Il giovane regista sanlurese Alberto Deidda è tornato sul grande schermo con il suo nuovo cortometraggio dal titolo Between the Storms, uscito lo scorso 9 ottobre al cinema Notorious di Cagliari. Già conosciuto per alcuni lavori precedenti, Deidda prosegue così il suo percorso nel mondo del cinema, con un’opera che sarà distribuita anche nei festival nazionali e internazionali da Premiere Film. Lo abbiamo incontrato per conoscere meglio il progetto, la sua genesi e le prospettive di un giovane talento del territorio.

C’è un motivo per cui ha voluto raccontare questa storia? Da quale idea nasce Between the Storms?
«Nasce da queste domande: “Se noi umani distruggessimo questo pianeta, la Terra, e poi andassimo in un altro pianeta ci pianteremmo alberi, lo renderemmo abitabile? Saremmo in grado di trattarlo bene? O prima o poi succederà quello che abbiamo fatto con la Terra?”. Sono presenti elementi di fantascienza ma il corto è drammatico, esplora un dialogo tra un padre e una figlia: il padre abbandona la figlia sulla Terra e parte in quest'altro pianeta e attraverso il dialogo scopriamo che la figlia è come se fosse la personificazione della Terra stessa. Spero anche che il corto stimoli una riflessione sul cambiamento climatico e dimostri che, anche dalla Sardegna, si può fare cinema di qualità, capace di confrontarsi con standard internazionali».

Qual è stata la scelta più rischiosa che ha fatto durante la realizzazione del film: quella che avrebbe potuto compromettere il risultato, ma che non avrebbe voluto fare diversamente?
«La sfida più grande è stata cimentarmi con gli effetti speciali e la computer grafica, competenze che non avevo e che ho deciso di imparare realizzando un progetto volutamente molto ambizioso. Per oltre un anno ho lavorato su ciò, a Roma insieme al VFX supervisor, Amedeo Lomonte, per raggiungere un livello qualitativo molto alto. Tutto ciò alla fine è il perché è nato questo corto; l'idea è stata: scrivo un corto che è impossibile da fare, per cui c'è bisogno di cose che io non so fare, e provo a farle, però non farle tanto per farle, ma farle portandole a un livello di qualità altissimo e finché non raggiungo quel livello, il corto non esce».

Quali sono le difficoltà tecniche e culturali con cui si scontra oggi un regista emergente? Come si possono affrontare?
«La difficoltà più grande è stata sicuramente quella tecnica: realizzare così tanti effetti speciali con un budget limitato ha richiesto un lavoro enorme, anche perché non disponevamo di computer abbastanza potenti e spesso dovevamo trovare soluzioni alternative. A Roma, insieme ad Amedeo Lomonte, abbiamo lavorato a lungo sugli effetti visivi, affrontando anche tutta la complessità della post-produzione. Sul piano culturale non ho riscontrato particolari problemi. La vera sfida, oggi, è creare un pubblico, soprattutto tra i più giovani, e costruire una community che possa seguire e sostenere i nostri progetti futuri».
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