
Le recenti allerte meteo legate al passaggio del ciclone Harry hanno riportato al centro del dibattito pubblico il ruolo essenziale della Protezione Civile e, in particolare, delle donne e degli uomini del volontariato organizzato. Settimane di lavoro intenso, spesso sotto piogge incessanti e in contesti ad alto rischio, hanno messo in evidenza ancora una volta una rete silenziosa ma decisiva, sempre pronta a intervenire per tutelare persone, territori e infrastrutture.
Nel Medio Campidano, il Coordinamento provinciale delle Organizzazioni di Volontariato rappresenta un presidio fondamentale per la gestione delle emergenze e per le attività di prevenzione. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Putzu, Responsabile del Coordinamento, per comprendere meglio il funzionamento di questo sistema e cosa significhi oggi scegliere di mettersi al servizio della comunità.
Cosa significa oggi essere volontario di Protezione Civile, soprattutto alla luce delle emergenze meteo sempre più frequenti, e quale valore assume questo impegno per la comunità?
«Nonostante vi sia ancora una parte di persone, anche di rilievo politico, che neghi l’evidenza del cambiamento climatico, è un problema con cui ci confrontiamo sempre più spesso, attraverso eventi severi e con tempi di ritorno nettamente inferiori rispetto al passato. Oggi più che mai, essere volontari di Protezione Civile significa essere cittadini attivi, scegliere di non restare spettatori, ma contribuire concretamente a migliorare il sistema. L’obiettivo è quello di tutelare e garantire supporto al nostro territorio e alle nostre comunità. È un impegno che non prevede compensi economici, ma solo un arricchimento profondamente umano».
Quali sono le principali attività che le organizzazioni di volontariato svolgono nel Medio Campidano, non solo durante le emergenze ma anche nella quotidianità?
«Il sistema Nazionale così come quello Regionale è in continua evoluzione, e con essi anche il volontariato, trovandosi coinvolto e talvolta travolto da questi cambiamenti. Nel nostro territorio la cultura della protezione civile è radicata, trovando la sua massima espressione ai tempi della Provincia del Medio Campidano. Da lì nasce il rapporto di massima stima, rispetto e collaborazione fra tutte le Organizzazioni di volontariato che operano nel territorio. Nella quotidianità le ODV sono impegnate a tenersi aggiornate e pronte ad intervenire, attraverso il costante aggiornamento di attrezzature e mezzi, ma anche delle procedure d’intervento tra i singoli volontari. In merito alla prevenzione, tema fondamentale che andrebbe sostenuto e incentivato, i volontari aderiscono a campagne di informazione sulla conoscenza dei rischi e sulla diffusione delle buone pratiche, incontrando talvolta gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado».
Le recenti allerte causate dal ciclone Harry hanno richiesto un grande sforzo organizzativo. C’è un episodio che rappresenta più di altri lo spirito dei volontari del territorio?
«Gli eventi estremi che hanno coinvolto l’intera Isola sono stati per il sistema regionale un “test” superato egregiamente. Al netto dei danni strutturali e dei disagi, non si sono registrati danni a persone né vittime: un chiaro segno che il sistema ha funzionato e che le comunità stanno diventando più resilienti e responsabili. Il nostro territorio, fortunatamente, non è stato colpito in modo pesante, ma la macchina dei soccorsi era pronta. Tutte le ODV hanno presenziato i Centri Operativi Comunali (COC) a supporto degli amministratori. Il Modulo Misto Territoriale, progetto ideato dal Coordinamento, è stato attivato sin dal primo bollettino di allerta. Sulla base di un calendario di reperibilità H24, sono state predisposte due squadre di pronto intervento composte da volontari di diverse organizzazioni, con l’ausilio dei mezzi del Polo Logistico di Villacidro e il supporto dell’Ufficio Territoriale di Protezione Civile del Medio Campidano. Avere un gruppo già preallertato ha permesso, in soli 30 minuti dall’attivazione della Sala Operativa Regionale Integrata (SORI), di partire verso Capoterra per attività di svuotamento. Questo è stato possibile grazie alla collaborazione tra uffici e volontari e alla loro encomiabile dedizione».
Chi sceglie oggi di entrare nella Protezione Civile? È un’esperienza accessibile a tutti?
«È una domanda complessa. Oggi sono molti i fattori che non incentivano le persone ad avvicinarsi al volontariato in generale. La situazione socio-economica incide profondamente. Le difficoltà economiche rendono la vita meno serena e spingono a concentrarsi quasi esclusivamente sul lavoro e sulla stabilità personale. Anche il calo demografico e lo spopolamento rendono difficile il ricambio generazionale. A questo si aggiunge una società più individualista e talvolta più diffidente. I frequenti scandali e la mala politica raccontati quotidianamente dai media possono alimentare una perdita di fiducia nelle istituzioni e, di riflesso, anche verso il volontariato, che pure opera nell’interesse esclusivo delle comunità e del territorio. Un ulteriore elemento è l’innalzamento dell’età pensionabile: vengono a mancare quelle figure che, qualche decennio fa, una volta in pensione e ancora in piena energia, rappresentavano una risorsa fondamentale. Oggi chi sceglie di entrare in Protezione Civile è spesso un pensionato o qualche giovane appassionato di soccorso, mezzi e, talvolta, antincendio. Ma la verità è che è un’esperienza aperta a chiunque. Non servono competenze straordinarie: contano spirito di servizio, senso di responsabilità e voglia di mettersi in gioco. Il tempo? Si trova, quando c’è davvero la volontà di fare la propria parte».
Quale percorso di formazione viene garantito a chi decide di diventare volontario?
«Oggi, rispetto al passato, si sta finalmente strutturando a livello istituzionale un percorso di formazione di base e specialistica rivolto ai volontari e all’intero sistema. È un processo avviato, ma servirà ancora tempo perché entri pienamente a regime. Attualmente sono attivi percorsi formativi soprattutto nell’ambito dell’Antincendio Boschivo, oltre a un corso base generale destinato ai volontari. Per il resto, la preparazione si fonda in larga parte sulla formazione interna: operatori che, per professione o per esperienza maturata sul campo, trasmettono competenze e conoscenze essenziali per operare in sicurezza e con consapevolezza. Resta comunque evidente la necessità di rafforzare la formazione specialistica in alcuni settori specifici».
Quali sono le difficoltà più grandi che il volontariato di Protezione Civile affronta quotidianamente? E quali le soddisfazioni?
«Il volontariato di protezione civile ha sempre affrontato un percorso complesso, perché la Protezione Civile è una materia articolata che richiede energie costanti, non solo durante le emergenze ma anche nella gestione ordinaria. Tra le difficoltà maggiori c’è senza dubbio la burocrazia, un problema diffuso nel nostro Paese dal quale neppure il volontariato è esente. A questo si aggiunge la rapida evoluzione digitale, che impone competenze sempre più specifiche: capacità che i vertici delle organizzazioni di volontariato devono acquisire per restare al passo. Non va dimenticato che molti Presidenti hanno un’età matura e talvolta incontrano difficoltà nell’adattarsi a questi cambiamenti. Un ulteriore elemento di complessità riguarda le responsabilità: la normativa inquadra i Presidenti come Datori di lavoro, con tutti gli obblighi che ne derivano, aumentando il carico gestionale e giuridico. Eppure, chi sceglie di essere un cittadino attivo ha bisogno di poco per sentirsi appagato. Quel “poco” è il grazie di chi viene soccorso, il sorriso di chi, in un momento di difficoltà, ritrova speranza. E c’è anche chi ringrazia in silenzio per essere stato salvato dalla furia degli incendi o dalla mano distruttiva dell’uomo».
Quanto è strategica la collaborazione con scuole, istituzioni e associazioni locali per diffondere la cultura della prevenzione?
«Possiamo dotarci dei mezzi più avanzati e delle attrezzature migliori per fronteggiare le emergenze più gravi, ma resteremo sempre un passo indietro se non investiamo seriamente nella prevenzione. Il vero vantaggio si ottiene solo quando impariamo ad anticipare i rischi, non semplicemente a gestirli. Questo significa costruire una cultura della protezione civile a 360 gradi: conoscenza dei rischi, adozione di comportamenti preventivi, pianificazione accurata ed esercitazioni costanti. Un percorso che può produrre risultati concreti solo attraverso una sinergia reale tra scuole, istituzioni e associazioni del territorio. Le scuole, in particolare, rappresentano il punto nevralgico, gli studenti sono il terreno più fertile su cui seminare una solida cultura della prevenzione e dell’autoprotezione».

Come si può rendere più attrattivo il volontariato per le giovani generazioni?
«Oggi ci confrontiamo con due elementi centrali: la tecnologia e il bisogno di riconoscimento. In passato, nelle grandi emergenze, la partecipazione nasceva quasi esclusivamente dallo spirito altruistico. Oggi, soprattutto tra le nuove generazioni, questo non è più sufficiente. I giovani sono consapevoli e pragmatici, davanti a un impegno costante e duraturo chiedono un riconoscimento che non sia economico, ma fatto di valorizzazione, stimoli concreti e opportunità di crescita. Tra le proposte che emergono ci sono crediti formativi universitari, punteggi premiali nei concorsi pubblici, viaggi formativi e percorsi di formazione professionalizzante utili anche nel mondo del lavoro. La comunicazione, inoltre, passa inevitabilmente dai social. È lì che dobbiamo intercettarli, utilizzando un linguaggio contemporaneo e gli strumenti della tecnologia, per raccontare il valore umano profondo che significa scegliere di essere volontario».
Quali iniziative state mettendo in campo per incentivare nuove adesioni e valorizzare i volontari già attivi?
«Le risorse economiche a disposizione delle organizzazioni di volontariato sono spesso limitate, e questo rende complesso mettere in campo iniziative davvero strutturate e attrattive. Come Coordinamento stiamo investendo maggiormente sulla presenza sui social, con l’obiettivo di suscitare interesse e avvicinare nuove persone. Parallelamente organizziamo attività di addestramento che non solo affinano tecniche e procedure operative, ma consolidano anche lo spirito di squadra tra i volontari. Alcune organizzazioni hanno inoltre sostenuto volontari nel conseguimento di patenti specifiche per la guida di mezzi particolari e, quando si è presentata l’opportunità, abbiamo favorito esperienze anche fuori dall’Isola, per offrire occasioni di crescita e confronto».
Cosa l’ha spinta personalmente a dedicare tempo ed energie a questo servizio e quale messaggio rivolge a chi sta valutando di diventare volontario?
«Sono trascorsi quasi diciotto anni da quando ho iniziato ad avvicinarmi a questo mondo. Tutto è nato dopo due alluvioni che colpirono la mia comunità, Segariu. Insieme a un gruppo di giovani e meno giovani decidemmo di metterci in gioco e avviare questa esperienza. Siamo partiti da zero e, con dedizione e sacrificio, abbiamo costruito una realtà territoriale che, nonostante le difficoltà, continua a rispondere ogni volta che c’è bisogno. La responsabilità del Coordinamento mi ha dato l’opportunità di conoscere da vicino tutte le realtà del Medio Campidano, di incrociare storie diverse, stringere nuove amicizie e consolidare quelle già esistenti. Ho incontrato giovani volontari e volontarie di grande competenza, capaci non solo di operare con professionalità, ma anche di trasmettere conoscenze e stimoli. Ho sentito il dovere di continuare a dedicare tempo ed energie a questo percorso, perché il nostro territorio ne ha bisogno. A chi oggi guarda da fuori dico una cosa semplice: fate un passo avanti e provate. Solo vivendo questa esperienza si capisce davvero quanto sia profonda e significativa. E alla fine ci si rende conto di aver dato anche il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla storia della nostra comunità».
© Riproduzione riservata