I segni della 2a Guerra Mondiale a Guspini
Anche se non diretto teatro di battaglia, la seconda guerra mondiale ha lasciato segni indelebili nel Medio Campidano, perché ritenuta area strategica per i fronti della guerra: verso l’Africa e possibile sbarco nelle coste occidentali della Sardegna. In questo territorio si trovavano gli aeroporti di Villacidro, località “Trunconi”, e di Guspini in località “Sa Zeppara”. Posto a cavallo fra i territori di Guspini e Pabillonis, l’aeroporto di “Sa Zeppara” era dotato di una pista sterrata lunga 1.200 metri. I lavori di costruzione iniziarono nel 1940 e terminarono a metà del 1942. Dotato di rifugio antiaereo, disponeva di due modesti hangar, con un deposito munizioni, mentre gli equipaggi ed il personale stava a ponente dell’area aeroportuale, in posizione di sicurezza, presso il nuraghe “Melas”, di cui si conserva traccia di basamento di alcune casermette ed il rifugio antiaereo, al disotto del promontorio che ospita il “Melas”. Il nuraghe era anche sede di vedetta per tener sotto controllo l’aeroporto. Nello stesso anno dell’ avvio operativo dell’aeroporto, a Guspini veniva occupato dall’Amministrazione Militare il terreno dell’Ente Comunale di Assistenza in regione “Su Legau”, con l’edificazione di 33 casermette, dotato di strade e servizi logistici. Il vasto “campus” ospitò, dal maggio 1943, la 184^ Divisione Paracadutisti “Nembo”, costola operativa della Divisione “Folgore”, che agiva in raccordo con l’aeroporto di “Sa Zeppara”. Prima dell’edificazione delle casermette la zona veniva utilizzata da una divisione someggiata (artiglieria con i muli) che stazionava in tende sotto gli ulivi. Prima della “Nembo”avevano stazionato anche l’Autocentro, la Divisione Sabauda e la Divisione Bari, reduce dall’Albania. Nello stesso periodo la miniera di “Montevecchio”, per il richiamo alle armi, perdeva numerosissime maestranze e si cercò, vanamente, di sostituire l’emorragia del personale con 250 prigionieri di guerra che vennero alloggiati nei cameroni di “Piccalinna”, ma il trattato di Ginevra non consentiva l’uso continuativo dei prigionieri per cui la “Montevecchio” fu costretta a non utilizzarli. Neanche la presenza di Mussolini a “Gennas”, spinto da Fabbriguerra (Officine di guerra), bisognosa di piombo e zinco, il 14 maggio 1942, per incoraggiare le maestranze rimaste a produrre di più, le incentivò con una maggiore contribuzione. Nel 1943, oltre il continuo regresso del personale, divenne sempre più difficile approvvigionare i cantieri minerari ed in particolare, in maggio, dopo la resa delle armate italo-tedesche in Tunisia. Nei primi mesi del 1943 l’aeroporto di “Sa Zeppara”, che già ospitava gli aerosiluranti italiani a protezione dello stretto di Gibilterra, da cui arrivavano i convogli inglesi, si animò rapidamente con i militari italiani e tedeschi. Poco prima del bombardamento su Cagliari, venne distrutto l’aeroporto di Monserrato, l ...
Leggi di piùValerio Curridori in Nuova Zelanda
Il triatleta della Villacidro triathlon conclude l’ironman 70.3 a Taupo in Nuova Zelanda in 5 h e10': tempo ragguardevole, ma non sufficiente per conquistare il podio, cosi come da tempo siamo abituati a vederlo in occasione degli eventi internazionali. Un viaggio lungo, estenuante, logorante, concentrato nell’arco di pochi giorni: 23 h di volo ed un fuso orario di 12 necessitano di tempi più lunghi per essere completamente smaltiti! «Indubbiamente - afferma l’atleta - il parziale recupero ha influito sul risultato; comunque è bene ricordarsi che ogni tanto in qualche angolo del pianeta si incontrano avversari che, per una serie di coincidenze, risultano più forti e dunque... onore al vincitore!». «Le difficoltà e le sensazioni negative emergono fin dalle prime bracciate nelle acque cristalline e trasparenti del lago Taupo; un diffuso fastidio, una inspiegabile pesantezza e fatica nei movimenti come se al posto delle gambe trascinassi enormi macigni hanno reso i 1900 mt di nuoto interminabili e spossanti», aggiunge Curridori. In bici sembra vada meglio e dopo i primi 8 km che costeggiano il lago si affronta una salita che conduce verso le zone interne. L’ironman 70.3 (1.900mt di nuoto, 90 km in bici, mezza maratona a piedi ) è una disciplina che ammette poche distrazioni o leggerezze: tutto è spinto al limite; tutto è finalizzato a sostenere una fatica impensabile che si protrae per ore. Sono necessari concentrazione, testa, cervello, perfetta conoscenza dei propri limiti e attentissima gestione delle energie. Non si può restare freddi e indifferenti tuttavia quando, in cima all’ascesa, la strada si apre a scenari che tolgono il respiro arricchendo di ulteriore stupore quanto già visto il 1° giorno in auto lungo i 360 km che, dall’areoporto di Auckland nel nord dell’ isola, conducono a Taupo. A metà percorso, nonostante la fatica e la consapevolezza di vivere in pieno una giornata negativa sul piano fisico, la media è di 35 km orari: velocità più o meno costante per tutti i 90 km di un tracciato esposto al vento e con continui saliscendi. Ma è la terza frazione della gara, i 21,5 km di corsa, che occupa la mia mente e mi spaventa: non riesco a pensare ad altro al punto che percorrendo gli ultimi km in discesa, rischio di finire fuori strada per distrazione e pessima impostazione delle traiettorie nelle curve. Conclusa anche la prova in bici... Ci siamo! Via il casco, scarpe da corsa, cappellino, due gel. Si corre lungo il lago, tra due ali di folla colorata, ordinata e partecipe. I km diventano uno strazio, sono interminabili e sofferti fino all’ultimo metro. Per quanti sforzi faccia, per quanto cerchi di richiamare immagini di altre fatiche vissute, non riesco a dare un senso a quella sofferenza brutale. È un incessante conflitto tra cervello che ordina alle gambe di andare più forte e queste che, invece, diventate ormai di piombo, esauste,spente e insensibili a qualunque comando, si arrendono e si trascinano ...
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