Villamar, il murale delle launeddas di Antioco Cotza


L’opera è dedicata a uno degli strumenti più rappresentativi della cultura musicale sarda: le launeddas. Oggi, purtroppo, il murale è completamente scolorito
Villamar, il murale delle launeddas di Antioco Cotza

A Villamar, lungo via Roma, dopo il Sacro Cuore, sulla destra, si trova un murale che merita di essere ricordato.
 È un’opera dell’artista Antioco Cotza, dedicata a uno degli strumenti più rappresentativi della cultura musicale sarda: le launeddas. 
Oggi, purtroppo, il murale è completamente scolorito. 
Questa fotografia, scattata diversi anni fa, ci permette però di riscoprirne i colori e di osservare i particolari di un’opera che appartiene anche alla memoria del nostro paese. 
Al centro della composizione troviamo un anziano suonatore di launeddas. 
Il suo volto, segnato dal tempo, sembra raccontare una lunga esperienza di vita. Accanto a lui compare una donna in abito tradizionale. 
I due personaggi sono così vicini da suggerire un legame profondo, quasi che la musica diventasse un linguaggio condiviso. 
Sullo sfondo, tra colori caldi e intensi, una colomba bianca introduce un richiamo alla pace e alla spiritualità. 
È un'immagine che si presta a diverse letture, lasciando a ciascuno la libertà di cercare il proprio significato.

Antioco Cotza

DALLE PAGINE DEI BAMBINI AL MURALE

Il nostro rinnovato interesse per le launeddas nasce da un percorso di ricerca che, ancora una volta, ci riporta ai lavori delle scuole elementari di Villamar. 
Nel giornalino scolastico del Natale 1993 abbiamo ritrovato un antico canto che i bambini avevano portato a scuola attraverso le memorie delle loro famiglie. 
Alcuni versi ci restituiscono un'immagine particolarmente suggestiva:

Is pastoris de bidda 
funti tottus ingui 
a launeddas sonendu.

I pastori del paese sono tutti lì, intenti a suonare le launeddas.

Sono parole che hanno suscitato nuove domande. Chi erano quei suonatori? Quali melodie conoscevano? Quale posto occupavano le launeddas nella vita della nostra comunità? Da queste domande sono emerse altre testimonianze, fra cui quella raccolta da Midio Pitzalis su zio Peppe Melis di Villamar e sul suo incontro con il musicologo danese Andreas Fridolin Weis Bentzon. Una pista che merita ulteriori approfondimenti. Ed è proprio seguendo questo filo che siamo tornati a guardare anche il murale di Antioco Cotza.

UNO STRUMENTO, TANTE FORME DI MEMORIA

Le launeddas sono uno strumento a fiato formato da tre canne sonore, suonato attraverso una particolare tecnica di respirazione continua. La loro presenza nella cultura sarda attraversa i secoli e accompagna ancora oggi feste, processioni e occasioni della vita comunitaria. Nell'opera di Cotza, lo strumento non è rappresentato da solo. È nelle mani di un uomo anziano, accanto a una donna in abito tradizionale. Questo particolare ci invita a riflettere sulle persone che hanno mantenuto viva la musica, trasmettendola attraverso l'ascolto, l'esempio e l'insegnamento. Il murale diventa così un altro tassello della nostra ricerca: un punto d'incontro fra musica, arte e memoria popolare.

UN PATRIMONIO DA RISCOPRIRE

Riguardare oggi questa vecchia fotografia suscita anche una riflessione sulla conservazione delle opere che arricchiscono le vie del nostro paese. Il murale, ormai scolorito, non riesce più a restituire ai passanti tutta la ricchezza cromatica che vediamo nell'immagine. La fotografia diventa quindi una testimonianza preziosa, capace di conservarne almeno il ricordo visivo. Sarebbe bello che questo lavoro di ricerca offrisse anche l'occasione per tornare a conoscere le opere degli artisti che hanno raccontato Villamar attraverso i loro murales. Perché la memoria non si trova soltanto nei libri, nei documenti o nelle testimonianze orali. A volte è dipinta sui muri delle nostre strade e aspetta soltanto che qualcuno si fermi a guardarla. Dai versi dei bambini del 1993 al murale di Antioco Cotza, continuiamo a seguire lo stesso filo: quello di una musica che appartiene alla nostra storia e che può ancora aiutarci a ritrovare altre storie. E forse è questo il compito più bello della ricerca: non soltanto custodire ciò che abbiamo ritrovato, ma fare in modo che altri abbiano il desiderio di continuare a cercare.

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