La prima attestazione scritta in cui compare il nome del paese si trova in un documento riguardante i confini tra Cagliari e il Giudicato di Arborea. In questo documento si fa riferimento a Santa Maria Sinnas de Mara e si descrivono i segnali di confine fatti con grosse pietre, "perdas fittas", tra un giudicato e l'altro.
Il secondo documento storico che conosciamo riguardante il nostro paese è una bolla del 27 marzo 1343, nella quale Papa Clemente VI comunica al vescovo della diocesi di Usellus di aver accettato la richiesta del conte Mariano d'Arborea di fondare un convento delle Clarisse in località Maara, nella diocesi di Usellus, come riportato nel documento:
"Al venerabile fratello vescovo di Usellus, saluti. Accogliamo con benevolenza le richieste che provengono per il culto e la salvezza spirituale delle anime, e che mirano alla crescita del culto divino e alla cura spirituale delle anime. Pertanto, accettiamo le richieste presentate da parte del nobile uomo Mariano d'Arborea, conte di Goceano, il quale ci ha recentemente trasmesso che i beni temporali non dovrebbero ostacolare l'ordine per la costruzione di un convento dedicato alla Beata Chiara, e quindi concediamo..."
Il giudice Mariano, profondamente devoto a Santa Chiara, desiderava fondare un monastero dedicato a lei nella provincia di Arborea. La celebrazione dei divini uffici sarebbe stata affidata a frati dell'ordine minore, i quali avrebbero tuttavia risieduto nel monastero separatamente.
Il progetto di costruzione di una chiesa intitolata a Santa Chiara a Villamar prevedeva anche il rilascio di un'indulgenza, come conferma un ulteriore documento. Tuttavia, non ci sono conferme successive riguardanti la realizzazione completa della chiesa. Nonostante ciò, si sa che il giudice Pietro d'Arborea, fratello di Mariano, fondò (o rifondò) il monastero delle Clarisse a Oristano il 22 settembre dello stesso anno. L'altare della chiesa del monastero venne dedicato alla Beata Chiara solo nel 1428, molto tempo dopo la petizione originale.
Questi documenti sono fondamentali per comprendere le dinamiche religiose e storiche legate a Villamar e alla famiglia d'Arborea, che ebbe un ruolo centrale nella promozione della devozione e delle istituzioni religiose nel giudicato di Arborea.
OSSERVAZIONI SUL CONVENTO
Gli abitanti di Villamar si interrogano ancora oggi sull’effettiva esistenza del convento dedicato a Santa Chiara, come indicato dai documenti storici legati alla petizione del nobile Mariano d'Arborea. Non ci sono prove concrete che questo convento sia stato effettivamente costruito, ma l’indagine continua, supportata da fonti storiche e dall’analisi dei toponimi locali.
Uno spunto importante emerge dalla lettura della carta topografica di Villamar e dal libro **"Villamar, una comunità e la sua storia"**, a cura di Gianni Murgia, dove viene descritto il territorio delle **campagne di Santa Chiara**. Secondo questo testo, il toponimo **Santa Chiara** suggerisce una possibile presenza conventuale legata al culto della santa, nonostante non vi siano testimonianze strutturali evidenti. Queste campagne si trovano in prossimità del **Rio Mannu**, su un basso dosso che guarda verso il colle di Antoccia, nell’area dell’abitato di Mara.
Il sito si trova vicino anche alla zona di **San Rocco**, che potrebbe essere stata collegata a un impianto chiesastico risalente all’epoca delle pestilenze del XVI-XVII secolo. Inoltre, la posizione è adiacente alla strada che collega Villamar al **Nuraghe Croxiu** e a **Santa Maria di Monserrato**.
Dal punto di vista archeologico, le uniche evidenze consistono in frammenti di **anfore** e altri oggetti di vasellame risalenti all’epoca tardo-punica, il che fa pensare a un piccolo nucleo abitativo che controllava la valle del Rio Mannu dal lato opposto rispetto all’abitato di Mara. Sebbene queste tracce non confermino l’esistenza di un convento medievale, esse ci offrono uno scorcio interessante su come questo territorio fosse popolato e gestito nei secoli passati.
In conclusione, le fonti documentali e archeologiche aprono possibilità affascinanti, ma ancora oggi non esistono prove definitive riguardo alla costruzione del convento di Santa Chiara a Villamar. Tuttavia, il nome stesso della località e i reperti trovati nella zona ci offrono una base per ulteriori ricerche e riflessioni.
Riguardo all’esistenza di un convento nel paese, nel libro A. Piras e A. Sanna si ipotizza che questo si trovasse in via Firenze, presso la casa di Olga e Augusta Paschina (vedi Villamar fede, arte, storia e tradizioni popolari pag. 114).
Invece nel libro curato da Gianni Murgia “Villamar una comunità e a su storia “il convento è indicato come situato presso la casa di Antonio Paschina (vedi pag. 353).
LA CASA DELLE SORELLE OLGA E AUGUSTA PASCHINA
Percorrendo tutta la via Azuni verso la Parrocchia, e svoltando subito a sinistra, si apre una strada che costeggia la chiesa di San Pietro. Le vecchie case diroccate, testimoni di un passato lontano, sembrano aver perso ogni vita, come se il tempo stesso avesse smesso di esistere in questo angolo dimenticato del mondo.
La strada si conclude rivelando una casa sospesa tra passato e presente. Sul cornicione, una croce affiancata da due sfere. Si diceva che lì, un tempo, sorgesse un convento. Solo a immaginarlo, il mistero avvolge ogni cosa.
In quella casa abitavano due sorelle, diverse l'una dall'altra, quasi fossero la rappresentazione vivente del conflitto tra tradizione e modernità. Olga era legata al passato, al rituale della vita rurale. Si occupava con rigore della parte antica della casa, con il loggiato ad archi e il grande portone di legno, cigolante sotto il peso dei secoli. Niente la distoglieva dai suoi compiti: la terra, le tradizioni, il controllo quotidiano delle proprietà ereditate dal padre Angelino.
Augusta, al contrario, era una donna moderna. Bionda e dinamica, sfrecciava per le strade del paese con la sua Fiat 500 bianca, lasciando dietro di sé l’eco di una vita che Olga non avrebbe mai potuto comprendere. A differenza della sorella, che preferiva una vita più radicata nel villaggio, Augusta amava viaggiare. Aveva girato mezza Europa, esplorato nuovi orizzonti, e addirittura visitato Israele, portando in paese un assaggio della cultura del mondo. Nei suoi racconti e nei piccoli oggetti che riportava dai viaggi, c’era sempre una scintilla di novità e curiosità che faceva brillare la casa di una luce diversa.
La sua casa, che si era costruita e arredata con cura, rifletteva questo equilibrio tra tradizione e modernità. Anche se manteneva lo stile antico con nicchie e archi, Augusta l'aveva resa pratica, accessibile, pulita e bella. Era un luogo accogliente e luminoso, dove la vita moderna si incontrava con il fascino del passato.
Pur possedendo parte dei terreni, Augusta preferiva affidarne la gestione a qualcun altro, occupandosi piuttosto di ricami e delle sue passioni. Aveva persino aperto un cancello laterale per entrare e uscire indipendentemente dalla sorella, come a voler sottolineare il bisogno di autonomia. Amava i fiori e il cortile, dominato da un grande albero di noce, era il suo rifugio, dove coltivava le sue varietà preferite e trovava pace tra i colori della primavera.
Nonostante le differenze, entrambe condividevano un amore per i fiori e per l’arte del ricamo. Augusta, con grande orgoglio, aveva persino donato alla chiesa una tovaglia finemente lavorata a punto rinascimentale, un’opera d’arte che decorava l’altare nei giorni di festa.
Eppure, la casa non era solo segnata dal contrasto tra le sorelle. Tutto in quel luogo sapeva di mistero.
CONCLUSIONI
La concessione per l’edificazione del monastero dedicato alla Beata Chiara, sebbene non ci sia la certezza che si sia concretizzata in una struttura visibile, rappresenta un tassello fondamentale della storia di Villamar e della sua comunità. Questo atto, rilasciato dal papa Clemente VI, non è solo un documento storico, ma un segno tangibile della devozione e dell’intento spirituale di Mariano d’Arborea, un gesto che, al di là della sua realizzazione, continua a permeare il territorio di un’energia peculiare.
L’assenza fisica del monastero non annulla la sua esistenza nel cuore degli abitanti e nei racconti tramandati di generazione in generazione. In un certo senso, il progetto di costruzione diventa una sorta di eco, una memoria viva che risuona nei luoghi. Ogni angolo di Villamar porta con sé l’ombra di un passato che poteva essere, evocando un fascino intriso di mistero e spiritualità.
Le campagne di Santa Chiara, i toponimi e le storie locali non sono solo un richiamo alla storia, ma un invito a riflettere su come la fede e l’aspirazione alla bellezza abbiano modellato questo paesaggio. La concessione, quindi, è un testamento alla resilienza dei valori spirituali e culturali, una testimonianza di come le idee e le aspirazioni possano lasciare un’impronta indelebile, anche in assenza di una manifestazione materiale.
Questo fascino intrinseco dei luoghi, carico di significato e di energia, ci spinge a esplorare e a riscoprire le storie che li abitano, rendendo Villamar non solo un semplice spazio geografico, ma un crocevia di memorie, speranze e aspirazioni, un invito a continuare a cercare e a interrogarsi sul significato di quei legami che ci uniscono alla nostra storia.
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