Guspini, Is Boinargius e il negozio di quartiere


I cinquant’anni di attività del Delfa Market si intrecciano con la storia di Is Boinargius, la borgata più popolosa del paese
Guspini, Is Boinargius e il negozio di quartiere

Mentre il quartiere di Is Boinargius prendeva forma, cresceva anche il Delfa Market. In cinquant'anni il negozio ha seguito l'evoluzione del quartiere, è diventato uno dei luoghi simbolo, un punto di riferimento capace di custodire la memoria delle famiglie, delle abitudini e dei cambiamenti che hanno attraversato questa parte di Guspini. 
A raccontarne la storia sono le sorelle Angela e Stefania Atzori, che ancora oggi portano avanti l'attività avviata dai genitori nel 1975 e stanno formando la terza generazione. 
Come nasce il Delfa Market? 
«L'idea fu di nostro padre Venicio che, cresciuto in una famiglia di commercianti aveva una spiccata vena imprenditoriale. Nostra madre, Delfa Pani, in principio intimorita non voleva farlo: si era messa persino a piangere, era disperata. Aveva cinque figlie, la licenza di terza elementare e non si sentiva pronta ad affrontare un'impresa simile. Angela, la maggiore di noi, frequentava la quinta elementare e cercava già di aiutarla con i conti. Eppure, quella diffidenza iniziale non le impedì di restare titolare dell'attività per oltre vent'anni, fino al maggio del 1996, quando il negozio passò a noi figlie». 
 

Delfa Pani



Il negozio è stato avviato dopo la macelleria di famiglia? 
«Le nostre radici commerciali nascono proprio dalla macelleria. Nostro padre aveva iniziato a lavorare fin da ragazzino accanto a nostro nonno, che era macellaio, imparando il mestiere e poi proseguendo l'attività, che ancora oggi viene gestita da nostra sorella Federica. Quando costruì insieme ai fratelli la macelleria di via Pisacane volle un locale moderno e curato, come allora se ne vedevano pochi: vedeva sempre in grande. “Babbo” aveva anche una capacità particolare di mettere le persone a proprio agio. Gli piaceva il suo mestiere e ne era un esperto: sceglieva personalmente i capi al pascolo, tra pecore, agnelli, capre, maiali, buoi e le carni venivano poi preparate nei locali del mattatoio comunale. Anche nostra madre veniva coinvolta: si occupava della preparazione degli insaccati, dalla salatura alla speziatura fino alla conservazione dei salumi che finivano sulle tavole delle feste. Lavoro e vita familiare si confondevano, macelleria, negozio e casa erano quasi un unico ambiente. Nostro padre era una persona molto attiva e persino la domenica trovava il modo di non fermarsi del tutto. Le domeniche erano dedicate alla passione per il calcio, che per un periodo lo portò a ricoprire la carica di presidente del Guspini. “Mamma” aveva per lui una stima profonda, anche se, per via del suo carattere prudente, era sempre contraria all'inizio di ogni nuova impresa». 
Nel 1975, quando il negozio è stato aperto com'era Is Boinargius? 
«Era ancora agli inizi del suo sviluppo edilizio. Molte strade non erano asfaltate, compreso il tratto di viale Di Vittorio dove c'erano la nostra casa e il negozio. Ai margini della carreggiata correvano le cunette per lo scolo dell'acqua piovana e ogni casa aveva il suo ponticello di cemento per l'accesso. Le prime vie a essere costruite erano state quelle dell'area interna, che oggi corrispondono a via Grieco, via Fratelli Cervi e via Renzo Laconi. Dove adesso ci sono i giardinetti si scaricavano ancora le macerie, e più avanti, dove passa l'asse mediano, c'erano soltanto grandi cumuli di terra. Fino a poco tempo prima era tutta campagna e i pastori vi portavano i buoi al pascolo». 


All'inizio, che cosa vendeva nel negozio? 
«In principio la vendita era soprattutto latte sfuso, che allora era ancora consentita. Poi arrivò il latte dell'Arborea, nelle caratteristiche buste triangolari gialle, distribuito nelle cassette esagonali. Poco alla volta abbiamo aggiunto altri prodotti. Non ricordiamo bene se sia stata la gente a richiederli o se sia avvenuto tutto in modo più spontaneo, aggiungendo un po' di merce per volta, ma già dopo il primo anno, l'assortimento continuava a crescere insieme al quartiere». 
 

Quali sono stati gli anni migliori? 
«Gli anni Ottanta, senza dubbio. Is Boinargius si popolava di famiglie giovani, spesso appena formate, che entravano nelle case nuove con entusiasmo. Il quartiere era in continua espansione e ogni novità sembrava appartenere a tutti. C'è un episodio minimo che rende bene l'idea: quando in negozio arrivò il nostro primo grande frigorifero espositore a tre ante, la gente passava apposta per vederlo. Non eravamo certo i primi ad averne uno in paese, ma era entrato nel negozio del quartiere e per questo diventava una novità per tutti. La clientela per lo più era costituita da minatori, alcuni già in pensione e altri ancora al lavoro. Le disponibilità erano semplici, ma il potere d'acquisto era diverso da quello odierno: si poteva lavorare con più elasticità e tenere comunque i conti in equilibrio. Poi, nel decennio successivo, qualcosa cominciò lentamente a rallentare: il quartiere aveva ormai completato gran parte della sua crescita e il contesto economico e sociale iniziava a cambiare». 


Anche per la vostra famiglia sono stati anni di passaggi delicati? 
«Dopo la scomparsa di nostro padre, nostra madre rimase sola e, con l'età e un glaucoma molto grave che le aveva quasi tolto la vista, decise di trasferirsi in una casa di riposo. Noi figlie abbiamo cercato di rimandare quel momento il più possibile, ma la scelta fu soprattutto sua: non voleva estranei in casa e allo stesso tempo non voleva diventare un peso per noi, impegnate chi nel negozio e chi a cercare una stabilità lavorativa. È stato quasi un sacrificio, fatto per lasciarci libere di cogliere le nostre opportunità».


Nel quartiere sono nate e chiuse molte attività. Come si spiegano i vostri cinquant'anni di esercizio? 
«Non c'è una sola ragione, e non sappiamo dirlo con certezza. Forse una parte importante dipende dalla forza di nostra madre e dal rapporto che aveva saputo costruire con le famiglie del quartiere. Aiutava chi era in difficoltà, e solo dopo che è morta abbiamo scoperto molto di ciò che faceva: ce lo hanno raccontato le persone, ed è così che abbiamo capito fino in fondo. La solidarietà poteva tradursi nel dare la spesa a credito, con i libretti di una volta, e quando i clienti tornavano a saldare il conto, lei trovava sempre il modo di aggiungere qualcosa in omaggio. Erano gesti possibili in un'epoca in cui i rapporti commerciali conservavano una dimensione più personale. Abbiamo sempre preferito puntare sulla qualità, piuttosto che entrare in competizione sulla guerra dei prezzi. Se una persona sceglie di venire da te, non lo fa soltanto per il costo del prodotto: viene perché nè ha intenzione al di là del prezzo. Vale anche il contrario: se non vuole venire, non basta abbassare il prezzo ai prodotti. Questo è ciò che ci è stato insegnato da mamma e papà per gestire il nostro “Piccolo negozio di quartiere”». 


Nel corso degli anni ci sono stati cambiamenti nella gente e nel modo di fare la spesa? 
«È cambiato quasi tutto, insieme al quartiere e alla nostra stessa famiglia. La prima generazione di clienti, quella dei coetanei di nostra madre, è quasi del tutto scomparsa. Nel frattempo, sono arrivati i centri commerciali e le aperture nei giorni festivi, di conseguenza sono cambiate anche le abitudini. Alla gente piace uscire: la domenica va nei negozi anche soltanto per comprare il pane fresco di giornata. Può sembrare un dettaglio da poco, ma racconta quanto sia cambiato il modo di vivere e perfino di alimentarsi. Lo vediamo anche nei prodotti che un tempo caratterizzavano il nostro negozio. A Natale, per esempio, si vendeva molta frutta secca e soprattutto pesci sotto sale. Le salacche arrivavano nei barili rotondi di legno, disposte a strati, mentre il baccalà, ancora sotto sale, lo compravamo in cartoni interi. Adesso sono soprattutto le persone anziane a cercare questi prodotti, mentre molti giovani non li hanno mai assaggiati e non saprebbero nemmeno riconoscerli. In fondo, insieme al modo di fare la spesa, è cambiato anche il modo di cucinare».


 Oggi chi manda avanti il negozio? 
«Il Delfa Market continua come impresa familiare. Accanto a noi lavora il figlio di Stefania, Mattia. Il suo ingresso ha avuto anche una funzione organizzativa: per mantenere la forma dell'impresa familiare serviva la presenza di un parente stretto. Il nome, invece, non l'abbiamo mai messo in discussione. Dopo la morte di nostra madre qualcuno esitava perfino a dire, come aveva sempre fatto, “Vado da Delfa”: come se pronunciare il suo nome fosse diventato inopportuno. Per questo motivo, anche attraverso i ocial abbiamo voluto spiegare che il negozio continua a chiamarsi “Delfa Market” proprio perché quel nome appartiene alla nostra storia familiare e, ormai, anche a quella del quartiere. Vogliamo che la tradizione vada avanti!». 

Nel racconto di questi cinquant'anni torna spesso anche la parrocchia. 
«È un altro filo che attraversa tutta la nostra storia perché “Anche i sacerdoti sono tra i nostri clienti”. In principio il parroco della giovane comunità di Is Boinargius era Don Petronio Floris, con lui è stata edificata la chiesa del quartiere. Oggi il sacerdote della chiesa di Don Bosco è Don Claudio Marras, lui passa spesso in negozio e, quando è mancata nostra madre, dopo il funerale è tornato più volte a casa nostra, anche soltanto per sapere come stavamo». 

Che cosa vi resta di mezzo secolo dietro il banco? 
«Soprattutto i volti. Le donne anziane che venivano qui erano tutte zie per noi: le chiamavamo così. Oggi entrano i loro figli e i loro nipoti. Restano presenze storiche e restano gli oggetti, che a volte custodiscono legami inattesi: una cliente ci ha raccontato di aver comprato da nostra madre un portaoggetti da appendere in stoffa con le tasche, e di pensare a lei ogni volta che lo usa. È questa, forse, la cosa che ci fa più piacere. Il negozio è cresciuto mentre il quartiere prendeva forma, ha visto arrivare nuove famiglie, cambiare generazioni e abitudini, scomparire volti e nascere legami nuovi. Sentire che il nome di nostra madre torna nei discorsi con naturalezza e affetto, e non come qualcosa da evitare, significa che il Delfa Market non appartiene soltanto a noi, ma anche alla memoria di Is Boinargius».

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