Pinn’e Maiolu ha tolto quei veli che per millenni hanno tenuto celato un insediamento umano molto particolare e inusuale. Venerdì 30 luglio, su iniziativa dell’amministrazione Comunale e per volontà del direttore degli scavi e della responsabile della Sovrintendenza, si è voluto condividere con la cittadinanza il risultato degli scavi. Sono stati tre turni di visita, il primo dei quali sotto il sole cocente di luglio; il sole e il caldo non sono stati i protagonisti scomodi della serata, non hanno distolto l’attenzione dalle parole di Giacomo Paglietti e di Gianfranca Salis, rispettivamente direttore degli scavi e responsabile della Sovrintendenza. Le loro parole e la visione degli ambienti riportati alla luce hanno permesso di immaginare un particolare spaccato di vita urbana (per quanto potesse parlarsi di Urbe tremila anni fa) su questa collina. Il sito orientativamente è datato intorno al 1000 avanti Cristo, o come dicono gli esperti, nell’età del I° Ferro, anche se solo le accurate analisi scientifiche renderanno più precisa la datazione. Quelle che per i profani sono solo pietre, a volte piatte, spesso grosse, a volte squadrate, sono diventate strade lastricate, gradini, muri; abbiamo individuato tra queste pietre focolari e bacili, una grande giara ancora integra sebbene senza fondo, ed uno splendido e raro sistema di canalizzazione. Le “canale”, come le ha chiamate la dott.ssa Salis, ma soprattutto la struttura e la morfologia del sito, hanno davvero lasciato senza parola i convenuti. I vani circolari appaiono addossati gli uni agli altri, quasi a proteggersi a vicenda da eventi di scivolamento e crollo; il vano frontale è risultato deturpato da un incauto intervento civile da tanti anni fa. Occorre infatti dire che Pinn’e Maiolu ricade all’interno del perimetro di una lottizzazione privata, area destinata quindi alla realizzazione di costruzioni per abitazioni civili; fu proprio in occasione dello sbancamento della collina che ci si ritrovò davanti ad elementi che, senza dubbio, avrebbero condotto alla scoperta di un importante area archeologica. Per la morfologia del terreno le costruzioni sono addossate al crinale della collina, gli ambienti, le strade lastricate sono realizzate su più livelli, quasi a gradoni. Chissà quale spettacolo poteva apparire a chi, alzando lo sguardo verso l’alto, vedeva la collina occupata da piccole e grandi costruzioni in miratura unite da strade e scalini, e tanta acqua che scendeva a valle. Non si hanno ancora elementi per capire a cosa servisse tanta acqua, ancora lontani dall’ipotizzare un utilizzo rituale del sito, più propensi ad immaginarlo come agglomerato sociale. Però la domanda ricorrente è: “perché tanto lavoro per incanalare l’acqua? Perché costruire con tale pendenza?”
Tanta parte del sito è tutt’ora da indagare e chissà se in cima alla collina non possa trovarsi ancora celato un più antico nuraghe di cui alcuni conci ed una mensola, rotolati a valle, portano a pensare, come dice Dottor Paglietti ad un nuraghe ancora da scoprire.
Gianfranca Salis pronunciandosi sulla metodologia di scavo ha affermato che non serve andare veloci e togliere spasmodicamente uno strato dopo l’altro per arrivare in tempi rapidi al risultato finale. Occorre fermarsi ed iniziare a scavare con la mente; infatti non si scava solo con le mani, ma si scava anche con il ragionamento; si indagano gli oggetti rinvenuti, le costruzioni liberate dall’oblio, si formano le ipotesi…
È un po come applicare il metodo scientifico sul campo, teoria, ipotesi, teorema, ma parecchio più complicato perché alla fine non si ha un risultato certo e inoppugnabile (diverso sarebbe il risultato se ci fossero delle fonti scritte); si potrà avere la datazione del sito, grazie alle analisi chimiche sui resti ossei, alle indagini sulle ceramiche, ma sarà davvero complicato stabilire lo scopo e l’utilizzo dell’insediamento, se si esclude la natura sacro/rituale..
Secondo la dottoressa Salis è importante lasciare anche ai figli e nipoti siti da scavare, perché in futuro si avranno metodi e strumenti di indagine ben più efficaci di quelli attuali, così come gli scanner, i laser usati oggi sono di assoluta maggior efficacia rispetto alle matite utilizzate per disegnare a mano libera dimensioni e posizionamenti delle singole pietre liberate.
Il sito di Pinn’e Maiolu è apparso importante per queste peculiarità di ubicazione e di canalizzazione, potrà non trattarsi di un sito sacro, ma rivelerà uno spaccato della vita quotidiana che permetterà di capire ancora una volta che la civiltà nuragica, sicuramente precedente all’età del ferro del sito, non è scomparsa nel nulla, per mezzo di un catastrofico evento, ma si è evoluta mutando in una società nuova.
Non è corretto infatti ritenere che la civiltà nuragica si sia estinta all’improvviso, trascinando rovinosamente torri e maestranze. Giacomo Paglietti a questo proposito, quasi dispiacendosi, dice che occorrerebbe spiegare in modo chiaro la dinamica ed i tempi del crollo, spiegare cosa accade al nuraghe che secolo dopo secolo perde dalla cima pietra su pietra.
Al termine dell’età del bronzo non si costruiscono più torri nuragiche, forse per motivi economici legate a carestie, a motivi climatici o religiosi o forse più banalmente a motivi sociali; le genti cambiano usi e costumi, i popoli si mischiano con altre genti che arrivano da lontano, le comunità si pongono obiettivi e tecniche costruttive differenti;
il sito, datato come abbiamo detto intorno al 1000 avanti Cristo, dimostra proprio questa evoluzione costruttiva, e fermandoci a riflettere su quanto osserviamo, tanta acqua, canalizzazioni diversificate, focolari, la pendenza, l’abitato ancora su un livello più elevato… un pensiero balena per un attimo prendendo forma:” ma non sarà per caso che a Pinn’e Maiolu, gli antichi producessero formaggio?” Gli ovini sono razza antica di millenni e sappiamo che il formaggio era già noto al popolo Egizio e alle popolazioni mesopotamiche.
Per poterne sapere di più ci si augura che la Sovrintendenza possa continuare ad attenzionare il sito, ad investirci sopra tempo, denaro e passione; Gianfranca Salis sa che il Comune di Villanovaforru, come del resto gli altri piccoli centri, custodirà gelosamente questo suo nuovo tesoro, accudendolo quale frutto pregiato donato dai propri avi, eredità di cui andar fieri.
Investire in archeologia significa investire sul territorio, sulla sua salvaguardia ed integrità, significa fare scelte che necessariamente conducono verso uno sviluppo economico e sociale preciso, che mai potrà armonizzarsi con diverse e più invasive attività economiche.
il futuro della Sardegna potrà passare attraverso un turismo sostenibile ben equilibrato tra quello costiero estivo e quello archeologico culturale per tutte le stagioni.
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