Pasqua, rotolano macigni

di don Nico Massa* _______________________________ Il quattro aprile sarà Pasqua. Sicuramente è scritto nel calendario e nelle nostre agende.  Ma la cosa non è così scontata. Sentiamo che un grande macigno ostruisce il sepolcro. Viviamo ancora immersi nell’opprimente aria mortifera e mortificante di questa pandemia che ancora non libera il respiro normale delle nostre vite. Sono tanti i segnali che ancora ci dicono della nostra umanità ancora oppressa. Anche nelle nostre Chiese. Perfino il giorno di Pasqua: il segno amato da tutti noi, la processione dell’”Incontro” tra Gesù Risorto e sua Madre non si realizza. Quasi a sottolineare che anche per noi, suo popolo, è così difficile vivere la gioia dell’Incontro, tra noi e il Signore che annunci l’alba di un giorno veramente nuovo. Viviamo ancora il clima del Sabato Santo, dove i grandi silenzi segnano le nostre vie e le nostre piazze, i nostri luoghi di ritrovo e di condivisione festosa.  È un tempo di attesa, che prelude ad una luce. Ci facciamo coraggio, siamo già all’alba di quel giorno nuovo. Facciamo nostre le parole preoccupate e disarmanti delle donne che quel mattino si recano al sepolcro, nel giardino vicino al Calvario: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (Mc 16,3). La situazione sembra davvero senza via d’uscita. Ma Dio non è avaro di sorprese. La speranza non demorde, nonostante tutto. Certo, le nostre speranze più immediate si fondano sui vaccini, che dovrebbero presto sbloccare la situazione. E facciamo bene ad assecondare la prospettiva favorevole, rendendoci disponibili a sottoporci anche noi a questa salvaguardia sanitaria. Presto saremo liberati da quest’incubo. Ma la ripartenza nutre altre speranze, più ambiziose. Come per il Signore Gesù, per il quale la resurrezione non è solo la rianimazione di un cadavere, ma l’inizio di una vita nuova, che apre orizzonti inediti. Così sarà anche per noi: ne usciremo rinnovati, confermati in umanità e in solidarietà, coesione sociale, voglia di rilanciare una vita con la grinta che nasce dalla dura prova. La sofferenza non sarà stata inutile: abbiamo imparato, da questa prova dura, ad essere solidali, a rispettarci rispettando le severe forme di prudenza e di tutela della salute e del bene dell’altro. Le distanze fisiche imposteci dalla difesa del contagio ci hanno reso più vicini come persone. Ogni persona è diventata nostro prossimo, anche chi non conoscevamo per nome. Un senso di fratellanza e di prossimità con tutti coloro che condividono la nostra vita sociale ci rende coesi in una comunione fraterna che ci fa una famiglia unita nella sofferenza e nella voglia di ripartire. La nostra comunità cristiana si fa luogo privilegiato in cui la nostra umanità manifesta le sue risorse più belle. Tenderemo la mano e faremo rialzare chi è ferito, aiuteremo a rialzarsi, a risorgere, i fratelli più provati. Conosceremo una famiglia di uomini e donne non solo so ...

Pabillonis, verso la Pasqua, tradizione e preparazione delle palme

di Anna Luisa Garau __________________________________ Anche Pabillonis si avvia verso la Pasqua, ripercorrendo le tradizioni. Durante la settimana, che precede la domenica delle palme, le abili mani di chi possiede l’arte di intrecciare le palme hanno elaborano piccoli capolavori, rifacendosi ai vecchi modelli e alle antiche tecniche, eseguite da pochissime persone. Le tecniche di intreccio sono numerose e l’estro di ogni intrecciatone crea un’opera d’arte usando tecniche antiche e personali, ricche di simboli, tramandate da padre in figlio. Le tecniche sono molteplici: dalle più semplici (ad annodatura, a raggiera, ad avvolgimento, a intreccio diagonale e perpendicolare, a incastro), per poi passare alle più complesse (incrocio tubolare, a raggiera bi-frontale, a cornetti, a mezza foglia, a treccia, a mazzetti, avvolgimento a spirale, triangolare e a ripiegamento). [caption id="attachment_84259" align="alignleft" width="502"] Iolanda Atzeni[/caption] Uno di questi artisti è Domenico Pia, 54 anni, che ha imparato l'arte di intrecciare le palme dal padre Antonio, scomparso diciotto anni fa. Viene aiutato dalla madre Iolanda Atzeni, 84 anni, che si occupa de “su sperramentu”, che precede la lavorazione delle palme, e dal fratello Giuseppe. Anche quest'anno si è occupato personalmente di tagliare le palme per evitare di danneggiare le piante. Le palme vengono messe in un recipiente colmo d'acqua e tenute rigorosamente al buio sino a quando assumono il colore giallo. Le abili mani di Domenico piegano e incastrano le foglie, che secondo la lavorazione prendono un nome specifico: ”su siddu”, “Sa rosa”, “sa nuxi”, che simboleggia l'unico Dio,  i vizi capitali, la resurrezione, “su  caboru” simbolo del peccato, ”sa cruxi”  simbolo di sacrificio e di forza, e “su pàssiu”, il ramo più lungo e giallo, è riservato al  sacerdote che lo usa per le cerimonie della domenica delle palme. In attesa del giorno della benedizione, le palme vengono depositate in un recipiente pieno d'acqua. La palma ha sempre avuto un posto privilegiato nelle case dei pabillonesi: sul crocifisso appeso sopra la spalliera del letto o sui mobili e nella cassa del corredo della sposa. Si regala ai ragazzi e alle ragazze come simbolo di buon augurio. Gli uomini la conservano nel taschino del gilet o della giacca per proteggersi dal male o dalle disgrazie. La palma benedetta viene donata agli ammalati o alle persone anziane, come dono di consolazione, di liberazione dalle pene e delle sofferenze o alle persone con cui si è avuto un diverbio in segno di pace. È tradizione che alla vigilia della domenica delle palme, la vecchia palma venga bruciata,  in quanto oggetto sacro non deve essere profanato. Nelle parrocchie, la cenere ottenuta bruciando le palme benedette dell’anno precedente, viene posta sul capo dei fedeli durante la cerimonia del mercoledì delle ceneri. Le confraternite danno ancora un notevole contributo affinché questo ...

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