Utilizzare la macro Area Montevecchio Levante per realizzare un impianto fotovoltaico


Tra i 9,5 chilometri degradati dagli scarichi minerari c’è un’area pianeggiante lunga almeno un chilometro, dove si possono posizionare i pannelli fotovoltaici
Utilizzare la macro Area Montevecchio Levante per realizzare un impianto fotovoltaico

È un gran parlare (e polemizzare) sulle aree idonee e (in contrapposizione) su quelle non idonee. La Sardegna con la sua grande estensione (regione tra le più estese in Italia) registra una altrettanto debordante polemica tra aree idonee e aree non idonee. Non per niente “Sardegna quasi un continente” è quel bel libro - atlante di un attento scrittore sardo. E allora dilaga la polemica tra ambientalisti e modernisti, tra crescita a tutti i costi e natura che va difesa.

Da anni ormai nella stampa regionale infuria la polemica su fonti rinnovabili, energia pulita, metanizzazione, dorsale regionale del metano, centrali termoelettriche a carbone (Portovesme e Fiume Santo).

Da questo dibattito emergono anche delle “perle” che risultano, a seconda dei punti di vista, divertenti o ridicole: le pale eoliche in alto mare (off-shore) disturbano i branchi dei tonni che si avvicinano ai nostri mari, oppure contribuiscono ad erodere le coste sarde (sic!). Sarebbe certamente più utile (oltre che più corretto dal punto di vista scientifico) un confronto costruttivo lontano dalla demagogia e dalla strumentalizzazione politica (sfruttata a piene mani). A tale proposito è interessante soffermarsi sulla cosiddetta Macro Area Montevecchio Levante e sul lavoro di studio e di ricerca che ne è scaturito.

 

La cartina rappresentata qui sopra è una ripresa aero fotogrammetrica dell'area attorno a Montevecchio con la costa a occidente e (in rilievo e artificialmente colorata in giallo) l'area coinvolta dall'inquinamento del rio Sitzerri, S' Arriu de sa Mena, evidenziata dalla stessa colorazione.

Qua sotto invece è ben rappresentata e ingrandita parte dell'area interessata dall'inquinamento: si parte dall'abitato di Montevecchio, per continuare con la sottostante “Diga fanghi” e il ponte “De Sa Tressa” attraversato dalla strada provinciale per il mare.

Da Montevecchio al ponte in linea d'aria ci sono circa 9,5 chilometri. L'area appositamente cerchiata è quella dove ormai il Rio scorre su terreno pianeggiante, tutto coinvolto e degradato dagli scarichi delle lavorazioni minerarie. L'area pianeggiante a monte del ponte è lunga almeno un km, una fascia che in larghezza va dai 100 ai 200 mt: tutto spazio per pannelli fotovoltaici. L'area a valle del ponte invece si allarga in una conformazione completamente pianeggiante e desertica, con terreni visibilmente compromessi dall'inquinamento. Nel linguaggio che tradizionalmente usano gli agricoltori e i conoscitori delle campagne (la loro tradizionale toponomastica) tutta quell'area veniva chiamata “su 'ndau”, cioè “Su Undau” (con la separazione o dieresi) a indicare tutta l'area colpita dall'inondazione di acqua e fanghi inquinanti provenienti dalla miniera di Montevecchio per l'esattezza dalla diga fanghi. La notifica dell'inquinamento trasmesso all'Assessorato Difesa Ambiente della Sardegna (vedi mappa geografica allegata) coinvolge i territori di Guspini, San Nicolò d'Arcidano e Terralba per un'ampiezza di circa 60 Kmq e i loro rispettivi piani urbanistici comunali (PUC).

Dal piano di bonifica delle aree minerarie dismesse si legge: “la macroerea di Montevecchio - Levante si estende dall'abitato di Montevecchio, lungo il corso del Rio Sitzerri, sino allo stagno di san Giovanni, gli sterili del trattamento mineralurgico, accumulati nel grande bacino di Levante, in seguito alla periodica apertura della diga o solo per la cattiva gestione della stessa, si sono riversati nel corso d'acqua immediatamente a valle e sono stati trasportati verso lo stagno di Marceddì, accumulandosi nella pianura circostante il corso d'acqua.

Quando da Guspini dopo alcuni chilometri imbocchiamo la strada provinciale 65 (che ci porta a sant'Antonio di Santadi e poi alla Costa Verde di Torre dei Corsari e di Tunaria), percorriamo quella che anticamente era chiamata “Genn 'e acquas”, (dieresi permettendo “Genna de Is Acquas” forse per le abbondanti piogge di una volta).

Nessuno pensava che la moderna industria mineraria degli ultimi 100-150 anni di Montevecchio avrebbe inondato di un così esteso inquinamento le campagne circostanti il Rio Sitzerri.

Il nuraghe “Melas”, sulla collina che guarda il ponte: il Rio e la pianura sottostante sembrano quel gigante buono che si ritira sulla montagna inorridito dalle brutture del mondo, come gli asceti di una volta.

Il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi (2021) osserva che basterebbe utilizzare, anche in piccola parte, l'energia che ogni giorno riceviamo dal sole per soddisfare le esigenze e le necessità del nostro Paese e di ogni altro angolo del pianeta. Sarebbe sufficiente installare pannelli fotovoltaici sui capannoni e aree industriali dismesse o inquinate e in tutte quelle abitazioni in cui si sceglie di alloggiarli. (comunità energetiche).

Se sfogliamo i giornali del 25 marzo 2025 leggi che 2000 pannelli fotovoltaici sono stati distrutti in Sardegna; il dibattito diventa demagogia e l'ambientalismo si trasforma in becero qualunquismo (vedi certa stampa regionale). Gradevole, oltre che incoraggiante, diventa ciò che dice l'ingegnere civile Dino Borri, professore emerito all'Università di Bari: la quercia vive cinquecento anni e digerisce meglio di qualunque albero il veleno che abbiamo prodotto e sotterrato. Bari è vicina a Brindisi con la sua vasta area di impianti petrolchimici; in quell'area è stato avviato il progetto di forestazione urbana per fronteggiare il degrado del petrolchimico e immaginare una soluzione sostenibile, duratura nel tempo e che abbraccia tredicimila ettari.

Continua ancora il Professor Borri: «I Tedeschi che dalla chimica sono stati inguaiati, hanno iniziato a studiare quale fosse il sistema più efficiente per aggredire il problema e risolverlo. Non togliere il veleno da una parte e spostarlo altrove (dove? E a chi?) ma creare un bosco fitto e possibilmente con alberi di alto fusto e dalla vita lunghissima (la quercia vive anche più di cinquecento anni). Dopo una ventina di anni si colgono i primi frutti».

Anche Bagnoli (in Campania) e tutta la sua area industriale inquinata sarebbe sotto l'ombra delle querce. Non c'è alternativa, la scienza e gli studi ce lo dicono.

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