Si chiama Manuela Cancedda, ha 43 anni, è nativa di Villamar, ma risiede in Veneto. Operativa anche in Sardegna, si occupa di consulenze nel campo delle risorse umane e, in particolare, di supportare le aziende per permettere loro di crescere. Manuela, innanzitutto, può spiegare di cosa si occupa? «Seguo le aziende e, interfacciandomi con i loro titolari, cerco di migliorare la loro produttività». Come? «Cerco di intervenire su tre pilastri fondamentali: fare in modo che le aziende stiano al passo coi tempi, organizzare la valorizzazione dei loro dipendenti e, infine, attuare piani d’azione che contemplino obiettivi più chiari da parte dei titolari». Stare al passo con i tempi cosa significa? «Dall’analisi delle aziende osservo che, talvolta, manca la formazione: l’assenza o l’inefficienza di questo elemento non permette all’impresa di aggiornarsi alle necessità del momento che richiede il mercato, di avere nuovi input e, di conseguenza, di crescere». [caption id="attachment_75172" align="alignleft" width="398"]
Manuela Cancedda[/caption]
Parla anche di “obiettivi più chiari”. In che senso?
«Sembra assurdo eppure una delle criticità che spesso osservo è il fatto che alcuni titolari non visualizzano abbastanza il loro “obiettivo d’impresa”. Le mie consulenze intervengono in modo che venga attuato un piano per partire da un punto A e, dopo aver ben chiaro il porto d’arrivo, si possa arrivare a B nella forma più efficiente possibile».
Lei interviene anche sui dipendenti: aver un buon ambiente di lavoro può secondo lei fare la differenza a livello produttivo?
«Sì, e le dico di più: a livello aziendale è questo uno degli aspetti a maggior criticità. Mi è capitato di lavorare per titolari di azienda che considerano i propri dipendenti più come un costo che non una risorsa. Gli imprenditori infatti, spesso senza rendersene conto, non riescono a farsi promotori di motivazione nei loro confronti e a renderli partecipi agli obiettivi aziendali. Tale mancanza porta a una graduale perdita di entusiasmo per chi lavora in quella realtà e al manifestarsi di un effetto domino che si ripercuote nell’ambiente di lavoro, rapporti fra persone inclusi».
Per capirci: in primis bisogna intervenire sul datore di lavoro?
«Sì. È lui il papà dell’azienda ed è sempre lui che fa il buono o il cattivo tempo».
Un’attività, la sua, ad ampio spettro dove per raggiungere i suoi obiettivi deve essere brava a incastrare accuratamente i pezzi di un grande puzzle.
«Sì, proprio così. Per far questo collaboro con tante imprese, anche sarde, e lavoro sia in presenza che da remoto: una modalità, quest’ultima, che ho sperimentato durante la quarantena e che ha dato risultati superiori alle mie aspettative».
Come arriva a questa professione?
«Ho lavorato per anni come consulente finanziaria, poi, quasi dieci anni fa e un po’ per caso, sono arrivata a frequentare un corso di formazione nel settore: è stato amore a prima vista. Mi sono licenziata dal mio precedente lavoro senza pensarci troppo; all’inizio, però, è stata dura».
Come mai?
«Ho avuto momenti in cui pensavo di aver sbagliato: non riuscivo a inserirmi come avrei voluto in questa nuova dimensione. Avevo però un mio mentore che non smetterò mai di ringraziare: è stata la mia responsabile che, prima di me, credeva nelle mie potenzialità. È anche grazie a lei che sono stata capace di trovare quelle mie risorse nascoste che possedevo, ma che non avevo la consapevolezza di avere».
“Trovare sé stessi per aiutare il prossimo”: un concetto, questo, che ha applicazione in tanti campi. Non trova?
«Sì, concordo e credo che la chiave del successo sia proprio, in primis, credere in sé stessi: l’aspetto del mio lavoro che più mi piace è proprio osservare come le persone siano capaci di rifiorire diventando capaci di portar fuori il loro talento inespresso».
Prossimi obiettivi?
«Tantissimi. Fra questi, però, uno in particolare: sto lavorando alla creazione di un network con alcune imprenditrici sarde. Tutti gli aggiornamenti professionali è possibile seguirli nelle mie pagine Facebook, Instagram o Linkedin».
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