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La settimana sociale dei cattolici: dialogo con gli imprenditori
Dopo la denuncia, la settimana sociale dei cattolici italiani è stata dedicata alle “buone pratiche” per curare la ferita del lavoro e per diventare buoni cercatori di lavoro. L’economista Luigino Bruni, docente all’università di Roma – Tor Vergata, nella sua riflessione biblica ha preso spunto dal libro di Qohelet ponendo l’accento su aspetti attuali nel lavoro di oggi: «il lavoro deve esser svolto nei giusti tempi, non in modo frenetico, ma lasciando tempo anche al riposo. È folle l’ozio ma è folle lavorare troppo». Lo stesso Qohelet dà la soluzione: «Lasciare libera una mano perché il suo palmo possa essere riempito dalla calma, dal riposo, dalla consolazione. E le due mani dell’uomo non devono essere impegnate nella stessa attività: se è stolto colui che le lascia entrambe inerti, lo è altrettanto colui che le occupa col solo lavoro frenetico». Altro problema posto da Qohelet è il rapporto tra lavoro e solitudine. Il troppo lavoro porta a rimanere soli e non esser più soddisfatti di se stessi, solitudine che porta a creare ferite con i propri cari, non aver più tempo per se stessi e a consumarsi piano piano». «Tutti i partecipanti sono mossi da una passione che diventa metodo. Con questo spirito, tutti i partecipanti sono mossi a dare il proprio contributo e le proprie idee con spirito sinodale alla ricerca di lavoro degno che ponga in primo luogo i volti», ha detto mons. Filippo Santoro, presidente del comitato promotore della quarantottesima settimana sociali dei cattolici italiani. I 1.100 delegati hanno lasciato l’aula del convegno per un viaggio fra le “buone pratiche”. Hanno visitato diverse aziende, da Arborea a Dolianova, Da Serdiana a Guspini. Una visita ad autentiche eccellenze dell’economia locale, esempi di buon lavoro e affermazioni sul mercato. Claudio Castaldi ...
Leggi di piùCosa si può fare a novant'anni?
All’età di 90 anni ho deciso di lasciare i miei ricordi più cari ora tristi, ora lieti ai miei figli e miei nipoti. È così che inizia il libro “Ricordi di una vita”, scritto da Maria Arba la novantaduenne di Senorbì, che in molti chiamano affettuosamente tzia Maria balliccu (diminutivo ereditato dal padre). Tzia Maria è nata a Senorbì il 6 agosto 1925, da una famiglia povera. Dopo aver raggiunto i 90 anni ha deciso di mettere su carta la propria vita, scrivendo un’autobiografia. Nel suo libro racconta i tempi lontani dell’infanzia, fiancheggiata dalla povertà, dalla fame e dal freddo, la triste storia del padre e della madre, i gravi lutti subiti nel corso della propria vita, tra cui anche la prematura scomparsa del marito; ma anche le gioie e i momenti felici non mancano nel racconto. Non c’è alcun dubbio che la vita di tzia Maria sia stata travagliata, ma grazie alla sua caparbietà e alla resilienza non si è mai arresa dinanzi alle difficoltà. Nonostante non abbia mai frequentato un giorno di scuola tzia Maria ha imparato a leggere grazie a una sua cugina; però non ha mai imparato a scrivere, fuorché il suo nome. Con l’aiuto delle sue tre nipoti che scrivevano al posto suo mentre lei dettava è comunque riuscita a realizzare il suo libro. Lo scrittore Ugo Ojetti disse: “saper invecchiare significa saper trovare un accordo decente tra il tuo volto di vecchio e il tuo cuore e cervello di giovane”. Chissà se tzia Maria ha saputo invecchiare, ma a prescindere da ciò, è riuscita a rendere indelebile il racconto della sua vita, tramandando gli eventi passati e rendendo anche visibili le differenze tra il novecento e i tempi odierni. Così facendo ha trasformato il suo libro, non solo in autobiografia ma anche in uno strumento culturale e morale. Maria Arba: “mi raccomando la scuola ragazzi, studiate, studiate, studiate; perché la scuola serve”. Matteo Erriu ...
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