Tra gli anni ’50 e ’60, il paese di Villamar visse un periodo di profonda trasformazione. Uno degli eventi più significativi fu lo smantellamento della ferrovia complementare, che per decenni aveva rappresentato il principale mezzo di trasporto per gli abitanti della zona. Il trasporto su rotaia, centrale per la vita economica e sociale del paese, cominciò a entrare in crisi con l’avvento delle automobili e degli autobus.
L’8 giugno 1954, durante un congresso organizzato dalla Cisl nel salone parrocchiale di Villamar, si discusse la proposta di chiudere la ferrovia. Il miglioramento delle condizioni economiche, l’acquisto delle prime automobili e la presenza di due tassisti nel paese portarono alla decisione di smantellare la linea ferroviaria, ormai ritenuta antieconomica. Nel settembre del 1956, le linee furono sospese, e l’anno seguente vennero completamente rimosse. Questa scelta, tuttavia, avrebbe avuto conseguenze a lungo termine, specialmente per studenti e lavoratori che viaggiavano quotidianamente verso Cagliari e i centri limitrofi.
UN’EPOCA RACCONTATA DAI PROTAGONISTI
In questo scenario di cambiamento, i racconti di chi ha vissuto quegli anni diventano testimonianze preziose. Le storie di Antioco Riguer e Sergio Seu ci restituiscono l’atmosfera di un tempo ormai lontano, dove la stazione ferroviaria non era solo un luogo di transito, ma un vero e proprio punto di riferimento per la comunità.

IL RACCONTO DI ANTIOCO RIGUER
Grazie al contributo di Antioco Riguer, possiamo immergerci in uno spaccato di vita quotidiana intriso di semplicità e autenticità. Condividiamo qui il suo ricordo: «Il sole stava tramontando, dipingendo il cielo di arancione mentre il trenino sfrecciava lungo i campi dorati. Il capotreno, un uomo robusto con un cappello di paglia, si fermò all’improvviso, attirato dalla figura di un contadino che raccoglieva gli attrezzi.
‘Ehi, amico!’ chiamò il capotreno, con un sorriso cordiale. ‘Hai bisogno di un passaggio per tornare a Villamar?’
Il contadino si voltò, asciugandosi il sudore dalla fronte. ‘No grazie!’ rispose, ridacchiando. ‘Oggi ho fretta e vado a piedi!’
Il capotreno, sorpreso, alzò un sopracciglio. ‘Ma è tardi! La strada è lunga e buia!’
Con un ultimo sorriso, il contadino iniziò il suo cammino, mentre il trenino ripartì con il suo ‘ciuf ciuf’ che si disperse nel vento».
Questa breve storia, ricca di umorismo, ci riporta a un tempo in cui la ferrovia era parte integrante del paesaggio e della vita del paese. Le interazioni tra il capotreno e gli abitanti erano semplici, genuine, e rappresentano un modo di vivere che oggi può sembrare distante, ma che rimane vivo nei ricordi di chi lo ha vissuto.

IL RACCONTO DI SERGIO SEU
Sergio Seu, che ha abitato nella stazione ferroviaria di Villamar per circa sette anni e mezzo, tra il 1961 e il 1969, ci offre un’altra prospettiva preziosa, con i suoi ricordi di quel periodo: «Nella ex stazione ferroviaria di Villamar ci ho vissuto circa 7 anni e mezzo, dal dicembre del 1961 al giugno del 1969, gli anni del suo canto del cigno. Era ancora in ottimo stato, alla colonnina di rifornimento ogni giorno passava una corriera per fornirsi di gasolio e ripartiva subito, quella che veniva da Ales si fermava quasi due ore di primo pomeriggio, e la notte un’altra corriera dormiva nella ex rimessa delle locomotive. È stato un periodo fortunato anche per i villamaresi, nel 1961 si sfiorò il numero di 3400 abitanti, oggi non si arriva a 2900, circa il 18% in meno. Dopo il 1966 furono anni bellissimi, ci fu la rottura totale con un sobrio passato. Dal bar di Tziu Nocenziu fino al Cinema di signor Nino, erano circa 400 metri di passeggiata nella via Roma, e lì si riversavano tantissimi villamaresi dalla tarda primavera all’autunno, per la passeggiata domenicale. Iniziavano a comparire timidamente le prime minigonne, andavano di moda i pantaloni a zampa di elefante, ma soprattutto le camicie con fiori di ogni dimensione e di ogni colore. In quegli anni anche le persone di una certa età iniziarono a rendersi conto che si può essere giovanili anche quando si è avanti negli anni».
Le parole di Sergio ci trasportano in un periodo di transizione, in cui la stazione ferroviaria era ancora un luogo di grande attività, mentre il paese cambiava rapidamente. Con la chiusura delle linee, la stazione iniziò a perdere il suo ruolo centrale, ma rimase per molti anni un simbolo della vita passata.
CONCLUSIONE
I racconti di Antioco Riguer e Sergio Seu, insieme a quelli di tanti altri villamaresi, sono come frammenti di un grande affresco che ci restituisce l’immagine di una Villamar diversa, ma ancora profondamente radicata nei cuori di chi l’ha vissuta. Inserire le loro voci nell’articolo permette di dare spazio a una memoria collettiva che rischia di essere dimenticata, ma che continua a definire l’identità di questo piccolo paese.
Attraverso queste storie, possiamo comprendere meglio non solo il valore storico della stazione ferroviaria, ma anche la vita sociale e culturale che vi gravitava intorno, un microcosmo fatto di incontri, scambi e piccoli gesti quotidiani. Un mondo che, nonostante il tempo passato, continua a vivere nei ricordi dei suoi abitanti.
Ringraziamo Antioco Riguer e Sergio Seu per aver condiviso con noi i loro ricordi, preziosi tasselli di una storia che appartiene a tutta la comunità di Villamar.

SA STALLADA
Nel 1950 veniva varata la riforma agraria, grazie al governo De Gasperi e all' avvedutezza di un ministro dell'agricoltura quale fu Antonio Segni. Questa riforma rese possibile l'unica redistribuzione di ricchezza tra le classi sociali mai avvenuta prima in Italia e consentì a tante famiglie di entrare in possesso di appezzamenti di terreno da coltivare. L' ente regionale per la trasformazione fondiaria e agraria è conosciuto con l'acronimo Etfas. Venne sciolto nel 1984.
A circa tre km da Villamar, lo stradone che porta a Lunamatrona divide in due parti la campagna in località Su Benatzu Mannu, meglio conosciuta con il nome di Sa Stallada. Quest'ultima denominazione significa "territorio diviso ", in virtù di quella riforma di cui sopra e che determinò la divisione di un ampio possedimento terriero in tanti piccoli poderi. A Sa Stallada i poderi, con un'estensione di 4 ettari ciascuno, erano e sono cinque, assegnati a cinque famiglie. Sono numerati e ciascuno è dedicato a un santo. A destra dello stradone, andando verso Lunamatrona, si apre un viottolo che conduce al nostro podere, il numero 3, dedicato a San Giuseppe. In fondo alla stradina ce ne sono altri due: quello della famiglia Tuveri con il numero 1 e con dedica a San Francesco; l'altro, con il numero 2, appartiene alla famiglia Floris ed è dedicato a Santa Vitalia. Dall'altra parte dello stradone ci sono altri due poderi, quello dei Podda e quello dei Siddu, rispettivamente numero 5 e numero 4. Il primo è intitolato a Sant'Antonio, l'altro a Sant' Isidoro. Fino al 1954, questi due poderi erano costeggiati dalla ferrovia, perché all'epoca a Sa Stallada passava il treno. All'inizio del viottolo che si apre sul nostro podere, si erge una stele, sulla quale è incastonata la figura della Madonna con in braccio il suo Bambino. Poco al di sotto c'è una scritta: “Maria benedici i nostri campi”. E la Madonna ascoltò quella preghiera e benedisse quei campi, rendendoli rigogliosi. Sa Stallada diventò un eden, il mio piccolo mondo antico, reso tale dalla fatica, ma anche dallo spirito di collaborazione che regnava tra le famiglie di quella splendida campagna. (Maria Rosaria Pitzalis)
Foto Giannetto Montixi
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