Di piccoli musei abbiamo già avuto occasione di parlare sulle pagine del sito, per questo ci piace riproporre ogni nuova scoperta, per stuzzicare la curiosità dei lettori e per stimolare la pratica dei “viaggi autentici” anche nella propria regione.
Creare e gestire un piccolo museo, soprattutto nell’entroterra, è un vero e proprio atto di coraggio perché rappresenta la caparbietà con cui queste strutture si impegnano ad essere presenti nelle comunità, agendo concretamente non solo per raccontare la storia, ma anche per costruire un ponte con le nuove generazioni e un nuovo futuro, governando a proprio modo le contraddizioni di questo tempo, senza farsi travolgere. Conoscere la realtà e il valore dei piccoli musei e valorizzare il loro ruolo e la loro specificità (Non sono una “versione ridotta” di quelli grandi) serve a comprendere meglio l’evoluzione di un determinato territorio e le sue potenzialità.
PAULI ARBAREI, IL SUO TERRITORIO, IL SUO MUSEO
Pauli Arbarei è un paese della Marmilla di 720 abitanti che si trova a 140 mt. di altitudine e rispecchia l’ambiente agreste e pastorale che al visitatore/viaggiatore attento appare come una successione di fertili pianure e di colline dai sorprendenti profili geometrici, conici oppure mammellonati, modellate nel tempo dai naturali processi erosivi sugli strati sedimentari del Miocene. Nel corso dei secoli gli abitanti si sono tramandati vicendevolmente l’amore per il lavoro agricolo e per l’allevamento, attività per le quali si è, in parte, sacrificata l’originaria vegetazione naturale lasciando spazio alle coltivazioni cerealicole e alle distese di pascoli.
Ed è nel piccolo Museo della Donna del paese, organizzato in 10 aree tematiche, che si è scelto di evidenziare in particolare il ruolo della donna nella società contadina, nella casa, nella famiglia, nella vita sociale. Nel museo siamo state accolte da Cristina Floris, entusiasta addetta museale e anche dall’Assessore alla Cultura Vincenzo Marongiu, che ci hanno confermato il grande interesse e coinvolgimento dell’amministrazione comunale a tenere viva una memoria del genere. Non a caso, sia all’ingresso sia nei vari spazi espositivi, sono ricordate anche le 21 donne costituenti, tra le quali due figure di sarde d’adozione come Nadia Gallico Spano e Lina Merlin.
L’esposizione degli oggetti fa comprendere come dalle mani delle donne parte un percorso che ci conduce nel passato di un’esistenza dura e faticosa ma nient’affatto cupa e triste. Anzi possiamo scoprire che la vita del paese era piena di sentimenti e affetti, ricca di avvenimenti e di feste che animavano i suoi abitanti lungo tutto l’arco dell’anno. E poi vedere donne madri che giocano coi i loro bambini, donne lavoratrici al telaio in casa e con la falce nei campi, donne affascinanti, alla moda, che sapevano conquistare e lasciarsi conquistare nei giorni di festa, tra i balli del paese, donne moderne, attente allo sviluppo del mondo e del progresso, donne religiose e pie, portatrici di valori e custodi di una civiltà sana e pura.
Secondo quanto ci è stato spiegato, la filosofia che guida l’allestimento rimanda alle cinquecentesche “camere delle meraviglie” nelle quali, il primo impatto, entrando, provocava un senso di meraviglia, e gli oggetti erano tutti immediatamente visibili, salvo poi scoprirne piano piano il significato e il funzionamento con l’aiuto di una guida esperta. Il messaggio viene veicolato su più livelli, a strati e sullo sfondo le foto antiche aiutano a rievocare i luoghi di un tempo. Al loro fianco brevi didascalie rimandano alle dieci tematiche attorno alle quali è studiato il museo, dando un ordine all’esposizione. Inoltre, fisicamente, gli oggetti sono facilmente raggiungibili, si possono toccare e manipolare, per rendere ancora più realistica questa breve immersione nel tempo che fu, in particolare per le scolaresche che visitano il museo.
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