La storia del costume sardo affonda le sue radici nella cultura millenaria dell’isola, dove l’abito non è mai stato un semplice elemento della vita quotidiana, ma anche un segno distintivo di appartenenza. Nato come indumento funzionale per la vita pastorale e agricola, il costume ha attraversato epoche e dominazioni trasformandosi in un patrimonio simbolico che ancora oggi racconta la storia delle comunità locali.
Come ogni paese della Sardegna, anche Guspini custodisce un proprio modello, riconoscibile nei dettagli e nei colori. Durante le feste popolari e religiose, questi abiti tornano a vivere, indossati con orgoglio come testimonianza di identità e continuità culturale, grazie alla passione per le tradizioni locali, al prezioso e lungo lavoro di ricerca di Maria Giuseppina Atzori e di suo marito Mauro Usai.
Proprio sulla ricostruzione puntigliosa del costume guspinese, da parte dei coniugi Usai, si concentra la storia di questi indumenti identitari dell’ex centro minerario più importante della Sardegna, del secolo scorso. Il costume diventa così un ponte tra passato e presente, un modo per preservare e tramandare alle nuove generazioni la ricchezza della memoria di Guspini.
A Maria Giuseppina Atzori, nativa di Carbonia ma residente a Guspini fin dall’età di due anni, vera artefice della ricerca sul costume guspinese abbiamo chiesto come e quando nasce l’idea «Provengo da una famiglia di minatori. Nel lontano 1994, insieme a mio marito Mauro e mio figlio Enrico, aprimmo la scuola di ballo liscio e latinoamericano “L’orchidea Blu”, discipline per le quali conseguii il diploma di maestra. L'attività della scuola mi portò a girare paesi e mostre varie, risvegliando in me la passione per la cultura sarda. Passione trasmessa da mio padre, grande estimatore di commedie dialettali. Fu proprio questa passione per la cultura sarda che sviluppò in me la curiosità di sapere perché Guspini, a differenza di tanti altri paesi, non avesse un costume sardo che lo caratterizzasse. Cominciai a fare delle domande in giro, in particolare agli anziani ma la maggior parte affermava che Guspini non aveva un proprio costume. Alla luce di queste informazioni, cominciò a subentrare in me il pessimismo quando, parlandone con mio suocero, Velio Usai, mi confermò che invece il costume esisteva e come. Raccontò che quando era ragazzo, diverse volte, con molti suoi coetanei lo avevano indossato per mascherarsi a carnevale. Questo racconto rafforzò in me e mio marito la convinzione di proseguire nella ricerca e riportare in vita la tradizione perduta del costume. Un doveroso omaggio, quindi, va reso, alla memoria del mio stimato suocero, che, nella fase iniziale del progetto, ci incoraggiò, con le prime descrizioni del costume guspinese, frutto di ricordi e racconti dei suoi avi. Cominciò la nostra ricerca andando di casa in casa, di famiglia in famiglia, cercando pezzi di abbigliamento antichi. Abbiamo trovato dapprima una gonna, poi dei corsetti, degli scialli. Cresceva sempre più in noi la fiducia e l’entusiasmo. Durante questo lungo percorso furono contattate tante persone. Fra queste: mia cugina Luisella Manca, signora Maria Salis, Delfa Liscia, Letizia Ninna, Maria Ortu, Maria Tuveri, i fratelli Marco e Camillo Piga. È grazie alla loro collaborazione e ad altre che chiesero di mantenere l’anonimato, che si è potuto realizzare questo meraviglioso lavoro. Avevamo acquisito informazioni tali da confermare che l’abito femminile era composto da una gonna di colore viola con delle righine nere e blu o verdi, plissettato con pieghine molto fitte, tanto che l’ampiezza della gonna arrivava ad avere dai sei ai nove metri di stoffa. Era arricchita da una balza alta color ruggine o da un pizzo nero alto e al rovescio era foderata con della stoffa di colore marrone. Si abbinava una camicia bianca, molto ampia, di lino o cotone, spesso arricchita da pizzo o ricami e chiusa al collo e ai polsi da bottoni lavorati, in argento. Sopra la camicia mettevano un corsetto stretto chiuso in vita sotto il seno con dei gancetti, si chiamava “pabas de prezianna”, confezionato con broccato a sfondo bianco o blu e con ricami di rose o spighe di grano. Il tutto era completato da un bellissimo grembiule di colore viola scuro in seta stampata a fiori, legato in vita da una catena d’argento “Su cadenazzu”. Un altro oggetto che arricchiva ancora di più il costume era lo scialle “Su mucadori de tanau”, di colore marrone con disegni stampati. Grazie a Teresina Pau, vidi il primo scialle nero realizzato In “Tibet” nero di lana, splendidamente ricamato con rose dalle varie tonalità di rosso e viola, con lunghe frange
in seta lavorate a macramè. Apparteneva alla nonna Lucia Corona e risaliva ai primi anni del ‘900. Descrizioni di questi indumenti confermati anche da fotografie di ragazze vestite in costume, che riuscii ad acquisire da parte di alcune famiglie che le conservavano gelosamente. Da mia cugina, Luisella Manca, trovai parti del costume, risalenti al 1800 circa: una gonna, una camicia da donna e uno scialle appartenuti alla nonna Giuseppa Manis. Nel 1996, finalmente, dopo circa due anni di duro lavoro, decidemmo di intraprendere la via della ricostruzione».
A Mauro Usai abbiamo chiesto come andarono le ricerche sul costume maschile.
«È ancora una volta mio padre Velio a darci delle indicazioni da cui partire. Nel corso delle ricerche e dal materiale, anche fotografico acquisito si può affermare che Il costume maschile fosse composto da un pantalone ampio e corto, che, legato sotto il ginocchio formava una sorta di risvolto che andava a coprire la parte superiore delle ghette (crazzas) che coprivano le gambe e potevano avere il risvolto sotto il ginocchio e coprivano le tomaie delle scarpe. La camicia, di cotone o lino a secondo dell’utilizzo lavorativo o festivo e del ceto sociale, era molto ampia, con le maniche a sbuffo aperta sul davanti, con delle sottili nervature, chiusa al collo e ai polsi con un nastrino e con i bottoni in argento “Tanareddas”. Sopra il pantalone si indossava un gonnellino con le pieghe e il gilet che poteva essere monopetto o doppio petto, con lo scollo a” V” e poteva avere o meno il colletto. Sia i bordi dello scollo e del giro manica e sia il colletto vero e proprio erano in velluto nero e nel davanti potevano avere dei fregi e dei bottoni in argento. Sopra il gilet portavano la giacca, con o senza il cappuccio, che si chiamava “su Sereniccu”. In fine, come copricapo usavano la classica “Berrita”. Fatta eccezione per la camicia, il tessuto era, rigorosamente, in orbace nero (tessuto di lana grezza, tinto con bacche ed erbe selvatiche). Fu motivo di grande soddisfazione per me e per mia moglie, l’incontro con l’allora sindaco di Guspini, Tarcisio Agus,
appassionato di archeologia e storia di Guspini che, venuto a conoscenza del nostro lavoro di ricerca ci mostrò la foto, risalente agli inizi dell’800, di un ragazzo guspinese, Giuseppe Lisci che rispecchiava esattamente il risultato della nostra ricerca. Tra gli altri reperti trovati, relativi al costume maschile, c’erano anche due tipi di gambali in pelle, che si usavano in sostituzione de “Is Crazzas” in particolar modo per andare a cavallo e per tutti i lavori della campagna. Un altro oggetto che in qualche modo si lega al mondo agropastorale e all’inseparabile cavallo, nel corso delle ricerche di materiali relativi al costume guspinese, un’anziana signora ci mostrò uno splendido drappo in broccato, a sfondo blù, con straordinari disegni dorati e rose rosse. Ci raccontò che anticamente si usava darlo in premio al vincitore del Palio che si teneva in occasione della festa di Santa Maria. Per la prima volta sentivamo parlare di questo palio che si correva a cavallo, partendo dalla zona oggi denominata “Is Casermettas”, attraversava tutta l’attuale Via Matteotti fino alla piazza della chiesa di San Nicolò, per proseguire nella via S. Maria fino alla omonima chiesa. Questa stoffa veniva poi usata dalle donne dell’epoca per confezionare i corsetti del costume (Pabas de Prezianna). La quasi totalità delle persone da noi contattate ci hanno confermato che sia il costume femminile, sia quello maschile furono accantonati intorno al 1920, in concomitanza con lo sviluppo della miniera di Montevecchio. L'arrivo di molti operai e impiegati, provenienti da varie parti della penisola, modificò profondamente lo stile di vita e del vestire dei residenti nei paesi limitrofi al borgo minerario».
Ricostruita la storia e la struttura dell’indumento identitario guspinese, quale è stato il passaggio successivo?
«Soddisfatti del risultato ottenuto e confortati dalla certificazione ottenuta dal Museo Etnografico di Nuoro, sulla bontà della nostra ricerca e l’autenticità del costume guspinese» precisa Maria Atzori «Incontrammo ancora una volta il sindaco Tarcisio Agus, l’assessore alla Cultura Sergio Floris e l’assessore al Turismo Francesco Marras, rendendoli partecipi della nostra intenzione di “Riportare alla luce” il costume guspinese. Furono favorevolmente impressionati da quanto fossimo riusciti a mettere insieme. Ci incoraggiarono a proseguire nel nostro progetto. Cominciò così la lunga ed estenuante ricerca delle stoffe usate in origine. Fu un bel peregrinare da una parte all’altra della Sardegna ma con scarsi risultati, dal momento che questi tipi di materiali erano pressoché scomparsi. Anche se un po’ di sconforto cominciava a serpeggiare non ci fermammo. Tramite amici avevamo conosciuto una sarta, di Oristano, che da alcuni anni si dedicava alla ricostruzione di antichi costumi. Portammo alcuni capi d’abbigliamento e la signora ne rimase molto colpita dalla loro bellezza ma anche dalla determinazione con la quale noi portavamo avanti la ricerca. Ci fece conoscere un suo parente, grande esperto in materia, che l’aiutava nella ricerca dei materiali. Per noi questo incontro segnò l’inizio di una collaborazione molto proficua. Riuscì in breve tempo a trovare tutto il materiale e con la collaborazione della sarta riuscimmo a portare avanti la realizzazione dei primi costumi con nostra grande soddisfazione. Era passato oltre un anno dalle prime ricerche e finalmente potevamo dimostrarlo anche ai più scettici, che avevano messo in dubbio l’esistenza stessa del nostro costume».
Quando avvenne il “battesimo” del costume?
«L’opportunità di poterli finalmente esporre ci venne offerta nel 1996, con l’inaugurazione di “Arrasojas” mostra dell’arte coltellinaia guspinese, nello splendido scenario del palazzo della direzione della Miniera di Montevecchio. Grazie all’assessore al turismo del Comune di Guspini, Francesco Marras, ci fu concesso di esporre la documentazione e i reperti trovati, e soprattutto di presenziare a tutta la manifestazione indossando i costumi realizzati. Fu un grande successo di pubblico. Molto soddisfatti di questo primo risultato e a coronamento del lungo lavoro, nello stesso anno si decise di costituire Il gruppo folk Santa Maria, in onore a Santa Maria Assunta “Sa Festa Manna” di noi guspinesi. Proprio in concomitanza con la sua festa, dal 14 al 22 Agosto del 1996, allestimmo la mostra del ritrovato e sospirato costume e partecipammo anche all’accompagnamento del simulacro dell’Assunta. A conclusione della giornata fummo invitati a partecipare alla trasmissione televisiva “Sardegna Canta in Piazza”, presentata da Ottavio Nieddu, il quale si complimentò con noi per il lavoro svolto, spronandoci a proseguire».
Come si suol dire: sulla scena da tanti anni.
«È proprio così, questo anno festeggiamo trent’anni di attività. Possiamo affermare, senza pericolo di smentita che con il nostro gruppo abbiamo sfilato in tutte le parti dell’Isola. Siamo stati invitati anche a diversi spettacoli televisti. La cosa che ci onora maggiormente è la partecipazione ininterrottamente, dal 1996, data di costituzione del gruppo, ad oggi, alla processione della “Nostra” Santa Maria Assunta». Il vostro gruppo da quante persone è composto? «Il nostro gruppo folk Santa Maria è composto, solitamente, da una trentina di figuranti, donne e uomini di ogni età, ai quali si aggiungono, occasionalmente, molti emigrati che vogliono provare l’emozione di indossare il costume e sfilare in processione, in particolare per quella di Santa Maria».
Siamo quasi alla fine dell’intervista e come sempre l’ultima domanda riguarda i programmi futuri.
«Prima di parlare dei programmi futuri, vorrei raccontare un altro momento importante del lavoro che ha riguardato la ricerca del costume guspinese. Nel 2006, sempre con la collaborazione di mio marito si decise di raccogliere questo lavoro nel libro “Il costume tradizionale di Guspini, dall’oblio rinasce una tradizione perduta”, Edizioni Fiore, pubblicato nello stesso anno. Un libro dedicato alla memoria di mio suocero che con le prime indicazioni e descrizioni ci incoraggiò a intraprendere il lungo e faticoso viaggio alla ricerca delle radici del nostro antico costume. Un viaggio che, attraverso gli indumenti, i monili e gli oggetti del passato ci svela il forte senso di appartenenza dei guspinesi alla loro comunità. Per il futuro abbiamo tante idee anche se la forza comincia a venir meno, data l’età che avanza. C’è ancora tanto da fare e da scoprire, la voglia e la volontà non mancano».
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