Ho il piacere di ripercorrere l’impegno politico e lavorativo di Franco Lecis, maturato prima all’interno dell’organizzazione professionale agricola Unione Regionale Contadini e, successivamente, alla guida dell’Alleanza Provinciale Contadini e Pastori. la sua esperienza amministrativa raggiunse un punto decisivo quando fu eletto sindaco di Samassi, ruolo che ricoprì dal 1975 al 1980, in un periodo segnato da profondi cambiamenti nelle condizioni socio economiche del mondo agricolo e pastorale.
Erano anni di transizione, in cui le certezze della tradizione contadina iniziavano a confrontarsi con nuove dinamiche produttive, con l’evoluzione dei mercati e con un diverso rapporto tra comunità rurali e istituzioni. In questo scenario complesso, Lecis scelse di essere un punto di riferimento per contadini e pastori: li ascoltò, ne interpretò i bisogni e si impegnò a dare voce a una realtà che stava cambiando, senza rinunciare alla propria identità e ai propri valori.
ALLA SCUOLA DELLE FRATTOCCHIE
«Mi appassionai alle attività del settore agricolo, e in particolare alla politica agraria, durante un corso di quindici giorni frequentato nel 1970 alla Scuola delle Frattocchie, l’Istituto di formazione centrale del Partito Comunista Italiano. La scuola aveva sede in una villa donata al PCI, situata a Frattocchie, frazione del comune di Marino, in provincia di Roma. Fui inviato a frequentare quel corso dopo la mia elezione a segretario della sezione del Pci di Samassi. Ricordo che, nonostante si trattasse di una scuola di formazione nazionale, i relatori - tra cui Emilio Sereni, Gerardo Chiaromonte e molti altri dirigenti più giovani - affrontarono anche il tema della legge sulle chiudende. A dire il vero, all’epoca non conoscevo affatto l’argomento; quando rientrai, mi misi subito ad approfondirlo».
DA SEGRETARIO DI SEZIONE DEL PCI
«Nel ruolo di segretario di sezione collaborai con Fulvio Sanna, appena eletto presidente provinciale dell’Alleanza Contadini e Pastori della Provincia di Cagliari. Insieme organizzammo una delegazione da far partecipare a una manifestazione nazionale a Roma per sollecitare l’approvazione della legge sugli affitti dei fondi rustici, la cosiddetta legge De Marzi Cipolla del 1971. Si trattava di una riforma importante, pensata per modernizzare e razionalizzare la produzione lattiero casearia in Sardegna. Tra i partecipanti locali alla manifestazione vi erano Gino Setzu e Salvatore Concu, figure che rappresentavano sia il mondo del bracciantato sia quello dei piccoli produttori. Quella legge permise ai pastori di liberarsi dall’onere della rendita fondiaria e di investire nella razionalizzazione delle aziende, migliorando anche la commercializzazione del prodotto finito. Dopo quell’impegno, Fulvio Sanna mi chiese di collaborare più stabilmente con l’organizzazione».
INCONTRO CON GIOVANNI LAY
«Una mattina mi presentai negli uffici del Largo Carlo Felice, a Cagliari, dove incontrai Giovanni Lay, presidente regionale dell’Unione Contadini e Pastori, figura politica molto conosciuta anche a Samassi. Ricordo che confabulava con Giovanni Battista Melis di Serramanna che all’epoca era anche consigliere regionale eletto nel territorio. Nell’anno 1972, dopo un breve colloquio mi proposero di entrare nell’organizzazione regionale, la Unione Regionale Contadini e Pastori, per sostituire una persona che si occupava, tra l’altro, delle rendicontazioni con l’Assessorato regionale dell’Agricoltura».
LA SECONDA ESPERIENZA LAVORATIVA
«Non si trattava della mia prima esperienza lavorativa: avevo già trascorso due anni alla Fiat di Torino, dove percepivo uno stipendio di 125 mila lire al mese. L’organizzazione agricola me ne offrì la metà, ma accettai senza esitazione. Quella scelta segnò l’inizio della mia lunga attività a fianco di contadini e pastori, in un periodo attraversato da manifestazioni, rivendicazioni e profonde trasformazioni della contrattazione agraria. Erano anni cruciali, in cui si discuteva del superamento dei contratti di mezzadria e della conversione dei contratti di colonia in affitto. Si trattava di passaggi fondamentali per modernizzare il settore agricolo, ridurre le forme più arretrate di dipendenza economica e rafforzare i diritti dei lavoratori della terra. In tutto il Paese, il mondo rurale era attraversato da un fermento nuovo, sostenuto da una parola d’ordine che sintetizzava un’intera stagione di lotte e aspirazioni: “la terra ai contadini”. Quell’impegno collettivo, che univa riforme legislative, mobilitazioni e un crescente protagonismo delle comunità rurali, contribuì a ridefinire i rapporti agrari e a porre le basi per un’agricoltura più moderna, più giusta e più capace di garantire dignità a chi lavorava la terra. Dopo la legge De Marzi–Cipolla del 1971, saranno trascorsi quasi 10 anni, il Parlamento approvò una riforma molto più ampia e organica dei contratti agrari, nota come Legge sui Patti agrari, che ridefinì in modo strutturale affitto, mezzadria e compartecipazione».
LA STRUTTURAZIONE DELLA SEDE PROVINCIALE
«Con la contemporanea presenza di Fulvio Sanna, che in quegli anni stava lasciando il Cenfac e l’ufficio studi, iniziò a strutturarsi la sede provinciale di Cagliari. La formazione professionale venne affidata a Pietro Tandeddu, mentre fu istituito un ufficio contratti per regolarizzare la posizione dei contadini che abbandonavano la mezzadria e la colonia: un settore seguito direttamente dallo stesso Fulvio Sanna. All’ufficio Studi Fulvio Sanna venne sostituito da Emilio Cuccu senatore di Terralba. Il Patronato Inac era allora diretto da Giovanni Contu di Serramanna, affiancato da Antonella Serri di Monserrato e Antonio Cocco che seguiva le pratiche UMA. Era un periodo in cui si lavorava senza sosta».
LA SCOMPARSA DI FULVIO SANNA
«Nel 1977, con la scomparsa di Fulvio Sanna, la guida dell’organizzazione passò a Fulvio Tocco, che nel frattempo aveva maturato una solida esperienza sul territorio affiancando Fulvio Sanna: nel patronato, nelle associazioni di categoria, nella costituzione delle sedi comunali e nella formazione professionale. Accanto a lui venne eletto vicepresidente Antonio Titti di Monserrato, figura storica del sardismo isolano, già sostenitore di Emilio Lussu e successivamente approdato al Partito Socialista Italiano».

LA NASCITA DELLA CONFCOLTIVATORI
«Nel dicembre 1977, al termine del processo di unificazione del mondo agricolo, nasce la Confederazione italiana coltivatori (CIC), organizzazione laica e autonoma da partiti, sindacati e governi. Alla nuova Confederazione confluiscono l’Alleanza Nazionale dei Contadini, la Federmezzadri-CGIL e l’Unione Coltivatori Italiani. Il Congresso costituente elegge Giuseppe Avolio presidente, incarico che manterrà fino al 1992, anno del V Congresso, quando l’organizzazione assume il nome di Confederazione italiana agricoltori (CIA).0»
I SERVIZI DI ASSISTENZA
«Fu proprio in quegli anni che nacquero i primi uffici comunali del Patronato Inac nel territorio provinciale, dopo la positiva esperienza della sede di Serramanna con Gianni Contu e di quella di Villacidro con Ignazio Pinna, proveniente dalla Cgil e Amalia Shirru all'epoca assai attiva sulle questioni agricole. A queste due realtà iniziali si aggiunsero progressivamente: le sedi di Serrenti, in piazza Chiesa, guidata per diversi anni da Eliana Bandino; di Villamar curata per un breve periodo da Fernando Cuccu prima di essere assunto dal comune; di Senorbì diretta da Pierpaolo Cocco di Gesico; di San Sperate seguita da Maria Bonaria Carta; di Santa Margherita di Pula con Raimondo Pisano; di Monastir affidata a Lucia Tronci; di Guspini con Pierpaolo Liscia e la sorella Teresa; di Pabillonis con Iolanda Gulotta; di Narcao seguita da Anna la figlia di Domenico Mandaresu; di Collinas con Eligio Manigas; di Vallermosa con Luciano Sestini; e infine la sede di Samassi con Teresa Bolliri. Questa rete crescente di presidi territoriali rappresentò un passo decisivo nel radicamento dell’organizzazione nelle comunità rurali, garantendo assistenza, tutela e presenza costante nei paesi della provincia».
PERSONAGGI DI RIFERIMENTO
«In quegli anni ero ancora impegnato nella sede regionale, dove operavano Franceschino Orrù come presidente, Attilio Poddighe come segretario e Anna Pisano, originaria di Guspini, nelle funzioni di segreteria. Pur lavorando stabilmente nel regionale, collaboravo attivamente con la sede provinciale e seguivo con attenzione la progressiva ramificazione dell’organizzazione nel territorio. Ricordo che le sedi provinciali di Sassari, Nuoro e Oristano erano rispettivamente presiedute da Eugenio Maddalon, Mario Pani e Pierino Pinna, figure di riferimento per le realtà agricole delle loro province. Nel frattempo, Eliana Bandino lasciò la sede di Serrenti, alla quale subentrò Marina Soddu, che in seguito si rese disponibile anche per seguire la sede di Sanluri, contribuendo così a rafforzare ulteriormente la presenza dell’organizzazione nel Medio Campidano».
CAMBIO DELLA SEDE REGIONALE
«A un certo punto, la sede del Largo Carlo Felice divenne troppo stretta per ospitare anche la struttura regionale. Quest’ultima si trasferì quindi negli uffici di Piazza San Giuseppe, nel quartiere di Castello, dotandosi di un proprio apparato organizzativo. La nuova struttura vedeva Attilio Poddighe nel ruolo di presidente, Ignazio Moi come vicepresidente e Pietro Tandeddu responsabile della formazione professionale, incarico che venne successivamente assunto da Antonio Sanna. Le funzioni di segreteria generale erano affidate a Giuliana Serra, mentre Mammola Fanni seguiva le attività organizzative e i rendiconti della sede regionale, un compito che ha portato avanti con continuità e dedizione per molti anni. Io scelsi invece di restare nella sede del Largo Carlo Felice 18. Mi piaceva il contatto diretto con i produttori agricoli e zootecnici, molti dei quali provenivano dal Medio Campidano, tra cui diversi coloni di Sanluri Stato, che conoscevo molto bene. Quel rapporto quotidiano con le persone e con i loro problemi concreti rappresentava per me un elemento fondamentale del lavoro. Con l’intensificarsi dell’attività dell’ufficio vertenze, che seguivo anch’io, venne inserita una figura storica del PSIUP, Pietro Vacca, incaricato di occuparsi in modo specifico di quel settore. Per la dedizione con cui difendeva gli affittuari dalla proprietà terriera assenteista, lo chiamavamo scherzosamente “l’avvocato dei poveri”. Il suo impegno contribuì a rafforzare ulteriormente la credibilità dell’organizzazione nelle vertenze agrarie di quegli anni. Parlando di Pietro Vacca, va ricordato che, durante il periodo in cui collaborò con l’Alleanza dei contadini, egli ricoprì anche la carica di sindaco del Comune di Sanluri, confermando il suo forte radicamento nel territorio e il riconoscimento di cui godeva tra i cittadini. Nel periodo compreso tra il 1975 e il 1980, mentre lavoravo nell’organizzazione, svolsi anche la funzione di sindaco di Samassi. Garantire la presenza in entrambi i ruoli non fu semplice, ma l’esperienza maturata all’interno dell’organizzazione agricola si rivelò preziosa e di grande utilità nell’amministrazione comunale, soprattutto nella gestione dei rapporti con il mondo rurale e nelle politiche di sviluppo locale».

PRESIDENTE PROVINCIALE
«Nel 1989, Fulvio Tocco lasciò la guida dell’organizzazione provinciale per assumere un incarico nel Consorzio Interprovinciale per la Frutticoltura. Dopo un periodo di gestione transitoria, che seguii volontariamente per assicurare continuità, l’assemblea degli iscritti, nel 2002, mi elesse presidente provinciale, incarico che ho mantenuto fino al 2008. Era ormai un’altra fase dell’agricoltura, profondamente diversa da quella dei decenni precedenti, segnata da nuove esigenze produttive, da un diverso rapporto con il mercato e da un progressivo cambiamento della struttura sociale delle campagne».
CONCLUSIONE
«Quando mi avvicinai all’organizzazione, gli agricoltori rappresentavano circa il 20% delle unità attive in Sardegna. Quando lasciai la presidenza, la loro presenza era scesa al 9%. Questo dato, più di qualsiasi analisi teorica, restituisce con immediatezza la profondità della trasformazione che ha attraversato il mondo agricolo in quei decenni. Il calo non riguarda solo il numero degli addetti, ma riflette un cambiamento strutturale del tessuto produttivo: la progressiva meccanizzazione, la riduzione della manodopera familiare, la crisi delle colture tradizionali, l’invecchiamento degli operatori e la crescente difficoltà nel ricambio generazionale. Allo stesso tempo, l’economia regionale si orientava verso altri settori, riducendo il peso storico dell’agricoltura nella società sarda. Quella diminuzione percentuale racconta dunque una storia più ampia: la fine di un modello agricolo fondato sulla piccola impresa familiare e l’avvio di una fase nuova, segnata da aziende più specializzate, da un mercato più competitivo e da un rapporto diverso tra comunità rurali e territorio. È il ritratto di un cambiamento profondo, che ha inciso non solo sull’economia, ma anche sulla vita sociale e culturale delle campagne sarde».
© Riproduzione riservata