Da Genna Serapis e Montevecchio


di Marino Melis
  Storici e studiosi ritengono che la moderna scoperta del filone minerario di Montevecchio, sia da attribuire alla controversa figura del sacerdote Giovanni Antonio Pischedda. Originario di Tempio, il Pischedda apparteneva a una famiglia di commercianti che da tempo aveva i suoi interessi in Campidano, dove mercanteggiava soprattutto sughero, pelli, legna, lana, formaggi e altri prodotti. Da Guasila si spostarono a Guspini attorno al 1840, anche il sacerdote ottenne dal vescovo di Ales l’autorizzazione a operare come curato nella parrocchia di San Nicolò. Spinto da una innata intraprendenza non disgiunta da uno spiccato senso per gli affari, nel suo girovagare tra le montagne guspinesi ebbe l’intuizione delle enormi potenzialità della vena metallifera di blenda e galena che in più punti affiorava a vista, punteggiata da scavi e gallerie che in ogni epoca hanno interessato il territorio. [caption id="attachment_120679" align="alignleft" width="400"] Giovanni Antonio Sanna[/caption] Il resto è noto, recatosi in Francia per via degli affari di famiglia, colse l’occasione per cercare finanziatori per l’intrapresa mineraria di Montevecchio, finché a Marsiglia, incontrò il giovane sassarese Giovanni Antonio Sanna. Questi si innamorò subito dell’idea, e attraverso vicende più o meno fortunate riuscì a realizzare la grande impresa di creare uno dei più importanti bacini minerari d’Europa. Cantore sopraffino di queste vicende è stato lo storico Paolo Fadda, recentemente scomparso. La miniera di Genna Serapis (questo il nome della località, che si rifà a Serapide divinità greco-romana dell’oltretomba e del mondo sotterraneo), secondo alcuni fu sfruttata fin dall’epoca nuragica, più probabilmente furono i fenicio-punici ad effettuare le prime ricerche, certa è invece l’estrazione dei minerali su vasta scala in epoca romana, con l’utilizzo dei condannati ad metalla. Il museo archeologico di Cagliari conserva diversi reperti trovati nelle fosse aperte dai romani nelle località sa Rocca stampada, sa Fraiga e Picalinna. La ricerca dei minerali dovette riprendere certamente in epoca giudicale, ne abbiamo notizia in un documento del 1131 quando il Giudice Comita d’Arborea cedette alla chiesa di S.Lorenzo e al comune di Genova, la metà delle miniere argentifere dell’arburese e fluminese. Barisone una volta salito al soglio giudicale per far fronte ai suoi sogni imperialistici dovette finanziare grandiosi scavi, visto che promise a Federico Barbarossa 4000 monete d’argento equivalenti a poco meno di mille chilogrammi, e nel 1172 inviò a Genova circa 670 Kg d’argento a parziale saldo del suo debito. L’attività estrattiva dovette continuare alacremente specie nel XIII secolo quando divenne Giudice de facto Guglielmo di Capraia che si avvalse dell’esperienza e capacità tecniche dei maestri del monte provenienti da Pisa. Guspini visse un periodo di opulenza, divenendo a quanto pare capoluogo della curatoria di Bonorzuli, testimoniata anche dall’erezione/rifacimento di due importanti monumenti quali la chiesa romanica di S. Maria di Malta appartenuta ai Templari, e il complesso fortificato erroneamente noto come Torre aragonese, forse sede dello stesso curatore. Il fortilizio aveva sicuramente scopi difensivi a salvaguardia delle vie d’accesso alle miniere di Genna Serapis, garantendo il regolare lavoro di scavo. Purtroppo nessun documento ci è pervenuto attestante i lavori di estrazione nelle nostre miniere di questo periodo, ma si spera che in futuro una ricerca negli archivi di Genova, Pisa e spagnoli, possa essere fortunata e portare nuove importanti testimonianze. Anche in epoca spagnola sono rari i documenti che citano lo scavo di minerali, sono noti solo i nomi di alcuni uomini d’affari che prendevano in appalto per periodi più o meno lunghi l’apertura delle fosse. Non sappiamo nulla sul tipo e il volume di attività, ma la ricchezza delle vene piombo argentifere era conosciuta anche fuori dei confini isolani. Un geografo aretino Tommaso Castiglione, pubblicò a Venezia nel 1572 un isolario composto di mappe e carte dicendo tra l’altro a proposito della Sardegna:” sono in quest’isola le miniere d’argento che con poca spesa si ricava, verso la città dei greci”; Il cartografo originario delle Fiandre Bergornenai (identificato forse in Gerardo Mercatore 1512 - 1594), in un suo libro dice sempre riferendosi alla Sardegna:” vi si trovano le miniere d’argento verso la città dei greci”. Gli studiosi moderni hanno dedotto che si riferissero alle miniere di Iglesias, ma avanziamo prudentemente l’ipotesi che invece si alludesse alle nostre miniere, visto che a parte Olbia l’unica città antica popolata e frequentata dai greci e dal toponimo chiaramente ellenico è Neapolis, che dista dal nostro bacino minerario una ventina di chilometri. L’attività estrattiva se pur stancamente non si fermò mai, alimentata dalle richieste dei ceramisti che in gran numero operavano specie a Pabillonis e San Gavino, ma si pensa anche dei figoli oristanesi e del cagliaritano. Il piombo ridotto in poltiglia veniva utilizzato per smaltare le superfici delle ceramiche, rendendo lisce e lucenti alcune parti, non senza talvolta qualche tocco artistico. Dopo quella ai cagliaritani Durante e Nieddu, nel 1740 la concessione generale delle miniere sarde fu data al console svedese Carlo Gustavo Mandel e ai suoi soci inglesi e tedeschi, per trenta anni. La nuova società investì ingenti capitali per ammodernare le tecniche di coltivazione, utilizzando per la prima volta l’esplosivo, e avvalendosi di personale qualificato proveniente dalla Sassonia. Fu impiantata una moderna fonderia nei pressi di Villacidro che lavorava i minerali provenienti sia dall’iglesiente che dall’arburese-guspinese. Per meglio motivare i lavoratori locali si preferiva spesso dare in concessione a piccoli impresari lo scavo delle gallerie, favorendo la nascita dell’imprenditoria nei paesi. Così vediamo che a partire dal 1750 circa fanno la loro comparsa diversi operatori di Arbus e Guspini che rappresentano l’avanguardia di uno stuolo di minatori che doveva avere una certa consistenza. A Montevecchio operavano in sub concessione i guspinesi Inacio Serpy e Sisinnio Espis, Jorge Montis era stanziato a Riu Mannu, Salvador Manis sovrintendeva ai lavori di sa Tella; altri imprenditori minerari furono Antiogo Putzu, Inacio Agus, Antiogo Manis, Francisco Serpy, Pedro Serchy, Mathias Casula e Antonio Montis, tutti guspinesi. Tra gli altri si distinse anche qualche sacerdote precursore del Pischedda, come il venerabile Sahyu che era continuamente alla ricerca di minerali di galanza che poi rivendeva a Cagliari. Una importante testimonianza dell’attività dei minatori guspinesi ci viene dai registri della Causa Pia della parrocchiale di S. Nicolò dove si annottavano le entrate e le uscite della chiesa. A partire dal 1750 si trova registrata la seguente dicitura: legado de los galanzeros de missas cantadas para la fiesta de S.Phelipe Neri. Il termine galanzeros indica proprio i minatori (da galanza, corruzione dal tedesco Blei glanz, che indicava l’ingobbio ricavato dal piombo che rivestiva le ceramiche). Sembrerebbe che i minatori guspinesi avessero costituito una sorta di gremio a scopo eminentemente religioso, eleggendo a loro protettore S. Filippo Neri (1515-1595). Potrebbe sembrare strana questa protezione legata al santo fiorentino, ma una annotazione che ricorre talvolta fa chiarezza, si parla come nel 1796 di missas de los solteros galanzeros a S.Phelipe Neri. Erano cioè i minatori scapoli che si riunivano per celebrare la festa del santo della gioventù creatore della congregazione dell’Oratorio. Il legato dei minatori guspinesi rimase attivo per quasi un secolo (l’ultimo accenno è del 1845), ed ebbe una vita controversa, dapprima sono indicati come pagatori i galanzeri appunto, poi dal 1773 paga Pedro Virdis, dal 1789 in seguito alla morte di quest’ultimo pagano i suoi figli e segnatamente Ramon Virdis. Dal 1802 il legato de los galanzeros, per motivi che ci restano ignoti, passa in carico ad esponenti della curia vescovile di Ales come il vicario Serra e il canonico Atzei, nell’ultimo periodo viene scisso in più parti diviso tra persone di Guspini e Gonnos, ma sempre per conto della cassa vescovile. Questo dei galanzeri (che a tutti gli effetti possono essere considerati i precursori dell’attuale associazione di minatori Sa Mena), è l’unico caso di associazionismo paragonabile ai gremi o corporazioni di mestieri conosciuto a Guspini anche se solo di spirito religioso. Sempre a partire da metà ‘700 presero a dimorare a Guspini diversi forestieri, provenienti da ultramarina, cioè dal Piemonte e dalla Savoia, che spesso portarono anche la loro famiglia. Per periodi più o meno lunghi soggiornarono le famiglie Alfonzio, Armando, Bernardi, Chambin, Codonel, Ferrer, Ferrero, Franco, Gramignano (un discendente di questa famiglia Stefano Efisio partecipò alla spedizione dei Mille), Jasmino, Majè Minardo, Mosca, Olivieri, Pallia, Romanino, Rondano, Rienbau, Rundar, Serenina, Sogno,Tacola, Zenardo. Le città di provenienza sono Torino, Vercelli, Aosta, Chambery, S. Maurizio e altre di difficile lettura. Tra gli ultimi ad arrivare in questa prima fase furono i Malacria sempre dal Piemonte, attorno al 1820, tuttora presenti a Guspini dove il cognome è divenuto Malacri. La presenza di queste famiglie, e il legato de los galanzeros dimostra che l’attività estrattiva nella miniera di Montevecchio se pur a fasi alterne, non venne mai meno, dove piemontesi ricoprivano essenzialmente ruoli direttivi, tecnici e di vigilanza. Anche gli Ispettori Generali delle miniere Giò Stefano Ponzio e Pietro Belly soggiornarono per brevi periodi a Guspini tenendo a battesimo diversi bambini guspinesi. Da un documento della comunità guspinese del 1790, sulla secolare disputa con gli arburesi, troviamo per la prima volta il nome di Montevecchio; chiamato a testimoniare Sebastian Massa dice “che vive del suo lavoro nella montagna detta Montibecciu, dove si è sempre scavato minerali da 60, 50, 40 anni addietro, e lui stesso ha sempre scavato minerale nella montagna”. Non sappiamo se si tratti di un calco dall’italiano o viceversa, fatto sta che d’ora in avanti il toponimo Montevecchio, figurerà sempre nei documenti ufficiali, ma nella memoria locale resiste fino ai giorni nostri l’antico e affascinante nome di Genna Serapis.

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