Alberto Secci “il domatore”: dai pascoli alle miniere


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>Alberto Secci, nato a Ruinas in provincia di Oristano per anni vissuto nella frazione mineraria di Ingurtosu, si ripropone al mondo della narrativa isolana con la sua ultima fatica “Il Domatore”. Un coinvolgente romanzo, ricco di vicende umane e di inesorabili trasformazioni sociali, trova il suo teatro naturale, nella prima parte, all’interno del mondo agropastorale della Sardegna dei primi anni trenta per poi riversarsi nella dura realtà di vita mineraria verosimilmente ambientata nel villaggio di Ingurtosu, peraltro mai citato dall’autore, prepotentemente presente in alcune citazioni in cui si fa riferimento a luoghi come Piscinas, Gennamari, Naracauli e a un personaggio, don Salvatore Fiori, autenticamente vissuto e presente nella comunità del borgo minerario quale cappellano della parrocchia di Santa Barbara dal 1943 al 1945.

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Nel libro si racconta la vita di Eusebio Pira, figlio di domatore , che persa la madre a diciotto giorni dalla nascita viene allevato , proprio come un capretto, da una capra  che il padre Ludovico Francesco riesce a istruire per la delicata funzione. Eusebio, figlio d’arte, viene rapito da un antichissimo mestiere, quello del domatore che lo rende capace di comunicare e interagire attraverso la più semplice delle compenetrazioni in modo diretto prima con gli animali, gli alberi, la natura  poi con le macchine che nella seconda parte del racconto entrano prepotentemente nella sua vita e nei suoi sentimenti».

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Una storia semplice vissuta però alla presenza di numerose difficoltà che nel racconto si susseguono senza soluzione di continuità quali la guerra e la paura di dover partire per il fronte, la salute, “pitzulau” (pizzicato) com’era da quella brutta bestia che era la silicosi e i rapporti piuttosto conflittuali  di amore/indifferenza con il padre Ludovico Francesco. Nel dolore del vivere è presente però anche la celebrazione dell’amore e del sesso con la moglie Caterina e della grande passione che nutre per le sue macchine, due grandi pompe di ripescaggio utilizzate nelle gallerie, umanizzate e amorevolmente ribattezzate con gli appellativi di “Matilde e San Giorgio”. Un romanzo psicologico che scandaglia in profondità i rapporti umani che il protagonista affronta sin dall’infanzia per poi proseguire fino alla maturità. Elementi sicuramente vissuti dall’autore ancora straordinariamente legato ai propri ricordi che incorniciano l’opera arricchendola di un ulteriore sfumatura  dalla percettibile valenza autobiografica.

Gianni Vacca

L’autore

Alberto Secci è nato a Ruinas il 2 giugno del 1939 dove ha vissuto fino all’età di quasi quattro anni per poi trasferirsi a Ingurtosu dove rimase, prima di intraprendere gli studi universitari , fino all’età di 19 anni. Pensionato ha concluso la carriera da dirigente scolastico vissuta per la maggior parte nei consolati d’Italia lavorando come addetto  alle istituzioni scolastiche e culturali italiane. La sua prima opera nel campo della narrativa risale al 1997 con l’opera “Gicka. Il fragile romanzo di una pernice” cui segue nel 2007  “Dulcòe. I racconti scandalosi della madre”, nel 2009 pubblica “Gli asparagi” e infine nel dicembre 2016, edito dalla Domus De Janas, arricchisce il mondo della narrativa sarda con la sua ultima fatica “Il domatore”. Diversi i saggi pubblicati sui temi dell’organizzazione dell’apprendimento e della didattica. (g. v. )

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