, Milano e Firenze. Si realizza con nastri di lino o cotone che vengono disposti seguendo un disegno e poi uniti con punti ad ago molto fitti. Questa tecnica permette di creare motivi ricchi e raffinati: volute, fiori, simboli sacri e intrecci complessi. Per la sua eleganza, fu scelto fin da subito per adornare altari e paramenti liturgici nelle grandi occasioni. Nella parrocchia di Villamar, le tovaglie in pizzo rinascimentale di Augusta Paschina sono un esempio prezioso di questa tradizione, vere opere d’arte che richiedono abilità, tempo e devozione.

[caption id="attachment_144790" align="aligncenter" width="763"] Marietta Masala e Nina Piano[/caption] UNA MEMORIA CHE CONTINUA Abbiamo voluto ricordare innanzitutto le persone che non ci sono più, come gesto di riconoscenza per ciò che hanno donato alla comunità. I loro lavori restano custoditi e visibili, soprattutto nelle celebrazioni solenni, come memoria viva della loro fede. Altri lavori, realizzati da persone che sono ancora in vita, verranno raccontati più avanti, per dare voce anche a chi oggi continua a portare avanti questa tradizione preziosa. PIÙ CHE OGGETTI, SEGNI DI FEDE I tovagliati non sono semplici tessuti: sono preghiere tradotte in filo, memoria tangibile di una devozione che ha saputo intrecciare arte e fede. Questo patrimonio di tessuti e ricami rimane un bene inestimabile, testimonianza della dedizione di tante mani e del legame tra comunità e liturgia.

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