Andrea Cau ha appena diciotto anni, ma possiede una maturità che sorprende e che, per chi prova a raccontarlo, diventa anche una responsabilità. Andrea è, a tutti gli effetti, un personaggio: uno di quei giovani capaci di trasformare la tradizione in sguardo, la memoria in progetto, l’identità in scelta quotidiana. Fin da bambino ha ascoltato le storie degli anziani come fossero mappe, osservato i gesti delle persone del paese per capire dove nasce davvero una comunità. Le sue passioni non sono un semplice interesse: sono un filo che lo lega alla terra, ai cortili, alle voci delle sere d’estate, a quella Sardegna che ha imparato a conoscere camminando, osservando, studiando.
Nel 2010 ha iniziato a partecipare alle sfilate con il gruppo folk Sant’Isidoro di Samassi, il paese d’origine di sua madre. Nel 2018, sostenuto dai suoi genitori, ha cominciato a ballare: all’inizio si vergognava, non voleva farlo; poi, una volta superato quel primo passo, non ha più smesso. Oggi aspetta con entusiasmo le feste che prevedono balli identitari: non importa il luogo, importa poter ballare.
Parliamo di un giovane che ha scelto di ricevere il sacramento della Cresima indossando l’abito tradizionale, insieme alla sua madrina; che considera l’abito tradizionale un elemento distintivo della cultura identitaria, un simbolo che non si indossa soltanto, ma si rappresenta. Parliamo di una persona capace di dare valore alle ricorrenze, religiose o laiche, con una sensibilità che non è da tutti. Ogni viaggio, ogni festa di paese, ogni canto ascoltato diventa per lui un tassello di una storia più grande: quella di una terra che chiede di essere capita e custodita. Andrea non vuole soltanto raccontare Serrenti e la Sardegna; vuole farne parte, contribuire, restituire valore. Ama la musica. Durante gli anni della scuola media ha iniziato a studiare il pianoforte, ma la sua indole lo ha portato ben presto a cercare uno strumento più agevole, capace di accompagnarlo fuori dalle mura di casa. La scelta è ricaduta sulla fisarmonica, in piena coerenza con il suo legame profondo con la comunità - o meglio, con il territorio. Per lui la musica non è un esercizio individuale: è un linguaggio da condividere, un ponte che unisce persone, luoghi e storie. Anche questa sua volontà è stata sostenuta dai genitori, che hanno scelto di acquistargli la fisarmonica, permettendogli di trasformare un talento in una presenza viva nella vita del paese e nei luoghi che frequenta. La scelta di Andrea Cau è stata chiara fin dall’inizio: ha accolto i suggerimenti dei genitori e delle persone del gruppo folcloristico Sant’Isidoro di Samassi, seguendo una direzione interiore presente sin da bambino. Non si è mai lasciato guidare dal caso, ma da un orientamento profondo e riconoscibile, che nel tempo ha trovato forma nella sua identità culturale.
La sua voce è quella di un giovane che non cerca altrove ciò che ha già trovato qui: un futuro che nasce dalle radici. E noi non possiamo che esserne orgogliosi.
L’ABITO TRADIZIONALE
«La prima volta che ho indossato l’abito tradizionale avevo appena dieci mesi. Ho partecipato, insieme al gruppo folk Santa Vitalia, alla processione di San Giacomo e Sant’Anna, in braccio a Corrado Becciu, amico di famiglia. Dal 2010 ho iniziato invece a partecipare alle sfilate con il gruppo folk Sant’Isidoro di Samassi, paese d’origine di mia mamma, perché nel gruppo erano presenti alcuni miei familiari. Nel 2018 ho iniziato anche a ballare. Inizialmente non volevo farlo: mi vergognavo e non mi sentivo a mio agio. Poi, una volta iniziato, non ho più smesso. Oggi aspetto con entusiasmo i manifesti delle feste, non solo del mio paese ma anche dei centri vicini, per scoprire dove sono in programma i balli e poter partecipare.
LA RESPONSABILITÀ NELL’ INDOSSARE L’ABITO IDENTITARIO
«Per me indossare l’abito tradizionale non significa soltanto riproporre un modo di vestire appartenuto al passato. Rappresenta, piuttosto, “l’abito buono”, quello delle grandi occasioni, dei momenti importanti, delle ricorrenze che hanno un significato particolare nella vita di una persona e di una comunità. Ho scelto persino di ricevere il sacramento della Cresima indossando l’abito tradizionale, insieme alla mia madrina. Non considero quindi l’abito tradizionale semplicemente come l’abito che indossavano i miei avi, ma come un elemento vivo della nostra cultura: è l’abito che ancora oggi i sardi scelgono di indossare nelle occasioni più importanti, sia laiche sia religiose».
L’ESSENZA DEL BALLO
«Il ballo, per me, significa essere parte della comunità in festa. Anche quando ballo nelle piazze di altri paesi, mi sento partecipe di quella comunità che celebra il proprio Santo Patrono o un’altra ricorrenza, religiosa o laica. Il ballo è quindi un’occasione per divertirsi, per incontrare e conoscere altre persone, per condividere momenti di festa e, perché no, anche per mettere in mostra i propri virtuosismi. La passione per il ballo, probabilmente, mi è stata trasmessa dai miei nonni. Sia i nonni materni sia quelli paterni erano infatti grandi ballerini di liscio e hanno vinto numerosi premi nelle varie feste paesane».
LA PASSIONE PER LA FISARMONICA
«Mi è sempre piaciuta la musica. Durante la scuola media ho imparato a suonare il pianoforte, ma ho sempre avuto il desiderio di poter portare la musica fuori dalle mura di casa e condividerla con gli altri. Per i miei diciotto anni avevo quindi detto ai miei genitori che, con i soldi che avrei racimolato dai regali, avrei comprato una fisarmonica. Tuttavia, proprio il giorno del mio compleanno, sono stati loro a regalarmene una. Da allora, ogni giorno, cerco di dedicare un po’ di tempo all’esercizio e a migliorarmi. Sono autodidatta e cerco di imparare ascoltando le suonate dei grandi maestri. Mi piace spaziare dal repertorio tradizionale a quello della musica italiana e, in futuro, mi piacerebbe imparare a suonare anche il liscio. Serrenti, del resto, è stato anche in passato un paese di grandi suonatori di fisarmonica. Basti pensare a tziu Mariu Furcas, (Pistilloi), e a tziu Peppinu Saiu, persone che hanno contribuito, attraverso la loro musica, a valorizzare e a far conoscere il nostro paese».
L’ATTACCAMENTO ALLE RADICI
«Sono sempre stato molto legato alle mie radici. Mi piace approfondire la storia del mio paese, conoscere le sue tradizioni e scoprire il suo territorio. Fin da bambino, nelle sere d’estate, mi siedo a "sa friscura" con mia nonna e con i vicini di casa. È proprio in quei momenti che riaffiorano ricordi e storie del passato: racconti della vita di paese, episodi di un tempo e storie di tanti serrentesi. Durante i miei cinque anni di studi classici ho cercato, quando possibile, di far conoscere il mio paese anche ai miei compagni e ai miei professori. Spesso ho cercato di collegare la storia di Serrenti agli argomenti affrontati a scuola, perché credo che conoscere e raccontare il luogo da cui proveniamo sia già un modo per valorizzarlo».
LA PASSIONE PER LE TRADIZIONI
«Mi appassiona tutto ciò che riguarda la nostra terra: i canti, i suoni, la fede e la devozione, i costumi, le usanze religiose e quelle laiche dei diversi centri della Sardegna. Quando ne ho la possibilità, cerco di girare la nostra isola. Dal Sulcis al Logudoro, dal Campidano di Oristano all'Ogliastra, ogni territorio ha qualcosa di particolare da raccontare e da custodire. La Barbagia mi affascina, l’Ogliastra mi incuriosisce, così come ogni altro angolo della Sardegna. Eppure, ogni volta che torno a casa, mi sembra di aver visto ancora troppo poco. Mi piace andare nei paesi, conoscere le persone del luogo, partecipare alle loro feste, ascoltare i loro canti e ammirare i loro abiti e le loro danze. Credo che sia proprio attraverso queste esperienze che si possa comprendere davvero quanto sia ricca e diversa la nostra cultura».
GLI OBIETTIVI PER IL FUTURO
Mi sono diplomato due mesi fa e ora vorrei frequentare l’università. Il mio desiderio è che quella che oggi è una passione per le nostre radici possa, un domani, diventare anche un vero e proprio lavoro. Il mio obiettivo è sempre stato quello di valorizzare la nostra terra, partendo proprio dal mio paese. Serrenti ha tanto da offrire. Credo sia necessario imparare a riconoscere questo patrimonio, valorizzarlo al meglio e farlo conoscere, soprattutto alle nuove generazioni. Qualcuno mi ha detto: “Perché non vai a studiare fuori?” oppure: “Studia e poi vai a lavorare fuori”.
LA FORTUNA DI NASCERE IN SARDEGNA
Ho avuto la fortuna di nascere in questa terra e credo che la Sardegna abbia bisogno soprattutto di giovani ragazzi e ragazze disposti a impegnarsi per valorizzarla, raccontarla e tutelarla. Andare via può essere un’opportunità per crescere, ma tornare, restare e mettere ciò che si è imparato al servizio della propria terra può diventare una scelta ancora più importante.
CONCLUSIONE DI ANDREA CAU
«Ritengo che sia necessario che i giovani conoscano e amino la Sardegna, perché solo chi conosce davvero una terra può imparare a custodirla e a preservarla. Noi siamo il futuro. E il futuro non deve significare dimenticare da dove veniamo, ma avere la forza e la consapevolezza di portare con noi le nostre radici. Le tradizioni non sono semplicemente ciò che abbiamo ricevuto dal passato: sono ciò che scegliamo di consegnare al futuro. Un abito può raccontare una storia, un ballo può riunire una comunità, una fisarmonica può far rivivere una piazza. Ma sono le persone, soprattutto i giovani, a decidere se quella storia continuerà a essere raccontata».
RIFLESSIONE FINALE
I giovanissimi che raccontano le loro esperienze e le loro visioni per il futuro sono una benedizione per la nostra comunità. Le loro riflessioni diventano una biblioteca preziosa, un patrimonio vivo al quale attingo con gratitudine e curiosità. Sono loro, con il loro sguardo nuovo e la loro capacità di leggere il presente, a ricordarci che il futuro non nasce per caso: si costruisce ascoltando, osservando, condividendo.
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