Salvatore Erbì racconta il suo primo giorno di pensione senza nostalgie, con qualche rimpianto, ma anche con qualche piacevole certezza
di Paolo Salvatore Orrù
Una lacrima trattenuta, un sorriso donato ai genitori di un bimbo appena nato. Quante storie potrebbero raccontare i medici? «Tante, perché la professione costringe ad altalene continue: la realtà cambia ad ogni momento senza soluzione di continuità», ha confessato Tore Erbì, per tanti anni medico di famiglia a Villacidro, che qualche giorno fa ha lasciato il lavoro per raggiunti limiti di età.
Anche per lui, come per tutti, gli anni sono passati inesorabilmente, ma se prima dell’ultima giornata di lavoro una cura dopo l'altra aiutava a sentirsi parte utile di una comunità, il primo di giorno di riposo forzato può sembrare un giorno nefasto. Certo c’è la famiglia, il figlio da sistemare, la moglie da accarezzare un po’ di più, «ma dentro ti manca qualcosa». Mancano i pazienti. I loro visi. Le loro speranze. Le loro preoccupazioni e le loro gioie.
«Ho avuto la fortuna di avere un nonno che ha combattuto con la brigata Sassari, ero molto legato a lui, è morto a 98 anni, per questo ho sempre rispettato gli anziani come qualcosa di sacro», ha raccontato Erbì, che dopo un solo giorno di riposo sta pensando di tornare in trincea per dare una mano ai suoi pazienti più attempati. «Essere un buon medico di famiglia richiede una combinazione di competenze mediche, ma anche comunicative ed empatiche, ecco credo di essere riuscito ad avere con questi signori un rapporto sincero». E in effetti, lo hanno raccontato in tanti, Erbì ha sempre avuto la capacità di ascoltare e poi di spiegare con parole comprensibili le diagnosi e i piani di trattamento, rispettando sempre le norme etiche e la vita privata dei pazienti. La pensione, mentre si è impegnati fra un malato e l'altro a compilare "troppe scartoffie", era sembrato soltanto un miraggio irraggiungibile, anche perché la riforma della ministra Fornero, nonostante le promesse di Salvini, la fanno scivolare dalle mani di qualunque italiano come una saponetta indisponente.
Nonostante tutto, il primo giorno del meritato riposo arriva come la ghigliottina sulla testa di Robespierre e assomiglia ad un ambiguo eterno riposo professionale. A volte, i pensionati giungono in porto con le vele ancora spiegate e chi non si è preparato ad una nuova vita corre il rischio di sbattere contro il molo. E di ritrovarsi a terra, spiaggiato, con il muso pesto, la testa che gira vorticosamente, e una pastiglia di Prozac in bocca per tentare di mantenere un po' di sano equilibrio psichico. Tutto questo Salvatore Erbì lo ha sventato alla grande, perché è un uomo poliedrico, talmente straripante di interessi culturali e letterari che probabilmente gli creeranno, tuttalpiù, problemi di tempo libero: «Sto preparando un nuovo libro e vorrei tornare a fare medicina geriatrica», racconta con un sorriso. Non c’è dunque il pericolo che il neo pensionato si soffermi troppo di fronte allo specchio e si faccia impressionare da qualche ruga in più e dalla neve caduta chissà quando sui radi capelli.
Ora è tempo di ricordi. Tutto sommato belli. «Decisi di iscrivermi in medicina, perché attorno a me c’erano tanti amici che avevano fatto quella scelta. Quindi io non è che abbia avuto, a 19 anni, una propensione per la materia. Quando ho finito di studiare ho però deciso di fare il medico di famiglia, non ho mai fatto un concorso pubblico, desideravo stare con le famiglie, stare con la comunità di Villacidro, perché ero così, perché ero radicato qui. Non corrisponderebbe al vero se dicessi che volevo fare il medico sin da bambino: ho incominciato a essere medico nel primo giorno di ambulatorio».
Le cose, per tutti i medici, nel corso degli anni sono molto cambiate. «Oggi i nuovi medici di famiglia già dal primo giorno di ambulatorio possono contare su almeno 1200 pazienti, ai miei tempi i pazienti bisognava guadagnarseli». La sua non è una critica, anche se a lui la voglia di polemizzare e di farsi sentire non è mai mancata. Lo dimostra la sua presenza attiva in politica, sempre dalla parte dei Progressisti, di quelli scortesi e per nulla allineati. «Sono stato consigliere comunale ai tempi di Dalmazio Fonnesu sindaco, bella esperienza ma sarebbe stata meglio se fossi riuscito a diventare assessore alla cultura». Assessore ai servizi sociali no? «No, ho sempre creduto di essere un divulgatore: probabilmente sono un insegnante mancato, perché mi piace trasmettere». Infatti con i pazienti parlava molto, trasmetteva, «proponendo micro lezioni di medicina in un minuto. Dovevo avere l'aria del maestro».
Villacidrese, medico di famiglia, geriatra, giornalista pubblicista, Tore ha fondato e diretto dal 1988 al 1992 il mensile “Il Gazzettino del Campidano” e diretto per quattordici anni, dal 1992, il “Bollettino”, organo ufficiale dell’Ordine dei medici della provincia di Cagliari.
Nel 2003 ha pubblicato Di tacco e di puntera, affresco calcistico-antropologico della comunità locale. Attento alla realtà sociale e politica, è stato eletto nel 1990 e nel 2008 consigliere comunale, la seconda volta ha ricoperto la carica di assessore. Aperto al nuovo, custode delle tradizioni, cultore di microstoria, ha raccolto frammenti di vita, fatti, luoghi e personaggi di Villacidro.
Di recente ha pubblicato un altro libro, Sciapotei. Dizionario Enciclopedico Villacidrese: raccolta di frammenti di vita, fatti, luoghi e personaggi di Villacidro. Se poi gli chiedete chi è il calciatore villacidrese che ha ammirato di più vi dirà Giovanni Meloni.
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