La destagionalizzazione del turismo è uno di quei temi di cui tanto si parla e per il quale poco si è fatto negli ultimi decenni. Per rendere appetibile la Sardegna, al di là del classico slogan di “regione dalle belle spiagge e dai mari cristallini”, occorrerebbe sicuramente disporre di una classe politica che, soprattutto a livello regionale e territoriale, fosse una volta per tutte capace di pianificare un programma ben strutturato e mirato a una valorizzazione delle risorse artistiche e soprattutto archeologiche; alcune di queste ultime fra l’altro, su tutte i nuraghi, uniche nel panorama mondiale. Un piano che, necessariamente, dovrebbe andare ben oltre le classiche attività di fiera fuori dall’Isola (che, in alcuni casi, si trasformano in semplici gite premio per i responsabili del settore) e che contempli finanziamenti meglio indirizzati in un’ottica di sviluppo economico vero e non di facciata.
Sulla questione Maurizio Onnis, sindaco di Villanovaforru, comunità fiore all’occhiello in Marmilla per l’attenzione verso i propri beni artistico-archeologici, ha fatto sentire la propria voce dalla sua pagina Facebook alla luce di ciò che è stato recentemente catalogato in un museo del paese: «I primi di settembre abbiamo terminato il lavoro di sistemazione dei reperti in giacenza: ebbene, abbiamo contato ben 1.418 grandi scatole di plastica su 85 scaffali in ferro zincato, decine di migliaia di frammenti di ogni dimensione, tipo e provenienza. Qui a Villanovaforru abbiamo resti archeologici catalogati dai siti della Marmilla e poi da Macomer, San Vero Milis, Villagreca, Samassi, Cabras, Carbonia, Quartu, San Sperate, persino da San Saturnino a Cagliari. Ce n’è a sufficienza per riempire, con pezzi di pregio, un museo grande come quello che abbiamo già».
In considerazione di ciò, lo stesso sindaco fa una riflessione personale: «Se solo ci fossero i soldi per pagare una squadra di restauratori che lavorassero indefessamente a questo patrimonio, se solo avessimo la struttura da adibire a museo o sulla quale allargare il nostro, se solo riuscissimo poi a gestirlo efficientemente, il nuovo museo, e fossimo capaci di attirare visitatori per renderlo remunerativo. Tutte cose che, per mille motivi, sono ancora oltre le nostre possibilità. Ci si lamenta sempre che in Sardegna si scava poco ma, di fronte a questo tesoro dissepolto e ora nuovamente interrato, mi domando se non si sia scavato persino troppo. O comunque senza ordine, un piano preciso, una gestione consapevole dei ritrovamenti e le competenze indispensabili al loro sfruttamento culturale ed economico. Domanda per la quale ovviamente non ho una risposta secca».
In tanti, inutile nasconderlo, sono sulla stessa linea del sindaco: troppi, infatti, cercano da tempo invano quella stessa “risposta secca” sulla questione della valorizzazione delle risorse in Sardegna. Il terzo millennio è già iniziato già da vent’anni: i tempi sarebero maturi per uscire dal nostro endemico “medioevo sardo” e chiedere quindi che i rappresentanti regionali e territoriali nostrani dedicassero più tempo del loro lavoro alla messa in gioco di strategie efficaci per lo sviluppo socio-economico dell’Isola e meno impegno per le angoscianti chiacchere indirizzate a logiche di partito e a spartizioni di poltrone.
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