Scorcio della cava[/caption]
Per descrivere meglio il lavoro che si svolgeva all’interno della cava, secondo quanto riportato da quei disperati che hanno comunque avuto la “fortuna” di operare alle dipendenze delle suddette Imprese, bisognerebbe far ricorso alle immagini che richiamano le famose miniere d’oro, con la variante che , al posto del metallo prezioso, si scavava solo basalto. Per assicurare massima economia nello sfruttamento della cava, non si operava a gradoni ma si andava sempre in profondità, evitando di eliminare lo strato di capellaccio inerte che avrebbe comportato costi aggiuntivi considerevoli. Si veniva così a creare una voragine sempre più profonda, sormontata da una parete a strapiombo che minacciava di crollare in qualunque momento. Il materiale veniva cavato grazie all’impiego delle mine, con i risultati che di seguito descriveremo. Le folate esplosive facevano cadere a valle enormi massi che gli operai, spesso sotto una spessa nube di polvere grigiastra, dovevano riportare manualmente alle dimensioni imposte dalle particolari “fauci” del frantoio. Caricate a mano su appositi contenitori ribaltabili operanti su rotaie, erano spinti manualmente dagli stessi operai fino all’imbocco del frantoio, costantemente in azione. Tutto ciò, sempre sotto il vigile controllo del capo cantiere, sempre pronto a sollecitare la sospensione di eventuali pause. L’unica pausa era consentita per i bisogni fisiologici e per soddisfare la sete, grazie ai servigi di un operaio all’uopo preposto: “l’acquaiolo”, il quale attingeva l’acqua dal vicino pozzo di “Sa Milza” e la distribuiva a richiesta fra gli operai al lavoro. Questo era un compito abbastanza ambito, che risultava assegnato a pochi privilegiati, comunque tributari di favori e regalie in favore dei responsabili del cantiere.
La fase più terrificante, anche se bene accetta dagli operai perché costituiva una opportunità di momentaneo riposo, era rappresentata dall’attivazione delle terrificanti folate esplosive, che costringeva le maestranze a ripararsi sotto lo spesso solaio in cemento armato, appositamente costruito per poter arrivare all’imbocco del frantoio. Il riparo perdurava anche dopo l’esplosione, per dare modo agli specialisti di verificare la completa esplosione delle cariche.
Dell’attivazione delle folate esplosive veniva preventivamente informato il paese attraverso bando pubblico, mentre negli attimi immediatamente precedenti alla esplosione un operaio, munito di una bandiera rossa e di una trombetta, si sistemava in un punto strategico per informare i passanti del pericolo imminente.
L’evento non era certamente ben accetto dagli abitanti del vicinato i quali, a causa della loro vicinanza dalla cava, vedevano spesso i tetti delle loro abitazioni bombardati da detriti di ogni dimensione e gli ambienti invasi da una spessa nube di polvere. Le persone provenienti dalla campagna, spesso ignare del pericolo, venivano spesso investite da una pioggia di detriti, fortunatamente senza conseguenze.
Questo “L’Eldorado” di Collinas degli anni ’50, che durò fino alla fine degli anni ’60, quando una sensazionale notizia pubblicata in prima pagina da un quotidiano regionale: <<Collinas ha il petrolio>>, fu accolta con moderato scetticismo, specie dalla popolazione locale! In realtà, il “petrolio”, altro non era che il condensato del sudore versato dai collinesi per far fronte alle esigenze delle proprie famiglie, in un periodo di particolare crisi che nessuno si augura possa mai più ripetersi. La voragine ancora oggi esistente, rappresenta uno squallido monumento ...
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