I buoi, specialmente quelli domiti, "dòmaus", abituati al giogo,"su giuali", erano nella civiltà contadina del passato animali indispensabili nel lavoro agricolo. Era importante venissero aggiogati, "giuntus" con le corregge di cuoio "is lorus" sempre nella stessa posizione. Quello di sinistra sempre dalla stessa parte così come l'altro sempre a destra.
Alla parte sinistra normalmente veniva aggiogato quello più vivace, "su prus scadrallutu", dall'altra parte quello più tranquillo. Il bue tradizionalmente è simbolo di forza, di docilità e di affidabilità, capacità quest'ultima di rispondere prontamente agli ordini dati a voce o per mezzo de "is odriangus", le redini per la guida. L'utilizzo dei buoi ha contribuito nel tempo ad alleviare il lavoro prettamente manuale dell'uomo e a fornire maggiori quantità di prodotti primari, essenziali per la vita quotidiana delle famiglie: grano, cereali, frutta, olio, mandorle, vino, ortaggi etc.
Nella civiltà contadina sopravvissuta fino alla metà ed oltre del secolo scorso, i buoi mansueti, resistenti alla fatica e ai sacrifici, oltre che un validissimo supporto in agricoltura rappresentavano, insieme al possesso di terre e di altri animali come pecore, capre, cavalli, l'appartenenza ad un alto livello sociale. La borghesia terriera, "is messaius mannus ", poteva contare su estesi appezzamenti di terreno e su molteplici gioghi di buoi. " Su messaieddu " possedeva minori proprietà. A un gradino inferiore era "su messaiu a juu e carru" e sotto ancora i lavoratori dipendenti: "su sotzu, su serbidori mannu, is atrus serbidoris, su boinaxu, su boinaxeddu, su pastori". Per ultimo veniva "su giornaderi", il bracciante con chiamata a giornata.
Un tempo era normale vedere mandrie di buoi di razza sardo modicana al pascolo nelle nostre campagne e ragazzini di otto, dieci anni che le custodivano. All'uscita da scuola infatti, dopo il frugale pasto, i ragazzi dovevano andare a pascolare i buoi, "a pàsciri is bois" fino a tarda sera. Del bestiame si aveva gran cura. I servi incaricati si alzavano anche di notte per dar da mangiare ai buoi, "apallai is bois", i quali l'indomani dovevano lavorare tutto il giorno. C'era addirittura il suono delle campane della chiesa alle tre del mattino, effettuata dal sagrestano che richiamava i servi a quest'incombenza. All'interno delle mangiatoie in pietra,"is istaddas de perda", la paglia, portata dal pagliaio, "sa dom'e palla", con una capiente cesta, "s'apalladroxia", veniva mischiata con le fave macinate oppure con l'orzo o l'avena. Era "sa brovenda".

Con il carro inizialmente a ruote piene, "arrodas de panga" e successivamente a raggi, trainato dai buoi, venivano effettuate tutte le operazioni di trasporto: covoni di grano, "sa màghia", mucchi di fave, "bratzadas de faa" e cereali vari, sacchi pieni di granaglie, paglia, legna etc. Per la vendemmia si metteva sul carro il tino di legno, "sa cobidina" e l'uva veniva in tal modo portata nella cantina familiare, "su magasinu de su binu" per la pigiatura. Abili maestranze approntavano i carri agricoli e solo dal rumore del carro in movimento per le vie del paese si riconosceva quale fosse "su meist'e carru" che aveva messo mano alla sua costruzione.
Il giogo dei buoi veniva utilizzato anche per "trebbiare" il grano con il solo calpestio degli animali e con l'aiuto ed il traino di una grossa pietra forata, "sa perda de argiolai" che si attaccava al giogo con una lunga catena di ferro. Inutile dire che i ragazzini presenti salivano per gioco sulla pietra facendosi trainare dai buoi. I buoi non potevano neppure mangiare il grano, perchè il contadino metteva loro una rete sul muso, una sorta di museruola fissata al collo "sa sportitza".
Chi nei secoli passati non possedeva buoi, li acquistava dalla confraternita locale che aveva le sue mandrie e domava al giogo i vitelloni, "is mallorus". L'acquirente doveva pagare un censo annuale ipotecando terre, vigne, case etc. Nel caso di insolvenza il creditore incamerava i beni ipotecati. Così recitano i documenti d'archivio del XVII-XVIII secolo. Più di recente buoi e altri animali potevano essere comprati o venduti alle vicine fiere di Santa Croce ad Oristano o alla fiera di San Marco a Ollastra.
I gioghi dei buoi infiorati partecipavano in passato numerosi anche alle feste paesane dei Santi con "is guturadas", i collari tessuti al telai sardo e le campanelle tintinnanti lungo il corteo processionale. Con i processi di meccanizzazione repentini e l'avvento dei trattori e di tutti i macchinari per le attività agricole, i buoi utilizzati per millenni hanno esaurito il loro prezioso compito e sono stati messi da parte. Restano solo quale elemento coreografico, nel rispetto di un'antica tradizione, quasi solamente per trainare il cocchio processionale, "tirai su cocciu" dei santi: Sant'Efisio, Sant'Isidoro, Santa Maria, San Giorgio e tanti altri. Vengono presi in affitto da proprietari che li curano tutto l'anno e ben tirati a lucido e ben nutriti, sono pronti per le feste patronali o la sagre di turno: buoi sempre mansueti, " bois masèdus", docili e tranquilli anche in presenza di spari di mortaretti, fuochi d'artificio e affollamento di persone. Così è stato anche quest'anno per la festa appena conclusa di Sant'Isidoro agricoltore, "Santu Sidoru messaiu" a Collinas, con i buoi di proprietà di Samuele Piddiu, "Mira ch'est tempus e Spassiadiri ", del paese di Villa San Pietro che hanno trainato il cocchio del Santo attraverso le vie del centro storico prima della benedizione dei trattori e della Santa Messa solenne.
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