Il territorio di Villamar, con le sue terre nate milioni di anni fa da marne e calcareniti del Miocene, è da sempre vocato alla coltivazione del grano.
Qui la cerealicoltura non è stata soltanto un’attività economica, ma una parte profonda dell’identità del paese, leggibile ancora oggi nelle case a corte con gli antichi portali is pottabis e nelle distese dorate che disegnano il paesaggio.
Quando arrivava il tempo della mietitura, a Villamar tutto sembrava cambiare respiro. Le giornate si facevano lunghe, scandite dalla fatica, e nei campi si mescolavano il suono delle falci, il passo lento dei carri e le voci degli uomini e delle donne chini sotto il sole. Il grano veniva tagliato, raccolto in covoni e caricato sui carri trainati dai buoi, secondo un ordine preciso che era insieme necessità e orgoglio. Non si trattava solo di lavorare bene: c’era anche una cura quasi estetica, una gara silenziosa tra squadre. I carri venivano adornati con canne fresche e con su puntettu, una croce fatta di spighe con al centro un’immagine sacra, spesso quella di San Isidoro, patrono dell’agricoltura. Su puntettu veniva posto sull’ultimo covone, quello che chiudeva l’ordine dei vari strati. Era il segno che tutto era compiuto. Con quell’ultimo carro si concludeva la mietitura. Ma la giornata non finiva nei campi. Dopo il lavoro, il ritorno al paese assumeva quasi il passo di una piccola processione. I buoi avanzavano lenti, i covoni ben sistemati ondeggiavano appena e lungo la strada si mescolavano polvere, stanchezza e soddisfazione. Si rientrava provati dal sole, con le braccia pesanti e le camicie incollate addosso, ma anche con quella leggerezza che arriva quando la parte più dura è alle spalle. Era allora che cominciava un altro tempo.
Nella casa del padrone si preparava una cena grande, vera, per tutti. Non era un pasto qualunque, ma un momento atteso, condiviso, quasi solenne. All’inizio si mangiava in silenzio, o quasi, con la fame di chi aveva passato la giornata all’aperto. Poi, lentamente, i piatti si svuotavano, il vino scioglieva la stanchezza, le parole si allargavano da una tavolata all’altra. Le sedie si spostavano, qualcuno usciva nel cortile in cerca di fresco, e la fatica cambiava voce. Il giorno seguente sarebbe arrivata la trebbiatura e poi s’incungia, il momento di riempire i sacchi e portarli nei granai, spesso sulle spalle, su per scale ripide. Era un lavoro duro, l’ultimo atto della stagione. Ma quella sera si pensava soltanto alla festa. Era il momento in cui la fatica si trasformava in gioia.
Nei campi, durante le lunghe giornate di lavoro, non mancavano le voci. Is messadoris e is spigadrixis lavoravano insieme e spesso erano proprio le donne a portare l’acqua e ad alleggerire la durezza del giorno. Qualcuna iniziava a cantare is opuas, canti che parlavano d’amore, d’orgoglio o che prendevano bonariamente in giro qualcuno. Le stesse voci, la sera, tornavano a riempire il cortile. Qualcuno intonava un canto, altri rispondevano battendo il tempo con il palmo sul tavolo. I trallallera si alzavano nell’aria della sera e il cortile sembrava diventare un piccolo teatro popolare, dove ciascuno aveva una parte. “Trallallero, larilla lilla lero… Sa mata de sa castàngia donat coma a s’arriu no ndi torrat a nasci bellu che coru miu”.
Le voci si intrecciavano, si rincorrevano, riempivano lo spazio tra le tavolate. Tra quelle voci c’era anche un bambino. Era lì perché sua madre lavorava, e lui se ne stava in disparte, a osservare e ascoltare. Non parlava molto. Imparava. Aspettava. E il suo momento arrivava alla fine. Quando la cena cominciava ad allentarsi, quando le sedie si spostavano e le voci si facevano più leggere, il bambino prendeva la fisarmonica e si faceva spazio tra i grandi. Senza dire nulla, cominciava a suonare. Seguiva i canti, li rincorreva, li trasformava. La musica riempiva il cortile e qualcuno riprendeva: “Bella sa mata de lilla e bella sa mimosa e si depu fai iscì ca mi seu fata a isposa”.
Non era ancora abbastanza grande per stare tra gli uomini, e la sua voce non avrebbe potuto reggere i canti degli adulti. Ma aveva una cosa che lo rendeva necessario: sapeva suonare. E suonava con una concentrazione seria, quasi testarda, come se quella fisarmonica fosse già parte di lui. Le persone lo guardavano con affetto e qualcuno diceva, sorridendo, che quel bambino avrebbe fatto strada. Una sera, finita la festa, mentre si riordinava e le sedie venivano accostate ai muri, qualcuno si accorse che il bambino non c’era più. Lo cercarono nel cortile, dietro la porta, vicino ai carretti. Poi qualcuno aprì il magazzino dove erano stati ammucchiati i sacchi di grano. Lì lo trovarono. Dormiva profondamente, disteso tra i sacchi, con la fisarmonica accanto.
Quel bambino, che allora faceva ballare i cortili del paese, avrebbe portato la sua musica molto lontano, sui palchi d’Europa e del mondo. Il suo nome è Antonello Salis, uno dei musicisti più originali e creativi della scena jazz internazionale. Eppure, nella memoria di chi lo ha conosciuto da ragazzo, resta anche quell’immagine semplice e potentissima: un bambino con la fisarmonica tra le mani, capace di trasformare la fine di un lavoro duro in una festa.
Oggi quella memoria continua a vivere anche nei giovani del paese. Un ragazzo di Villamar, Giorgio Piras, ha scritto una canzone dedicata ad Antonello Salis. In uno dei versi canta: “Senza confini tra note e fantasie storie di vita trasformate in melodie senza pensieri… amore e fisarmonica.” Sono parole che raccontano bene lo spirito della sua musica: libera, imprevedibile, capace di attraversare generi e confini senza mai perdere il legame con le proprie radici. Forse è proprio questo il segreto dei grandi artisti: portare il mondo dentro la propria musica senza dimenticare il luogo da cui sono partiti. E forse la radice di tutto resta lì, in quell’energia iniziale nata tra la polvere dei campi e le voci della sera: un’energia semplice e potente, fatta di lavoro condiviso, di canti improvvisati e di gesti ripetuti nel tempo.
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