Grazia Deledda una donna eccezionale degna del Nobel


Marcello Fois ha detto: "Grazia Deledda, con i suoi scritti, ha magicamente fatto emergere la Sardegna al centro del Mediterraneo e l’ha dispiegata al mondo"
Grazia Deledda una donna eccezionale degna del Nobel

Grazia Deledda e “Canne al vento” sono un binomio indelebile e ineludibile, benché per essere ritenuta degna del Nobel per la letteratura, la scrittrice nuorese ebbe a scrivere una cinquantina tra romanzi e novelle, molti dei quali ottennero uno strepitoso successo di lettori in Europa, e non solo. A più di cent’anni della sua pubblicazione, la Deledda lo scrisse che già aveva lasciato la Sardegna (uscì nel 1913 per Treves) e si era sposata a un continentale, Palmiro Madesani, l’11 gennaio del 1900. 
Lui ne aveva da subito apprezzato il talento e, scandalo per quei tempi di inscalfibile maschilismo, aveva lasciato il suo lavoro per diventarne segretario e agente, e avrebbe condiviso con lei la felicità del Nobel del 1926. Per darvi un’idea di che tempi erano quelli, basti ricordare che Luigi Pirandello, a cui la coppia sembrava vivere una situazione di “scandalo” inaccettabile per ogni buon borghese, addirittura il marito che lavora per la moglie, scrisse un romanzo per prenderlo in giro, titolo: “Suo marito”. E rimase di sasso quando l’editore Treves gli rifiutò la pubblicazione (uscì comunque con un editore minore alcuni anni dopo). Inutile dire che Grazia non la prese molto bene e che non glielo perdonò mai, anzi quando interpellata, si oppose a che il premio per la letteratura fosse conferito allo scrittore di Girgenti che lo ebbe comunque nel 1934; in una lettera del 1932 il giornalista Antonio Baldini scriveva a Marino Moretti: “Hai visto che la sarda (sic!) ha detto no ai vecchioni di Stoccolma? Che donna!”. 
Donna davvero eccezionale per le scelte di vita, la feroce volontà che non la fece mai vacillare nel credere di avere un talento di immaginazione e scrittura fuori dalla norma, per cui trovò il modo di farsi conoscere e pubblicare al di fuori dell’isola, a costo di rubare olio nella cantina di casa, era ancora adolescente, per venderlo sottobanco e tramutare i pochi scudi ricavati in un pacco postale contenente uno dei suoi primi manoscritti “italiani”. Le prime novelle scritte nella lingua madre: il sardo di Nuoro. Che faticaccia dover tutto tradurre quello che in poesia ti detta il cuore! Ma lei ci prova e il servo Efix , il protagonista del romanzo che accudisce un poderetto vicino al fiume è , da subito, catapultato in una Sardegna ancora intrisa di magia, ecco laggiù nell’estremo azzurro del crepuscolo la chiesetta di Nostra Signora del Rimedio, benedetta ella sia, e vicino il recinto di capanne quieto come un villaggio preistorico abbandonato da secoli. A quell’ora la luna, altra grande protagonista, onnipresente nelle notti scure come la pece, in cui magari le stelle sono velate da nuvole che non sono altro che spiriti dei bambini non battezzati, sboccia come una grande rosa fra i cespugli della collina e le euforbie che odorano lungo il fiume. È allora che comincia la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. “I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su, all’orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l’abbaiar fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio. Efix sentiva il rumore che le panas facevano nel lavare i loro panni giù al fiume, battendoli con uno stinco di morto, e credeva di veder l’”ammattadore”, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda d’acciaio”. Da parte loro i nani e le janas, piccole fate che durante la giornata stanno nelle loro case di roccia a tessere stoffe d’oro in telai d’oro, ballano all’ombra delle grandi macchie di filerea, mentre i giganti si affacciano dai monti battuti dalla luna, tenendo per la briglia gli enormi cavalli verdi che essi soltanto sanno montare, spiando se laggiù tra le distese di euforbia malefica si nasconde qualche drago o se il leggendario serpente cananèa, vivente fin dai tempi di Cristo, striscia sulle sabbie intorno alla palude. 
 

Quale sardo avrebbe avuto cuore di aggirarsi di notte nelle campagne dell’isola in cui tutti questi esseri regnavano incontrastati? Eppure Efix lo ebbe la notte che aiutò donna Lia, la terza figlia del suo padrone don Zame, a scapparsene per sempre di casa, creando uno scandalo enorme. Lui, dopo la morte della moglie, tiene chiuse dentro casa le quattro ragazze in attesa di mariti degni di loro. E come schiave devono lavorare, fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro roba: e soprattutto non dovevano sollevar gli occhi davanti agli uomini, né permettersi di pensare a uno che non fosse destinato per loro sposo. Guai se le vedeva affacciate alle finestre verso il vicolo dietro la casa, o se uscivano senza suo permesso. Le schiaffeggiava coprendole d’improperi, e minacciava di morte i giovani che passavano due volte di seguito nel vicolo. Vien da dire meno male se fu trovato morto una mattina, nello stradone, sul ponte dopo il paese. Le tre figlie Pintor disonorate non trovarono mai un marito, la casa andò in rovina. Rimase solo il poderetto che curava Efix, il servo che non le volle abbandonare, anche se da molto tempo non riceveva da loro neanche il misero salario che gli era dovuto. Lia scrisse che si era sposata e aspettava un figlio, viveva in discreta agiatezza a Civitavecchia. “Le sorelle non le perdonarono questo nuovo errore: il matrimonio con un uomo plebeo incontrato per caso: e non risposero”. E questo destino di casa e chiesa sarebbe potuto durare all’infinito se Giacinto, morta la madre Lia e rimasto orfano anche del padre, non avesse deciso di rientrare in Sardegna per tentare una vita diversa da quella che gli consentiva un misero stipendio da impiegato. E sbarcato a Terranova (Olbia) arriva a Galte (Galtellì) in bicicletta. Quando allora tutti i ragazzi sardi di un qualche livello, usavano andare a cavallo per spostarsi. Il paese è semi deserto, tutti o quasi sono alla festa della Madonna del Rimedio, e Efix vi accompagna il ragazzo che viene così a trovarsi immerso in quanto di più peculiare e significativo caratterizzava, alla fine del novecento, la vita della società sarda di allora. Con le feste religiose che univano in una sola devozione padroni e servi, pastori e contadini. Tutti alla fine, al suono della fisarmonica, uniti nel rito del ballo. “Già alcune donne si erano decise a riunirsi attorno al suonatore, porgendosi la mano per cominciare il ballo. I bottoni dei loro corsetti scintillavano al fuoco, le loro ombre si incrociavano sul terreno grigiastro. Lentamente si disposero in fila, con le mani intrecciate, e sollevarono i piedi accennando i primi passi della danza...E su! E su!... la fila si cominciò a piegare formando lentamente un circolo...i piedi si sollevavano sempre più svelti, battendo gli uni su gli altri, percuotendo la terra come per svegliarla della sua immobilità.” Lo chiamano a ballare insieme a loro a don Giacinto, lui così diverso da tutti, alto e coi capelli dorati, e lui se ne ubriaca a vederle così, alcune alte e sottili, fasciate di orbace, coi grembiali ricamati di geroglifici gialli e verdi o i cappucci di scarlatto, e parevano venissero da lontano, dall’antico Egitto…”. 

Dice giustamente Marcello Fois: Grazia Deledda, con i suoi scritti, ha magicamente fatto emergere la Sardegna al centro del Mediterraneo e l’ha dispiegata al mondo. Che, da allora, ne è rimasto come affascinato, e in essa è perpetuamente alla ricerca di quella “diversità”, unicità, che ha caratterizzato i racconti della sua prima cantatrice. Che il giovedì non permette alle sue donne di filare perché, come noto, tutte hanno timore della Giobiana, la donna del giovedì, che si mostra appunto alle filatrici notturne e può loro cagionare del male. Che mette in cerchio gli uomini, alla festa, seduti a gambe incrociate, al centro una damigiana di vino: “Bibe, dialu!”: i poeti estemporanei che improvvisano ottave intorno alla guerra di Libia. Serafino Masala di Bultei, col profilo greco, vestito come un eroe di Omero che canta: “Su turcu non si cheret reduire// il turco non ne vuole sapere di arrendersi// anzi por gherrare est animosu// anzi è un coraggioso combattente...e Gregorio Giordano di Dualchi, rosso vestito come un trovatore, che cantava quasi singhiozzando come una prefica: “...Chi àppana in ogni passu sa vittoria// che abbiano (gli italiani) in ogni passo la vittoria// De poder tottu l’Africa acquistare…”. Tutta l’Africa, nientemeno! Le canne al vento del titolo sono gli uomini della terra che periodicamente vengono scossi dalle tempeste di Dio, secondo la sua imperscrutabile volontà. Solo uno straniero come Giacinto può avere anche dei dubbi e chiedere a Efix, con occhi pieni di disperazione: “E perché nascere?”- “Oh bella, perché Dio vuole così!”. La Regione Lombardia ha dedicato una mostra a grazia Deledda, in occasione del centesimo anno del suo premio Nobel, l’esposizione, organizzata dal circolo “Sardegna” di Monza e Brianza, consta di una serie di quadri realizzati dal pittore Gian Pietro Bernardini, di Villamassargia, che a Monza ha già dipinto un murale a ricordo della scrittrice. All'inaugurazione era presente anche la pronipote, lei una Grazia Madesani Deledda.

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