Agricoltura, una crisi che non si può ignorare


Molte superfici agricole rischiano di rimanere incolte già dalla prossima annata. Come si può produrre nel 2026 e vendere ai prezzi del 1996?
Agricoltura, una crisi che non si può ignorare

La sofferenza degli agricoltori raggiunge il suo apice subito dopo il raccolto, quando il prodotto viene immesso sul mercato e si scontra con dinamiche economiche che penalizzano pesantemente chi lavora la terra. La situazione dei cerealicoltori è ormai drammatica, ma l’opinione pubblica e le forze politiche non hanno ancora piena consapevolezza di ciò che sta accadendo nelle campagne. Se questa tendenza non verrà invertita, molte superfici agricole rischiano di rimanere incolte già dalla prossima annata, perché le imprese non sono più in grado di sostenere i costi di produzione e di cura del territorio. 

Una campagna abbandonata genera costi enormi per la collettività, provoca perdita di biodiversità, degrado ambientale e aumenta il rischio di incendi. In questo contesto, anche i consumatori hanno una responsabilità: sostenere le imprese agricole locali acquistando i loro prodotti, contribuendo così a liberarli dalla morsa di una globalizzazione che schiaccia i piccoli produttori e favorisce dinamiche distorte del mercato. La pubblica amministrazione, a ogni livello, non può restare indifferente. 
La mancata cura delle campagne non è un problema degli agricoltori soltanto: è un problema di tutti. Senza interventi straordinari, senza politiche di sostegno mirate e senza una visione che riconosca il valore strategico dell’agricoltura, il territorio rischia di perdere la sua identità, la sua sicurezza e la sua capacità produttiva.

LE MOTIVAZIONI ESPRESSE DA MARCO BANDINO

«La motivazione che viene ripetuta (anche dagli acquirenti nazionali) è sempre la stessa: il prodotto importato costa meno. Di conseguenza, è quello che conviene acquistare. Capisco perfettamente che un’azienda commerciale debba fare i propri conti, ma qualcuno deve spiegarmi come possa sopravvivere un’agricoltura locale se il criterio principale di scelta è esclusivamente il prezzo più basso. In queste condizioni, il raccolto 2026 rischia concretamente di rimanere invenduto. E se voglio venderlo, mi viene chiesto di adeguarmi ai prezzi dell’importazione, indipendentemente dai costi reali che sostengo».

IL CASO DEI CECI: UN ESEMPIO EMBLEMATICO

«La situazione dei ceci è particolarmente difficile da accettare. Il mio principale cliente, con cui collaboro da oltre dieci anni, mi ha prospettato un prezzo di acquisto che equivale, di fatto, ai valori del 1996. Mi è stato detto che non può offrire di più perché sul mercato circolano prodotti esteri a prezzi inferiori. Comprendo le difficoltà di chi acquista e deve a sua volta vendere, ma la domanda è inevitabile: come posso produrre nel 2026 e vendere ai prezzi del 1996? La risposta è semplice: non è possibile. Non si tratta di voler guadagnare di più. Si tratta di garantire la sopravvivenza dell’azienda».

COSTI REALI CHE NESSUNO CONSIDERA

«Il gasolio agricolo oggi costa 1,70 euro al litro. Un trattore di medie dimensioni consuma circa 180 litri in una giornata di lavoro: oltre 300 euro solo di carburante. E questo è soltanto l’inizio. A questi si aggiungono: manutenzioni, gomme, ricambi, oli, assicurazioni, sementi, concimi, lavorazioni, manodopera, ammortamenti dei mezzi, costi amministrativi, formazione obbligatoria, burocrazia. Alla fine dell’anno, dopo aver sostenuto tutte queste spese, mi viene proposto di vendere il prodotto a prezzi che non tengono conto della realtà economica in cui opero».

UNA CONCLUSIONE INEVITABILE

«Se il mercato continua a basarsi esclusivamente sul prezzo più basso, l’agricoltura locale non può sopravvivere. Non è una questione di competitività: è una questione di equità, di sostenibilità e di futuro».

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