Lo sfruttamento industriale delle Miniere di Montevecchio era iniziato il 28 aprile 1848, quando Carlo Alberto di Savoia firmò l'atto di concessione perpetua in favore dell’imprenditore sassarese Giovanni Antonio Sanna.

Nel 1865 Montevecchio era il maggior produttore di blenda e galena del Regno d'Italia. Nel 1875 Sanna morì; la gestione della miniera passò al genero Alberto Castoldi. Sotto Castoldi si completò la ferrovia per San Gavino Monreale, si costruì il Palazzo della Direzione, si aprì l'ospedale nel 1877, e nel 1886 si acquisirono le concessioni di Sciria e Piccalinna: la miniera arrivò a contare più di 1000 operai. Era però un'espansione che si reggeva su condizioni di lavoro durissime: a partire dagli anni Settanta dell'Ottocento, mentre la produzione cresceva, le condizioni di vita dei lavoratori peggioravano e lo scontro sociale si fece più duro. I minatori abbandonarono le Società di Mutuo Soccorso - che avevano svolto, non senza strumentalizzazioni antisindacali, attività di previdenza e assistenza sociale - per darsi un'organizzazione di classe più compiuta nelle leghe di resistenza che nascevano ispirate dal socialismo. Il passaggio dal mutualismo al sindacato di classe fu graduale e i due tipi di organizzazione convissero fino a quando la rete delle sezioni del partito socialista e delle leghe si affermò come organizzazione autonoma dei lavoratori.
CAVALLERA, LOI E LE ORIGINI DEL SOCIALISMO SARDO
Il protagonista della diffusione del socialismo in Sardegna fu Giuseppe Cavallera, che era arrivato a Cagliari nel 1896 come studente di medicina. Fino a quel momento la formula per adesioni collettive adottata nel 1892 dal congresso di fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani - diventerà Partito Socialista Italiano nel 1895 - e l'assenza di una prospettiva politica, avevano impedito ai socialisti sardi di interagire efficacemente con la massa di operai concentrata nelle zone minerarie. Cavallera portò il partito nelle miniere e costruì le leghe di resistenza. Dirà, alcuni anni dopo, che “a Guspini per le miniere di Montevecchio si costituì un nucleo che presto o tardi dovrà costituire una robusta lega con centinaia di aderenti”. In quegli stessi anni, Cesare Loi - nato a Guspini il 15 ottobre 1869 - frequentava la Facoltà di Medicina. Nel 1896 incontrò Cavallera: insieme iniziarono a tessere una rete di contatti nelle zone minerarie, formando nuclei e sezioni del partito. Nel 1897 Loi tornò a Guspini come medico condotto. In quello stesso anno, Loi e Pio Piras fondarono la prima sezione del Partito Socialista a Guspini, e parteciparono al primo congresso regionale del partito tenutosi a Oristano il 28 febbraio 1897. Entrambi si collocarono sulle posizioni del socialismo riformista. Nel marzo del 1903, su loro iniziativa, era nata anche la Lega dei Minatori di Guspini, con 143 aderenti. Nel secondo congresso regionale del Partito Socialista, tenutosi a Iglesias nel luglio del 1903, l’iniziativa dei guspinesi fu apprezzata e riconosciuta: Loi tenne la relazione di apertura sulle malattie professionali dei lavoratori.
IL PARTITO DI MONTEVECCHIO
La vita economica e sociale di Guspini era profondamente segnata dalla presenza della Miniera di Montevecchio che aveva cominciato ben presto a marcare anche il dibattito politico locale, fino ad allora di esclusiva competenza dei notabili e dei grandi proprietari. Il sistema elettorale vigente era fondato su criteri censitari e di istruzione: votavano i maschi adulti in grado di leggere e scrivere o di pagare una soglia minima di imposta diretta. La grande maggioranza dei minatori e dei braccianti ne era esclusa. L’amministrazione comunale era dominata da quello che veniva chiamato il “Partito di Montevecchio”, e che nelle elezioni locali presentava la sua lista come “scheda monarchica” o “governativa”. Questo blocco non rappresentava soltanto la proprietà della Miniera di Montevecchio, ma era una coalizione articolata, in cui agli interessi di Alberto Castoldi - Direttore Generale della miniera dal 1877, e deputato al Parlamento dal 1880 per nove legislature consecutive - si affiancavano quelli dei principali proprietari terrieri locali.
Il nodo degli usi civici. Il nesso tra i due gruppi passava attraverso la gestione del patrimonio collettivo del comune. Guspini era dotata di un esteso patrimonio di terre gravate da usi civici - pascoli, boschi, terreni ademprivili, diritti di pesca sullo stagno di San Giovanni - su cui la comunità vantava diritti collettivi di godimento. La gestione di queste terre era di primaria importanza economica: chi controllava il Consiglio Comunale decideva i contratti di affitto dei pascoli e dei boschi, le concessioni del legnatico - il diritto di tagliare legna nei boschi comunali - e le autorizzazioni per l'uso delle terre comuni. I grandi proprietari locali avevano tutto l'interesse a che queste concessioni fossero assegnate a condizioni favorevoli; a Castoldi premeva che il Comune non interferisse con i diritti di superficie e di accesso che la miniera esercitava su vaste porzioni del territorio comunale. Il partito di Montevecchio era così un'alleanza di interessi convergenti - minerari e fondiari - tenuti insieme dalla comune avversione a qualsiasi cambiamento degli equilibri di potere. Il silenzio del Comune di Guspini sulla questione delle acque reflue era un esempio significativo. Le acque che defluivano dalla miniera avevano avvelenato le falde acquifere del paese: già nel 1877 analisi chimiche le avevano dichiarate venefiche per la presenza di arsenico, piombo e antimonio. Eppure, nessuna delle amministrazioni che si susseguirono alla guida del Comune sollevò il problema, né in Consiglio né davanti alle autorità prefettizie, perché - accusavano i socialisti - “erano tutte buone figliole di Montevecchio, che non potevano che tacere e buttare in canto quell'affare seccante per la pace e la buona armonia della famiglia”.
MURGIA E I REPUBBLICANI
In quegli anni un nutrito gruppo di repubblicani si era organizzato a Guspini attorno al dr Luigi Murgia, medico condotto, classe 1876. Murgia era il leader del Circolo Operaio Repubblicano di Guspini, con 60 iscritti, e nel 1903, al congresso della Federazione Repubblicana Sarda tenutosi a Guspini, sarebbe stato eletto segretario regionale. I repubblicani guspinesi erano mazziniani: laici, anticlericali, e spesso massoni. Così venivano descritti: “il Dr Luigi Murgia era il campione Repubblicano del paese ed era anche associato nella propaganda dei socialisti contro la chiesa ed i preti”. Come i socialisti, anche i repubblicani si schieravano in opposizione al blocco monarchico-minerario del partito di Montevecchio.
Lo studente Pio Piras e le elezioni del 1902. Pio Piras nacque a Guspini il 13 settembre 1879. La madre, Elisabetta Ledda, e il padre, Giuseppe Maria, farmacista, erano molto cattolici e scelsero per il loro figlio il nome di Papa Pio IX, scomparso appena un anno prima. Pio studiò farmacia a Cagliari dove entrò in contatto con il nascente movimento socialista. Laureatosi, affiancò il padre nella farmacia di famiglia a Guspini.

Le elezioni amministrative, comunali e provinciali, del 27 luglio 1902 rendono il quadro politico guspinese. L'Unione Sarda del 30 luglio descrive le tre liste in campo. La prima era la scheda di Castoldi-Montevecchio, con dieci candidati: “Costa rag. Massimo, Mocci S., Floris R., Murgioni G., Pau N., Atzeni E., Pintor G., Sanna E., Sessini A., Dessì A.”. La seconda era la lista repubblicana con il dr. Murgia in testa, più sei altri candidati. La terza era la scheda socialista con tre soli nomi: “Pio Piras, Virgilio Cruccu e Giuseppe Cirronis”. C'era poi il sindaco uscente Bianco, che “scartato all'ultimo momento dalla scheda di Montevecchio, fu per protesta portato da quasi tutte le altre schede”. Su 502 elettori, votarono in 359. Eletti della lista repubblicana furono Murgia, Vaccargiu, Lampis, Floris e Dessì. Il solo socialista eletto fu Pio Piras con 139 voti. Nelle provinciali, a Cocco-Ortu, candidato di Castoldi, andarono 164 voti, a Murgia 130, al socialista Cavallera 72.

La sera delle elezioni si tenne un comizio sul piazzale della chiesa in cui “parlarono il Murgia, il Piras e l'avv. Enrico Nonnoi destando entusiasmo nel numeroso uditorio”. Su La Nuova Sardegna del 06 agosto, il cronista esultava: “Lo scacco della scheda monarchica a Guspini è stato tremendo”. E ancora: “La più grande vittoria è stata dei repubblicani, tanto nelle elezioni provinciali quanto in quelle comunali. Inaspettato e brutto per quelli di Montevecchio è stato il risultato”, e continua “Più scontenti sono restati per l’esito delle elezioni comunali, giacche si è vista la loro inferiorità di fronte ai partiti del paese”. Fu rieletto sindaco Giovanni Bianco, che era riuscito a ricompattare attorno a sé il consenso del partito di Montevecchio e dei possidenti locali. Della giunta facevano parte i montevecchini Atzeni e Sanna, insieme a dr Sannia e dr Murru.
CONSIGLIERE: LA BATTAGLIA DEL PANE
IL 2 agosto 1903 Piras presentò un'interpellanza al sindaco Bianco chiedendo di conoscere “il motivo per cui in questo Comune non siasi messa in vigore la legge sugli sgravi del dazio dei farinacci, essendo i prezzi dei medesimi gli stessi di prima”. Il sindaco rispose evasivamente. Piras si dichiarò “insoddisfattissimo e protestò energicamente per l'incuria tenutasi nel mettere in vigore i disposti della provvida legge”, perché “il Sindaco nulla di concreto ha risposto”. L'11 agosto 1903 il sottoprefetto di Iglesias darà ragione a Piras e sancirà formalmente che “cotesta Amm.ne ha l'obbligo di istituire il calmiere di paste, farine e farinacci”.
LO SCIOPERO DI MONTEVECCHIO
Nell'agosto del 1903 i minatori di Montevecchio scesero in sciopero contro il sistema dei cottimi - la prima protesta organizzata della storia mineraria sarda. Lo sciopero colse di sorpresa Loi e Piras, che però accettarono di mettersi alla testa dei lavoratori. La sera dell'8 agosto il sottoprefetto vietò il comizio indetto per discutere le rivendicazioni. L'Unione Sarda riferisce che “in seguito a un telegramma spedito dal prof. Fasola, venuto appositamente da Cagliari, dal dott. Loi e dal farmacista Piras, questo comizio venne concesso per domattina”. Il giorno 12 la commissione degli scioperanti “accompagnata dal prof. Fasola, dal dott. Cesare Loi e dal signor Pio Piras, si recò dal Prefetto della provincia. Indi la stessa commissione si recò presso l'amministrazione della miniera”. Castoldi si trovava a Viareggio in vacanza. Lo sciopero durò dieci lunghissimi giorni, dall'8 al 17 agosto: non era mai accaduto prima. Vi aderirono 1200 lavoratori. La piattaforma rivendicativa - abolizione del cottimo, distribuzione gratuita dell'olio per le lampade in galleria, aumento dei salari - dimostrava un grado di coscienza di classe senza precedenti. Il padronato non cedette, ma la lezione era stata appresa: in una miniera dove il livello di sfruttamento era tale da pretendere dai lavoratori di pagare l'acqua da bere e l'olio per le lampade, la classe operaia era capace di resistere per dieci giorni.
NEL 1904 PIRAS DOVETTE COMBATTERE
ANCHE I SINDACATI CONTROLLATI DAL PADRONATO
Il 26 aprile 1904, a nome dei conduttori delle miniere di Montevecchio e Gennamari-Ingurtosu, scrisse a Stanislao Rocca, fondatore di un sindacato di comodo: “il vostro Statuto pel Sindacato fra i conduttori di caldaie a vapore - testé ricevuto e respinto - ci conferma maggiormente esser voi capo di un'associazione fatta per incarico e nell'interesse dei padroni. Noi protestiamo energicamente. Di codesta organizzazione non sappiamo che farcene: essa è fatta pei padroni, non per noi”. E ai lavoratori: “gli stretti vincoli che debbono allegare capitale e lavoro si riducono a catene. Questa è roba da carnevale e non organizzazione operaia, seria, fatta tutta di uomini coscienti del proprio valore sociale”.
L'eccidio di Buggerru del 4 settembre 1904 - tre morti, primo sciopero generale nazionale della storia italiana - spinse Piras a promuovere una raccolta di fondi. Da Guspini contribuirono i singoli operai socialisti con svariate cifre, e “i membri del circolo operaio repubblicano a mezzo Luigi Murgia”. Il denaro raccolto fu distribuito alle vedove in proporzione al numero di figli minorenni. Sempre nel 1904, durante lo sciopero di Montevecchio del 18 luglio e quello di Gennamari-Ingurtosu di settembre, i lavoratori riuscirono ad ottenere l'aumento dei salari, il controllo dei prezzi applicati e l'abolizione delle multe. L'azione organizzata stava producendo risultati concreti. Il dirigente socialista Angiolo Cabrini descrisse Loi e Piras come “uomini con la testa sulle spalle”. E annotò che “ai primi del 1904 - per l'attiva propaganda di tali compagni, tra cui, indimenticabile, il modesto e fervente Pio Piras di Guspini - l'azione delle leghe, forti di circa 4500 organizzati, poté estendersi a un insieme di 10000 minatori”.
Nelle elezioni comunali del maggio 1905, socialisti e repubblicani si presentarono uniti nella coalizione “Popolari”. L'Unione Sarda del 22 maggio riportava: “si contendevano il campo i due partiti Bianco e Popolari, socialisti e repubblicani insieme uniti. La lotta fu aspra e accanita e il risultato non ha contentato né gli uni né gli altri, perché ambedue i contendenti guadagnarono 10 seggi per ciascuno”. Ma superato lo stallo, il 3 giugno 1905 il nuovo Consiglio Comunale elesse il repubblicano Luigi Murgia come sindaco, con Pio Piras come primo assessore. L'alleanza tra repubblicani e socialisti aveva rotto il controllo del partito di Montevecchio sul Comune: per la prima volta l'amministrazione era sottratta a quell'intreccio di interessi minerari e fondiari che l'aveva governata per più di trent’anni.
L'idillio durò fino all'estate del 1906, quando i socialisti Piras, Arriu e Cruccu si dimisero dalla giunta per disaccordo sull'indirizzo politico dell'amministrazione. Scrive Piras: “Avrei dovuto molto prima d'oggi presentare le mie dimissioni dalle cariche di primo assessore e di Consigliere Comunale, se la bontà di amici ed elettori, pur conoscendo la mia impossibilità d'occuparmi degli affari amministrativi, per ragioni di salute, non mi avesse confortato a conservare le cariche. Oggi però sento di non poter più restare al mio posto oltreché per la ragione accennata per il fatto che l’indirizzo dell’amministrazione è mutato da quello che tutti noi dell’opposizione tracciammo col consenso e il plauso degli elettori che ci furono larghi dei loro voti oltre la nostra immaginazione”. E continua: “Oggi io dissento profondamente dall’odierno andamento dell’amministrazione per cui mi è necessario allontanarmi”. Il 21 settembre 1906 il sindaco Murgia rispose con una delibera in cui il Consiglio dichiarava di non voler accettare le dimissioni perché “la diversità di vedute non sono tali da dover privare il comune dell'opera solerte e dell'illuminato contributo che il Sig. Piras presta continuamente nell'interesse dell'amministrazione”, dicendosi “particolarmente addolorato” ed elogiando la sua “opera cosciente e disinteressata”.
Nel gennaio del 1907 si tennero nuove elezioni e il 7 febbraio il Consiglio Comunale elesse Pio Piras come sindaco di Guspini - il primo socialista nella storia del paese - a capo di una giunta multicolore - socialisti, liberali e cattolici. Ne facevano parte l'ex sindaco Bianco e altri esponenti di diversa provenienza politica. Il Consiglio Comunale era però diviso e la coalizione che sosteneva Piras debole. Fu subito depositato un ricorso contro la sua elezione: gli veniva contestato il fatto che il padre Giuseppe Maria Piras forniva al comune i medicinali per l’assistenza sanitaria gratuita. Il ricorso venne respinto ma il 1° marzo 1907 Pio Piras presentò le sue dimissioni da sindaco e consigliere; il Consiglio le respinse. Piras le presentò ancora il 22 marzo e ancora una terza volta in aprile; le delibere del 6 e 16 aprile le rifiutarono. Dr. Sannia, membro della giunta comunale, scriverà al Piras: “Il consiglio comunale deliberando sulla rinuncia alla carica di consigliere presentate per la terza volta dalla S.V. Ill.ma, ha rifiutato unanime di prenderne atto, facendo voti perché questa novella manifestazione di simpatia valga a dimostrarle i sentimenti del consiglio ed a deciderla a non insistere nel proposito di ritirarsi. Ed è con questa fiducia che al voto del consiglio., unisco le mie particolari preghiere, professandomi, con tutta stima e considerazione”. Piras insiste con una lettera del 18 dicembre 1907: “Prego vivamente di accettare le mie dimissioni dalla carica di Consigliere, poiché io non posso in nessun modo occuparmi degli affari del Comune”. L'11 gennaio 1908 il Consiglio ratificò le dimissioni.
Nei negli anni che seguono, Pio Piras partecipa alla vita pubblica del paese con sempre minore intensità. La malattia polmonare - tubercolosi (?) - che lo aveva colpito fin dal 1906 lo fiaccava sempre di più. Nessun guspinese sarà presente al terzo congresso regionale del partito socialista del 1908 a Sassari. Giovanni Meloni, socialista guspinese e contemporaneo di Piras, scriverà: “Pio Piras era il maestro che, malgrado colpito da malattia polmonare, parlava e scriveva, anche dopo che il dr Cesare Loi si era eclissato dal movimento socialista”. Il 24 maggio 1908, a Cagliari Pio Piras sposò Maria Casano. Aveva ventotto anni. Nel 1910 si iscriverà alla facoltà di legge dell’Università di Cagliari. Nel gennaio 1911 compare per l'ultima volta nelle carte d’archivio come membro della Commissione elettorale del Comune di Guspini, accanto a Cesare Loi.
IL 14 OTTOBRE 1911 PIO PIRAS MORÌ A GUSPINI
Angelo Corsi, sindaco di Iglesias e deputato socialista, scrisse: “Pio Piras morirà poverissimo a Guspini, all'età di 32 anni, nell'ottobre del 1911”. Nel 1922, quando sindaco era Riccardo Lixi che a capo della lista socialista aveva vinto le elezioni comunali del 1920, fu intitolata una via a Pio Piras; il suo nome venne rimosso nel 1925 dal podestà fascista. L’intitolazione a Pio Piras di una delle vie del centro di Guspini, in quella che è attualmente, venne quindi ripristinata dopo le prime elezioni libere del 1946. Era Pio Piras, guspinese e socialista.
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