Marika, Emanuela Loi e il coraggio della memoria: una lezione di giustizia e umanità


di Simone Muscas
Per il suo esame orale di terza media nell’istituto comprensivo di Sanluri, lo scorso giugno, Marika Pau, studentessa ha scelto di parlare di un tema forte, profondo, che parla di giustizia, coraggio e memoria: la Mafia, e in particolare la figura di Emanuela Loi, agente di scorta uccisa il 19 luglio 1992 nella strage di via D’Amelio, accanto al giudice Paolo Borsellino. Un lavoro nato anche grazie a un percorso affrontato in classe durante l’anno scolastico nell’ambito dell’educazione civica che nella scuola, nell’anno appena trascorso, ha ruotato attorno al tema della legalità, che fra le cose ha visto a novembre la visita nella scuola di Sanluri di Giovanni Impastato, fratello del noto attivista antimafia Peppino. Ma Marika è voluta andare oltre i libri: per rendere il suo elaborato più autentico, ha deciso infatti di incontrare la sorella di Emanuela, Maria Claudia, nella sua casa a Sestu (un tempo di proprietà dei genitori, oggi non più in vita), ponendole domande semplici, ma profonde, per provare a capire chi fosse davvero quella giovane donna sarda, diventata simbolo silenzioso della lotta alla criminalità organizzata. «Emanuela - ha raccontato la sorella - era solare, gentile, amante dei bambini e desiderosa di fare la maestra». Un sogno coltivato sin da piccola, condiviso con Maria Claudia, con cui frequentò le magistrali. Ma la vita, a volte, segue strade inattese: la sorella decise infatti di partecipare a un concorso per entrare in Polizia, Emanuela la seguì quasi per gioco. «Eppure, un po’ a sorpresa – racconta Maria Claudia - fu lei a superare l’esame con il massimo dei voti, dimostrando tenacia, intelligenza e una sorprendente forza d’animo». Nel 1989 iniziò così il suo corso di formazione a Trieste, lontano dalla Sardegna e dalla famiglia. La nostalgia fu grande, ma Emanuela non si arrese. Amava ripetere sempre: «Se ce la fanno gli altri, perché non dovrei farcela io?», racconta a Marika la sorella. Terminato il corso, le fu comunicata la destinazione: sarebbe dovuta andare a svolgere servizio a Palermo, in un momento storico delicatissimo, in cui la Mafia colpiva duramente lo Stato. Alla famiglia non poteva dire molto: il suo incarico era riservato. Dopo un periodo al commissariato Libertà, dove svolgeva anche il piantonamento sotto casa di Sergio Mattarella, fu chiamata a far parte dell’ufficio scorte, proprio nei giorni successivi alla strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. «Nessuno, nemmeno i noi familiari, sapevamo che stesse scortando Paolo Borsellino. Per tranquillizzare tutti, raccontava che proteggeva “persone non pericolose”». Emanuela si adattò con serietà e dedizione a quel compito difficile, guadagnandosi il rispetto dei colleghi. Il suo legame con la Sardegna, però, rimase fortissimo. Ogni occasione era buona per rientrare a casa, anche a costo di viaggi lunghi e costosi in nave. Amava la sua terra e sognava, un giorno, di tornarci in modo stabile, magari con un ruolo più alto, grazie agli studi che stava continuando. «Nel giugno del 1992 riuscì a rientrare per una breve vacanza. L’ultima. Il 14 luglio, nonostante una forte febbre e il fatto che il medico le avesse detto di riposarsi, tornò comunque a Palermo per non lasciare scoperto un collega. Un gesto di responsabilità che oggi suona come un sacrificio, silenzioso e profondo. Cinque giorni dopo, il 19 luglio, moriva in via D’Amelio insieme a Borsellino e agli altri agenti della scorta», racconta con un pizzico di commozione Maria Claudia. La notizia arrivò alla famiglia attraverso i telegiornali. La sorella, in vacanza al nord, fu riportata d’urgenza in Sardegna con un volo militare. «Nessuno sapeva che Emanuela fosse davvero lì, in quella macchina saltata in aria. Il dolore fu devastante. Furono momenti familiari drammatici che ancora fatico a rimettere in ordine». Emanuela, venne a mancare ad appena 24 anni per servire lo Stato: e lo aveva fatto con coraggio, determinazione e un amore silenzioso per la giustizia. «Oggi, la sua cameretta a Sestu è ancora lì, intatta. Nulla è stato toccato: tutto fermo a quel luglio del 1992». È il luogo della memoria viva, dove Emanuela continua a parlare a chi la vuole ascoltare. Marika l’ha ascoltata. Con il cuore, con la curiosità di una ragazza che cerca esempi veri. Emanuela, per lei, non è solo una vittima della Mafia: è una giovane donna che ha fatto della giustizia e del senso del dovere la sua missione. Un esempio raro, potente, capace di ispirare. «Vorrei tenere sempre a mente la sua forza e il suo amore per la legalità» ha detto Marika alla fine del suo elaborato. Un desiderio semplice, ma che racchiude tutto. Perché il futuro si costruisce così: scegliendo di ricordare e di imparare da chi, con la propria vita, ha insegnato cosa significhi davvero essere cittadini».

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