Guspini, la storia dell’ottico Stefano Pusceddu


“Ho iniziato nel 2003 grazie ad Andrea Floris, all’epoca titolare di quattro punti vendita a Cagliari, che aveva il desiderio di tornare a Guspini”
Guspini, la storia dell’ottico Stefano Pusceddu

Dietro un paio di occhiali non c’è soltanto la scelta di una montatura, ma un lavoro spesso invisibile fatto di laboratorio, precisione tecnica e attenzione artigianale. Nel laboratorio di SP Ottica, a Guspini, le lenti vengono lavorate e adattate al volto del cliente attraverso strumenti computerizzati e regolazioni millimetriche costruite sulle esigenze della persona. Una filosofia del “su misura” che Stefano Pusceddu porta avanti da oltre vent’anni e che affonda le proprie radici in una famiglia di artigiani: prima il nonno e il padre nella storica sartoria di via Gramsci, oggi lui nel laboratorio ottico dove tecnologia e manualità continuano a intrecciarsi. Tra lavorazioni personalizzate, innovazione e rapporto umano con il cliente, l’ottico guspinese racconta il lato meno conosciuto del suo mestiere.

Come nasce il suo percorso di ottico?

«Ho iniziato nel 2003 grazie a un fraterno amico e mentore, Andrea Floris, all’epoca titolare di quattro punti vendita a Cagliari, che aveva il desiderio di tornare a Guspini, suo paese d’origine, per aprire un’attività. Cercava una persona del territorio di cui potersi fidare e, complice un’amicizia nata in gioventù, insistette molto perché intraprendessi questo percorso. Mi convinse e accettai ponendo una sola condizione: se avessi compreso che quella sarebbe potuta diventare la mia strada lavorativa, mi avrebbe dato la possibilità di frequentare la scuola necessaria alla mia formazione professionale. Iniziai a lavorare e già nel primo anno compresi che quella professione mi appassionava davvero e nel 2004, grazie anche al suo supporto organizzativo, intrapresi il percorso di formazione. Poiché in Sardegna non esisteva una scuola di ottica, frequentai un corso per lavoratori a Termoli, in Molise, dove per due anni mi recai ogni due settimane per seguire lezioni teoriche e attività pratiche di laboratorio dedicate al montaggio degli occhiali, alla refrazione della vista e alla contattologia. Nel 2006 ottenni l’abilitazione all’arte ausiliaria sanitaria del settore ottico, un traguardo che mi consentì di acquisire una maggiore autonomia professionale, pur continuando a lavorare da dipendente fino al 2011. In quell’anno, con il mio datore di lavoro e amico Andrea Floris raggiungemmo un accordo che mi permise di prendere in gestione il negozio attraverso un affitto di ramo d’azienda. Dopo circa due anni rilevai definitivamente l’attività, iniziando così il mio percorso da imprenditore autonomo».

Come nacque la scelta di trasferire il negozio in via Gramsci? 

Stefano Pusceddu«Questa è una vicenda a cui tengo particolarmente e che racconto sempre volentieri. Dopo quattro anni, trascorsi nella sede storica del negozio decisi, con l’aiuto di mio padre e l’incoraggiamento di mia moglie, di creare un’attività più vicina alla mia idea di lavoro, ampliando gli spazi dedicati soprattutto al laboratorio, alla misurazione della vista e all’applicazione delle lenti a contatto. Per questo scelsi di trasferire il negozio in via Gramsci 33, nei locali dove in passato avevano lavorato mio padre e mio nonno con la loro sartoria. Via Gramsci, in quegli anni, rappresentava la via principale del commercio guspinese, il cuore pulsante delle attività del paese». Quella sede porta con sé anche una storia familiare? «Esatto. Mio nonno commerciava tessuti e faceva il sarto, attività che mio padre proseguì dalla fine degli anni Quaranta fino alla fine degli anni Novanta. Ancora oggi all’interno del negozio sono presenti alcuni arredi provenienti dalla vecchia sartoria, restaurati e adattati alle esigenze della mia attività. Ci sono il bancone da lavoro di mio padre e una credenza utilizzata da mio nonno per conservare i tessuti: un mobile che ha più di cento anni. Riflettendoci oggi, penso che probabilmente l’artigianato lo avessimo nel DNA». Che cosa c’è dietro il lavoro di un ottico? «La scelta e la vendita della montatura rappresentano sicuramente una parte importante del mestiere, ma costituiscono solo una piccola parte. L’aspetto fondamentale riguarda soprattutto la refrazione della vista e tutto il lavoro necessario per individuare la soluzione più adatta alle esigenze individuali». Come nasce concretamente un occhiale su misura? «Il lavoro parte sempre dall’individuazione delle esigenze specifiche del cliente. L’aspetto più importante consiste nel comprendere le necessità della persona, perché ogni attività quotidiana richiede un approccio differente. Le esigenze di chi lavora davanti a un computer, ad esempio, sono molto diverse da quelle di chi svolge professioni più dinamiche. Un videoterminalista necessita infatti di una correzione visiva adatta al lavoro a distanza ravvicinata, mentre altre attività richiedono soluzioni e tipologie di lenti differenti. Una volta individuate le necessità del cliente si procede con la misurazione della vista e con la scelta della lente più adatta. Se necessario, le lenti vengono ordinate in base alle caratteristiche richieste e successivamente lavorate in laboratorio per adattarle alla montatura scelta. Oggi il livello di personalizzazione raggiunto dal settore è molto elevato. È possibile intervenire non soltanto sugli aspetti funzionali della lente, ma anche su quelli estetici, arrivando persino a realizzare micro incisioni personalizzate. Le moderne tecnologie consentono soluzioni sempre più adatte alle caratteristiche uniche personali». Dietro questo lavoro c’è anche un laboratorio altamente specializzato? «Utilizziamo macchinari d’avanguardia dedicati alla misurazione della vista e alla lavorazione delle lenti. Gli strumenti sono computerizzati e progettati per garantire precisione durante ogni fase del lavoro. Anche il laboratorio è dotato di tecnologie evolute e continuo a investire nella strumentazione perché tutto questo si traduce in una maggiore qualità e in un miglior comfort per il portatore finale. Le lenti arrivano come semilavorati, in forma circolare e di diversi diametri a seconda delle esigenze. Successivamente la molatrice, attraverso un tracciatore digitale, legge la forma della montatura e riproduce sulla lente il profilo esatto necessario al montaggio. In base alle misure del viso del cliente vengono inseriti parametri specifici che permettono di realizzare un occhiale realmente personalizzato. Sono occhiali “Tailor made”, fatti su misura».

Dopo il montaggio delle lenti il lavoro può dirsi concluso?

«Esiste un’ulteriore fase di controllo e rifinitura che coinvolge direttamente il cliente. Una volta terminato il montaggio, l’occhiale viene ricontrollato per verificare che tutto sia stato eseguito correttamente. A quel punto si fa indossare l’occhiale e si procede con un ulteriore controllo nella saletta refrazione, per verificare che sia realmente funzionale alle sue esigenze. Infatti, un occhiale può risultare troppo largo, troppo stretto o leggermente inclinato semplicemente a causa delle naturali asimmetrie del volto. Ogni viso presenta caratteristiche differenti e per questo l’occhiale deve essere adattato. In fondo, anche in questo aspetto ritrovo quella dimensione artigianale che nella mia famiglia era legata al mestiere del sarto. Non a caso mi viene spontaneo fare un paragone con quel mondo: è un po’ come quando si indossa un pantalone e bisogna fare un orlo. Anche qui si interviene per fare in modo che l’occhiale calzi perfettamente sul viso prima della consegna finale». 

In un lavoro costruito su misura, quanto conta il rapporto con il cliente?

«Si crea un rapporto di fiducia molto forte, quasi come accade con il medico. Quando si riesce a risolvere un problema, il cliente tende a tornare perché sa di poter contare su di te. Naturalmente può capitare di non individuare subito la correzione più adatta o di non comprendere immediatamente tutte le esigenze, ma proprio l’attenzione dedicata alla ricerca della soluzione alle difficoltà che emergono nel corso del lavoro, contribuisce alla costruzione di un legame particolare».

Nel tempo l’attività è cresciuta anche dal punto di vista organizzativo? 

«A un certo punto è diventato difficile seguire tutto da solo, perché il nostro non è un lavoro che si esaurisce in una vendita immediata. Qui si parla di dispositivi medici e serve una sensibilità particolare: la fretta, in questo mestiere, non aiuta. Con il trasferimento del negozio nacque quindi la necessità di inserire una collaboratrice. Cercavo una persona già formata, con una lunga esperienza nel settore, e Alba Milone rappresentò la scelta giusta, anche grazie alle ottime referenze ricevute da un oculista con cui collaboro. Dal 2018 lavora al mio fianco ed è ormai parte della famiglia di SP Ottica».

Dopo oltre vent’anni di attività, cosa continua ad appassionarla di questo mestiere? 

«Mi piace profondamente questo lavoro, altrimenti non lo farei da quasi venticinque anni. La parte che continua ad appassionarmi maggiormente è quella artigianale. Oggi il settore si sta evolvendo in una direzione diversa e, teoricamente, si potrebbe anche fare a meno del laboratorio interno, ordinando lenti già lavorate e pronte per il montaggio. Ma sarebbe un po’ come voler vendere un unico numero di scarpe, pretendendo che possa calzare bene a chiunque. Continuo invece a credere nel lavoro su misura. Per questo investo ancora nella strumentazione e nella lavorazione interna delle lenti, anche se in alcuni casi potrebbe risultare meno conveniente dal punto di vista economico. È una parte del lavoro che continua a darmi soddisfazione e che porto avanti con convinzione».

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